Fabrizio Plessi (1940 – 2026) nel 2011 inaugurò l’appena restaurato Padiglione Venezia nei Giardini della Biennale con una grande e magnificente installazione composta da 12 barche verticali di legno, inclinate di una manciata di gradi, all’interno delle quali passavano cascate di acqua elettronica. L’opera sviluppava a sua volta l’altissima barca perfettamente verticale di Plessi che all’apertura della Biennale del 2005 era stata installata all’ingresso del viale dei Giardini, su una piattaforma posizionata a filo d’acqua: scultura che illuminava le notti veneziane come un faro che segnalasse le rotte dell’arte. Nel 2023, le stesse imbarcazioni veneziane furono poi collocate in una grande installazione nella sala delle Cariatidi di Milano, e stavolta al posto dell’acqua scorreva un flusso di oro liquido, anch’esso naturalmente digitale. Pur spente e silenziose, le opere emanavano una perturbante, ipnotica e maestosa magia, capaci di fare di se stesse un teatro nel teatro delle rovine delle Cariatidi bombardate.
Insomma, le occasioni in cui Plessi espose le sue barche e i suoi mari verticali sono state molteplici, ammalianti e sotto gli occhi di tutti. Vedere ora le tre ben più inerti e spoglie barche (quelle di Plessi erano 12 metri l’una), di legno, e anch’esse verticali seppur non inclinate ma tagliate alla base, dal titolo Voyageur di Ibrahim Mahama collocate nella Piazza Municipio di Napoli, induce ad alcune riflessioni. Le opere d’arte sono fatte di idee che generano altre idee e questo avviene da sempre. Nei casi più eclatanti abbiamo avuto veri e propri plagi, come Andy Warhol che per i suoi Flowers o per le sue Brillo Box riprodusse immagini create da altri (alla fotografa dei fiori originali dovette pagare una cifra non irrisoria e cedere diritti sulle vendite delle opere per evitare una causa) o Jeff Koons che più volte è stato condannato per plagio avendo tradotto letteralmente in scultura immagini di altri fotografi, come nel caso di Fait d’Hiver o String of Puppies.
Certo, tra Mahama e Plessi non esiste in apparenza un rapporto di plagio, ma ugualmente possiamo chiederci se fosse opportuno installare un’opera che inevitabilmente avrebbe riportato alla mente una delle sculture più iconiche di uno dei più conosciuti artisti contemporanei italiani (tra l’altro scomparso da pochissimo tempo), che ha fatto della barca verticale praticamente il suo brand. Seppure il curatore del progetto dichiari che l’iconografia delle barche “si inscrive in una genealogia ampia e stratificata, che da Géricault e Cezanne arriva fino alla cronaca del presente”, non sarebbe stato più corretto dire almeno “fino a Fabrizio Plessi”, come anche Hidetoshi Nagasawa o Claudio Parmiggiani (seppur in questi due casi non fossero verticali)?
Ad ogni modo Voyageur permette di definire un limite, oggi più che mai di attualità: quello tra un’opera d’arte che ha ambizione di essere assoluta, spettacolare, metafisica, visionaria, quale è stata ed è quella di Plessi, e una che deve giustificarsi chiamando in causa il dolore degli altri (migranti, responsabilità e “rimozioni che circondano ogni attraversamento”), anche se nessun naufragio viene rappresentato in queste tre costruzioni di legno (che non sono neanche di recupero e che paiono appena uscite da una fabbrica di mobili).
Se il primo modello di opera non risente della valanga woke, politically correct e dei complessi di colpa occidentali, spesso autoinflitti (valanga che si sta esaurendo da sola anche su spinta di pensatori illuminati africani e afroamericani), il secondo si giustifica solo sulla loro base, non avendo appunto aspirazioni di originalità concettuale o invenzione formale. Dando per scontato che i mari verticali di Plessi non potessero non essere conosciuti o essere stati visti dal vivo o su quotidiani e riviste italiane, non sarebbe stato più opportuno, a livello curatoriale, ideare o suggerire all’artista un tipo di installazione diversa? La barca reale di migranti di Christoph Büchel esposta alla Biennale nel 2019 (Barca Nostra), poggiando sulle stesse premesse riparatorie, aveva almeno dalla sua la forza della realtà cruda a sostenerla, pur trattandosi di un vero e proprio ready made recuperato e non indifferente.
I grandi tendoni di Mahama fatto con sacchi di recupero cuciti (opere che lo hanno reso famoso nel mondo dell’arte contemporanea), seppure ai colonizzatori del nostro sistema dell’arte possano ricordare da vicino quelli di Alberto Burri (di cui il grande fondale scenografico del 1969 per L’Avventura di un povero cristiano conservato ai Seccatoi di Città di Castello è un antecedente illustre), possiedono almeno una drammaticità fisica la cui povertà e bellezza riesce a trasmettere una visione poetica. Le barche di Voyageur, proprio a causa di quanto ha saputo fare Plessi (non sessant’anni fa, ma fino a pochi anni fa), sono già un relitto di una storia dell’arte contemporanea che ormai viene sempre più ignorata purché lo spettacolo continui in pubblica piazza.
L'autore di questo articolo: Marco Tonelli
Marco Tonelli (Roma, 1971), critico e storico dell’arte. Dopo la laurea in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma (1996), ha conseguito il diploma di Specializzazione in Archeologia e Storia dell’arte (2000) e un Dottorato di Ricerca in Storia dell’Arte (2003) presso l’Università degli Studi di Siena. È stato assessore alla Cultura del Comune di Mantova, caporedattore della rivista Terzo Occhio e commissario inviti della XIV Quadriennale di Roma. Dal 2015 al 2017 è stato direttore artistico della Fondazione Museo Montelupo Fiorentino per cui ha ideato la rassegna Materia Prima e ha curato il progetto annuale Scultura in Piazza a Mantova. Dal 2019 al 2023 è stato Direttore artistico di Palazzo Collicola e della Galleria d’Arte Moderna di Spoleto. Attualmente è Curatore scientitico della Fondazione Progetti Beverly Pepper di Todi. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Venezia.Per inviare il commento devi
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