La Pala di San Sebastiano ha ricevuto diversi restauri. Uno nel 1975 da parte di Weber, Krause e Flade (da La vendita di Dresda, a cura di Johannes Winkler, Panini Modena 1989). Tuttavia ancora nel 2015 si presentava con le assi visibilmente inarcuate e con cadute di colore. Parlando allora benevolmente con il doktor Andreas Henning, il quale mi ricordava che le opere su legno non avrebbero mai lasciato Dresda, avanzai – in eccezione di quanto udito – l’idea di offrire in Italia un serio restauro della Pala, in cambio di una certa permanenza per una mostra conclusiva. A questa proposta il doktor Henning oscillò e disse che se ne poteva parlare. Aggiungo che l’amico Andreas ora dirige il Museum di Wiesbaden, la città termale considerata la più aristocratica della Germania, la Kaiserstadt. Ma proprio quest’anno, dopo gli esami più attenti, il nuovo curatore dei dipinti italiani, il dottor Andreas Plackinger, può mostrare al pubblico internazionale il restauro completo della pala, ottenuto anche con lunghe e accuratissime operazioni. Dopo una preziosa corrispondenza con lui rimando lo svolgimento del restauro al catalogo della mostra e agli altri documenti inerenti, tra i quali il bel servizio apparso in “Finestre sull’Arte” il 17 agosto 2026. La mostra rimarrà aperta sino al prossimo gennaio. Qui presento un mio breve studio sull’opera. Il termine “Modanina”, di larga applicazione affettuosa, significa “bambina di Modena” e si riferisce alla fanciulla che, con felice invenzione del Correggio, porge a Gesù e alla Madonna la città nel suo simbolo architettonico. Le “ragazzine geminiane” a loro volta sono quelle di Modena.
Tra gli innumerevoli commentatori del Correggio mi piace scegliere la definizione sincera che ne diede Édouard Pommier in una lettera personale autografa a me inviata nell’agosto del 2006, dove lo ritiene “un artista immenso”. Tale giudizio che proviene dall’allora Direttore dell’Istituto di Studi Superiori del Louvre mi ha costantemente commosso. Debbo interpretare questo aggettivo applicandolo anche alla continua felicissima sorpresa che il Correggio spalanca per noi in ogni opera da lui elaborata, a favore della nuova pittura europea.
E sorpresa felice si pone, negli anni 1524-1525, l’incantevole pala della Madonna di San Sebastiano dipinta per l’amata città di Modena. Siamo appena dopo il gran “tour de force” degli affreschi in San Giovanni Evangelista a Parma, e dopo l’avventura mitico-simbolica delle Allegorie per Isabella a Mantova. A questa data Antonio ha appena portato la giovane sposa nella città dei suoi massimi impegni, ma conserva peraltro fragranti amicizie negli altri luoghi della giovinezza e presso persone alle quali è legato da profondi sentimenti. Ed è uno di questi grandi amici, testimoniato dal Vasari, che gli fa giungere da Modena la commissione, da lui vivamente accettata; il personaggio è l’autorevole medico Francesco Grillenzoni, sodale laico della Confraternita di San Sebastiano (nata nel 1501), che allo smorzarsi dell’epidemia di peste del 1523 insieme ai suoi Confratelli vuole un dipinto gratificante ai Santi e alla Madonna per l’ottenuta grazia della vittoria sul contagio. La pia congregazione aveva appena ultimato il proprio Oratorio nel cuore della città e la tavola centinata doveva assolvere al compito primario di pala dell’Altar Maggiore (265 x 161 centimetri). La consegna quindi deve essere calcolata poco dopo il 1524.
Per il Correggio si trattava del ritorno al tema della pala centrale, lasciato dieci anni prima con la Madonna di San Francesco, e questo lavoro gli permetteva di inaugurare la serie meravigliosa dei grandi quadri sacri, tutti oltremodo celebri e stimatissimi, eseguiti tra il 1524 e il 1530, che attualmente si ammirano nelle superbe Gallerie di Dresda e di Parma.
Il nostro pittore, pur vincolato dalla frontalità dell’opera, effonde nel dipinto una composizione liberissima e mai veduta, senza schierare nessun personaggio in simmetria, sfrecciata su due diagonali segmentate e pausate, che reggono in alto a mo’ di calice la Madonna col Bambino. Così realizza in basso San Geminiano in una posa impensabile rispetto ad ogni altro maestro pittore dell’epoca: una posa che è sforante e congiungente nello stesso tempo lo spazio terreno di chi si avvicini e quello superno di Maria e Gesù. Sono le braccia del rivolto vescovo che trasportano dalla terra al cielo lo sguardo del fedele orante, e pure garantiscono la avvenuta intercessione discendente dei divini personaggi. Un dipinto che avrebbe dovuto rimanere per sempre in questo oratorio a dare la certezza della comunione tra chi vive nelle ambagi di quaggiù e la presenza premurosa della Madre immacolata con il suo Figlio.
Spiccano nella parte inferiore i due santi titolari della Confraternita: san Rocco steso nell’ombra dolce del sonno alla nostra destra, in quanto egli fu guarito dalla sua gran piaga alle gamba durante una dormizione, e san Sebastiano, legato all’albero e appena ferito da una nascosta freccia, che si aderge bello come un efebo greco nello slanciato corpo luminoso, mirante con gioia verso il cielo. Ma l’accurato trasporto partecipativo del Correggio, che fu allievo giovanissimo del Bianchi Ferrari a Modena e che qui aprì gli occhi per la prima volta alle avvenenze delle ragazzine geminiane, non dimentica di far comparire - con una grazia indicibile di pura fanciullezza - una bimba ancillare, radiosa e sorridente, a sostenere il modello della Città accanto al Vescovo, e ci dona una creazione diventata cara e famosa nel cuore di ogni osservante: l’indimenticabile "Modanina", innocente e lieta.
Per le figure inferiori è la luce a cospargere la magia del dipinto, cadendo sui corpi come da una fonte alle nostre spalle, facendo così scaturire per noi un magico legame spaziale ancora una volta suggerito dall’idea captante del pittore, il quale poi – attraverso una sua specifica effusione di nubi, morbide come non mai – ci fa entrare nei cieli. Ed ecco che il Maestro dei cieli ci manda i pargoli come un preludio festoso e via via ci immerge in una prodigiosa espansione di luce sovrumana, lassù nel cerchio divino dove tutto s’irrora. È la stessa luce dell’empireo della cupola di San Giovanni, abitata dai medesimi spiriti soavi, lievitati appena dai tocchi impalpabili del pennello allegriano.
Qui sorride Maria tenendo dolcemente il suo Bambino; qui il bellissimo Gesù si protende con spontaneo slancio allo sguardo di Sebastiano. E qui, quasi per insottraibile miracolo, l’animo del Correggio ostende gli angeli femminili: le angele soavissime, corona unica e cogente della Divinità.
L'autore di questo articolo: Giuseppe Adani
Membro dell’Accademia Clementina, monografista del Correggio.La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte
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