Pubblicità

Dalla guerra in Iran alla mostra in Lussemburgo. Il viaggio di Atefeh Majidi Nezhad e delle sue colonne

Categorie: Interviste / Argomenti: Arte contemporanea


L’artista iraniana Atefeh Majidi Nezhad rilegge l’architettura storica di Isfahan attraverso colonne di tessuto e inchiostro che sembrano sospese nel vuoto. Alla Luxembourg Art Week 2026 presenta un’installazione che riflette sul peso della memoria, sulla fragilità delle strutture e sulla possibilità di reinventare il passato. L’artista racconta tutto in questa intervista con Marco Ferri.

Pubblicità
Pubblicità

Secondo Giorgio Vasari, il disegno può essere considerato il padre delle tre arti; infatti, ogni opera di architettura, scultura o pittura (prima di divenire tale) esiste innanzitutto come disegno, concepito direttamente dall’intelletto. Si tratta di un processo inevitabile, pressoché impossibile da invertire: se un’opera architettonica o scultorea acquisisce tridimensionalità nel momento in cui si materializza come oggetto fisico, perde tale dimensione non appena torna a essere soltanto un disegno. Potrebbe sembrare un assioma, ma non è sempre così.

Pubblicità
Pubblicità

Atefeh Majidi Nezhad (Isfahan, 1983) lo sa bene. L’artista iraniana è attualmente protagonista alla Luxembourg Art Week 2026 (che si svolge nel Granducato del Lussemburgo, incastonato tra Belgio, Francia e Germania) con un’installazione intitolata Revision: Zero-G Columns, parte della sua serie Columns. L’opera è inserita nel programma Art Walk: collocata nello spazio pubblico, è accessibile 24 ore su 24, sette giorni su sette. Quindi sempre visibile.

Pubblicità
Pubblicità

In sostanza, l’artista ha realizzato 30 colonne sospese, alte circa 3 metri l’una. Dipinte a inchiostro su un delicato tessuto a rete e appese al soffitto tramite fili quasi invisibili, sembrano fluttuare nel vuoto. Le forme traggono ispirazione dallo shabestan (la sala ipostila) della celebre Moschea del Venerdì di Isfahan, nonché dal ritmo architettonico della cupola del Taj al-Molk, in Iran. L’approccio artistico di Atefeh Majidi Nezhad priva le colonne monumentali della loro funzione portante e del loro peso storico, trasformando strutture ideologicamente gravose e autoritarie in elementi effimeri e fluttuanti, che invitano il pubblico a riflettere sullo spazio, sul peso e sulla memoria. Abbiamo rivolto alcune domande all’artista, che ha un legame particolare con l’Italia, Paese in cui il suo lavoro ha ottenuto importanti riconoscimenti negli ultimi tre anni.

Pubblicità
Pubblicità
Atefeh Majidi Nezhad
Atefeh Majidi Nezhad

MF. Cominciamo dall’inizio: qual è stato il tuo percorso di formazione?

AMN. Pablo Picasso disse una volta: “L’arte lava via dall’anima la polvere della vita quotidiana”. Credo che ognuno nasca con una porta spalancata verso l’arte. Essa funge da rifugio per chi sente le parole bloccate in gola, per chi fatica a esprimere le proprie emozioni. L’arte è la voce eloquente dei nostri spazi silenziosi. Ho trascorso l’infanzia nella quieta compagnia della carta: creavo piccole figure, disegnavo abiti e mobili sulle loro forme inanimate e le riponevo in un angolo della mia immaginazione, infondendo loro la vita. In quel mondo di carta, ero io a controllare ogni cosa; persino le mie bambole nascevano dal tratto delle mie mani. A dieci anni, sono entrata a far parte dell’Istituto per lo Sviluppo Intellettuale di Bambini e Giovani. Tre anni dopo, a tredici anni, ho sentito per caso il mio insegnante d’arte parlare con mia sorella: le confidava di aver notato in me un talento particolare. Un’ondata di entusiasmo mi ha riempito il petto e, in quel preciso istante, il sogno di frequentare una scuola d’arte ha messo radici nel mio cuore. Il cammino non è stato privo di ostacoli: sono cresciuta in un ambiente in cui l’arte non era considerata una professione legittima; tutti si aspettavano che diventassi ingegnere o medico. Ho tenuto duro, ho seguito la mia strada e alla fine sono entrata in questo mondo magico, un regno dal quale non si può più tornare indietro. Il mio percorso è iniziato con lo studio della pittura presso l’Università d’Arte di Isfahan ed è proseguito fino al conseguimento di un master all’Università di Teheran.

Qual è il tuo background artistico?

Credo che arrivi un punto di svolta in cui una persona sceglie la propria strada con una profonda convinzione interiore. È il momento in cui l’arte cessa di essere una semplice passione e diventa ciò che sei veramente. Ricordo nitidamente il giorno in cui questa consapevolezza ha preso piede in me: era il giorno della valutazione dei progetti finali. Il dottor Halimi, il mio docente di pittura avanzata, ha osservato il mio lavoro ed esclamato con entusiasmo: “Ti immergi senza paura nel cuore dell’oceano!”. Eppure, nello stesso istante, mi ha assegnato il voto più basso dell’intero corso! Inizialmente, ero al settimo cielo per il fatto che il mio talento fosse stato riconosciuto. Ma qualche giorno dopo, quando vidi il voto (14 su 20) il mio mondo crollò. Ancora oggi, non so dire se si sia trattato di una forma velata di incoraggiamento o di un modo sottile per sminuirmi. Eppure, quel momento ha segnato il vero inizio del mio percorso. È stato allora che mi sono tornate in mente le parole di Vincent van Gogh: “C’è una tempesta in mare, ma il segreto per sopravvivere è non dimenticare mai il richiamo della riva”. Questa prospettiva ha acceso in me una determinazione ribelle: restare un artista, continuare a creare e affermare la mia identità artistica. È stato un cammino che mi ha insegnato il vero significato della perseveranza e della resilienza.

Quali premi o riconoscimenti hai ricevuto?

Il momento che porto più profondamente nel cuore, e che mi aiuta a restare salda su questa strada, è la conquista del secondo premio (“Lorenzo il Magnifico”) alla XIV Biennale di Firenze, nel 2023. Per un artista, un riconoscimento del genere è come per un alpinista poter finalmente posare a terra uno zaino pesante, per riprendere fiato. Quel respiro ti ricorda di camminare con passo più leggero, ma allo stesso tempo più fermo: sai benissimo che ti aspettano salite ancora più ripide, salite che richiederanno ancora di più dal tuo spirito e dalla tua forza.

Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell'installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell’installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell'installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell’installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell'installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell’installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell'installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu
Atefeh Majidi Nezhad, Revision: Zero-G Columns, veduta dell’installazione alla Art Walk 2026. Foto: Patty Neu

Dunque, serve anche una buona dose di resilienza…

Resilienza? La mia risposta è semplice: la sto vivendo proprio ora. Mi trovo nel cuore del Granducato del Lussemburgo: Luxembourg Art Week, 2026. Eppure, quando ho presentato la mia candidatura per la Luxembourg Art Week 2026, la mia vita era completamente diversa. Ero tornata a Isfahan per prendermi cura di mio padre, proprio nel bel mezzo della guerra. Internet era bloccato in tutto il Paese; una VPN costava una fortuna e la connessione era appesa a un filo, pronta a spezzarsi da un momento all’altro. In quei giorni difficili, mi è tornata in mente una frase di Albert Camus: “Nel profondo dell’inverno, ho imparato finalmente che dentro di me vi è un’estate invincibile”. Mi sono detta che dovevo trovare un modo per salvare me stessa e i miei sogni da tutto quel caos. Contro ogni previsione e nonostante tutti i miei dubbi: eccomi alla Luxembourg Art Week 2026.

Bene, allora, proviamo a descrivere la tua arte, le sue caratteristiche e le tue fonti di ispirazione?

Alla Luxembourg Art Week 2026 presento un nuovo capitolo del progetto a cui lavoro da un decennio: una rilettura e revisione dell’architettura storica di Isfahan. Revision: ZeroG Columns è un’installazione di colonne sospese, ispirata alla Moschea del Venerdì (Jameh Mosque) di Isfahan e ai suoi dodici secoli di trasformazioni architettoniche. Attraverso quest’opera, continuo a esplorare il rapporto tra architettura storica, scorrere del tempo e fragilità delle strutture. Le ho realizzate utilizzando una rete trasparente e strati di inchiostro. Non dovendo più sostenere il peso della pietra o dei mattoni, sono diventate leggere, quasi fluttuanti. Quando la luce (naturale o artificiale) attraversa la rete, proietta sul pavimento, sulle pareti e sul soffitto ombre tenui, tremolanti, quasi spettrali; è come se le colonne respirassero nel punto in cui l’aria incontra la luce. A ogni movimento dell’osservatore, la densità dell’inchiostro e la trasparenza della rete mutano, giocando sul confine tra presenza e assenza. Per me, questo progetto ruota attorno al concetto di durabilità. Le colonne conservano la loro identità storica, eppure il loro rapporto con la gravità e con il vuoto che le circonda è stato radicalmente trasformato. Jacques Derrida ha scritto: “La decostruzione non è una semplice distruzione; è un modo di leggere che rivela significati nascosti”. Sospendere queste colonne incarna esattamente questo: sfidano il potere e l’autorità dell’architettura solida, rivelandosi al contempo come un gesto di profonda cura e tenerezza. Inoltre, esporre quest’opera in un luogo rivolto verso la città integra l’arte direttamente nel ritmo della vita quotidiana. Senza dover varcare la soglia di una galleria, i passanti si ritrovano a sostare, vivendo un momento di riflessione e curiosità nel bel mezzo della frenesia di una giornata intensa. Le radici della serie Revision affondano nella Moschea Jameh di Isfahan; la sua forma quadrata rappresenta stabilità e permanenza nel mondo fisico. Tuttavia, per me, questo edificio è anche parte della vita interiore e dell’esperienza vissuta dalle persone che lo frequentano. L’architetto e teorico Christian Norberg-Schulz ha scritto: “Un luogo non è solo geografia fisica; è una qualità dell’essere che modella l’identità e la memoria umana”. Isfahan è la mia città natale e queste colonne appartengono al mio inconscio visivo; lavorare con esse significa rileggere la mia memoria personale all’interno di una storia condivisa.

L'installazione che partecipò alla Florence Biennale 2023
L’installazione che partecipò alla Florence Biennale 2023

Cosa significa per te presentare un’opera così intima al di fuori del tuo Paese?

La mia risposta al presente non consiste in una rappresentazione diretta dell’instabilità; cerco piuttosto di creare le condizioni affinché l’idea stessa di stabilità venga messa in discussione. Il mio lavoro non offre al pubblico verità assolute o immutabili, ma lo invita a cogliere la fragilità, la fluidità e prospettive differenti. Per me, presentare questa installazione in Paesi diversi non è un semplice spostamento geografico, quanto piuttosto uno spostamento spaziale e semantico. Edward Said ha osservato: “Le idee e le forme, quando viaggiano e si inseriscono in nuovi contesti, acquisiscono nuovi linguaggi e stabiliscono relazioni imprevedibili con i loro nuovi contenitori”. Quando una forma familiare giunge in una terra nuova, il suo significato muta. L’installazione instaura un dialogo vivo con gli strati della città che la ospita, trasformandosi in qualcosa che esiste in una dimensione intermedia: tra la “memoria dell’origine” e la “realtà della destinazione”.

Vedremo di nuovo i tuoi lavori in Italia? E se sì, quando?

Le idee alla base del mio lavoro, così come le mie precedenti esperienze in Italia, in particolare alla Biennale di Firenze, sono per me di un valore inestimabile. Nutro un profondo desiderio di tornare in Europa, per costruire legami più solidi e vitali con progetti che consentano a un’opera d’arte di germogliare naturalmente da uno specifico contesto e geografia, respirando in armonia con la luce, l’architettura e il mondo circostante.

Proviamo a immaginare: è possibile creare un ponte artistico tra Iran e Italia?

Sia l’Iran, sia l’Italia poggiano sulle fondamenta di una storia e di un’architettura che abbracciano millenni. A questo proposito, mi viene in mente il periodo trascorso da Pier Paolo Pasolini a Isfahan; vi si recò per girare Il fiore delle mille e una notte, affascinato dalla magia della moschea Jameh, e collocò il suo obiettivo all’interno di questa architettura incantevole. Ciò dimostra come uno spazio fisico in Iran possa ispirare una mente creativa italiana, e viceversa. Credo che un dialogo autentico e sincero tra le scene artistiche contemporanee sia possibile. Hans-Georg Gadamer ha scritto: “La conversazione è un processo in cui due persone arrivano a comprendersi a vicenda... è una fusione di orizzonti”. Anche quando le circostanze politiche e le pressioni economiche rendono difficile l’atto creativo, l’arte rimane un rifugio: uno spazio vitale in cui la curiosità si risveglia, ha inizio una conversazione e può fiorire una comprensione più profonda tra le persone.

Com’è la situazione nel tuo Paese?

Nel mondo dell’arte (e in Iran, nello specifico) il percorso è tutt’altro che semplice. Eppure, molti artisti continuano a sperimentare e a tracciare i propri cammini, indipendenti e autentici. La sfida più grande per un artista emergente è trovare un terreno solido tra le acque turbolente dell’attuale mondo dell’arte; acque che l’intera comunità artistica globale è chiamata a navigare. Per un artista iraniano, tuttavia, il peso è ancora maggiore. Per esperienza diretta, posso dire che il problema non è mai la mancanza di idee, creatività o talento. La vera sfida consiste nel trovare la forza di andare avanti, insieme alle risorse e al sostegno necessari a rendere possibile l’atto creativo. Come disse Friedrich Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”. Credo che, quando in un artista ardono la passione e la fede nell’atto creativo, egli riuscirà a farsi strada attraverso la dura roccia della realtà; perché la volontà di creare è sempre più forte di qualsiasi ostacolo.

Commenti

Per inviare il commento devi accedere o registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo l’accesso.