di Marco Tonelli 10/03/2026
Categorie: Opinioni / Argomenti: Biennale di Venezia
Perché non ci sono artisti italiani alla Biennale di Venezia? Semplice: perché nessun artista italiano (e forse proprio in quanto italiano) ha avuto esperienze che vanno nella direzione del tema di questa Biennale. Il sistema espositivo italiano ha già e ha avuto le occasioni per valorizzare la sua ricerca in chiave internazionale: con quali risultati? L’opinione di Marco Tonelli.
Certo, la prima reazione alla fine della conferenza stampa della Biennale di Venezia In minor keys, a caldo (e a voce alta) è stata di sorpresa: “Neanche un artista italiano!”. Ma quasi contemporaneamente, a voce bassa (avendo riflettuto quel poco che bastava a riprender fiato), è stato spontaneo anche dirsi: “Mi sarei stupito di trovare un artista italiano”. Il progetto di questa Biennale In minor keys, la sua struttura curatoriale, così sbilanciata e spalancata verso il Sud del Mondo (a partire dalla direttrice camerunense esperta di arte africana contemporanea), la poesia, il free ensemble, le culture post coloniali, il reincantamento (di questo ha scritto negli anni Ottanta in Occidente solo Suzi Gablik: se non l’avete mai letta, fatelo), l’immaginario musicale e magico, non avrebbe potuto contenere artisti italiani, né tantomeno occidentali.
Del resto chi, tra artisti e curatori, storici dell’arte e critici italiani ha mai sentito nominare Issa Samb, artista e poeta ghanese su cui si basa uno dei temi portanti della mostra stabiliti dalla direttrice Koyo Kouoh prima della sua scomparsa? Qualcuno ha letto di, o sa chi siano, Ken Bugul, Teju Cole, Natalie Diaz, Tandazani Dhlakama, Wanda Nanibush, Oluremi C. Onabanjo, alcuni degli autori dei testi in catalogo e in mostra o conosce qualcuno dei cinque curatori che hanno portato avanti il progetto di Kouoh (Gabe Bechurst Feijo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddharta Mitter e Rory Tsapayl)? La verità è che non ci potevano essere artisti italiani perché nessun artista italiano (e forse proprio in quanto italiano) realizza opere o ricerche o ha avuto esperienze che vanno nella direzione delle chiavi minori di questa Biennale.
Il sistema espositivo italiano ha altre occasioni e opportunità per valorizzare la sua ricerca in chiave internazionale. La Quadriennale prima di tutto, che deve promuovere l’arte italiana in Italia e che negli ultimi anni ha organizzato studio visit promozionali di curatori stranieri presso artisti italiani: con quali risultati concreti ovviamente rimane da capire. E poi l’Italian Council senza dubbio, che investe, spesso a pioggia, milioni di euro ogni anno per promuovere l’arte italiana all’estero: anche qui possiamo chiederci quali risultati reali abbia conseguito se questi sono i risultati (si veda l’inchiesta realizzata tempo fa proprio da questa rivista). Del resto mi sembra che nessuno in Italia abbia mai sollevato dubbi o si sia scandalizzato sul fatto che il Padiglione della Germania ha spesso esposto artisti non tedeschi (nel 1993 fu la volta dell’immenso Nam June Paik, e poi nel 2009 dell’inglese Liam Gillick, nel 2013 di Ai Weiwei con artisti iraniani, sudafricani e indiani). Non so se l’abbiano fatto a suo tempo i tedeschi, ma questo al momento non ci riguarda.
Che poi alla Biennale si debbano avere artisti italiani, come dire, “d’ufficio” rimane un presupposto datato e del tutto fuori tema, direi illegittimo e inattuale, anacronistico. Nella edizione del 2024 era stato invitato il bravo scultore Victor Fotso Nye, camerunense che vive da anni a Faenza. Sarebbe stato italiano o no se fosse stato invitato da Kouoh, secondo i puristi del termine?
La Biennale di Venezia per statuto non deve promuovere l’arte italiana (per quello al suo interno c’è il Padiglione Italia, anche se forse, se tanto mi dà tanto, andrebbe rivista pure tale formula, sempre più elitaria e autoreferenziale!). La Biennale deve indicare tendenze presenti e aprire strade future e, piaccia o no, questa Biennale ne apre una estrema, attualissima, cogente, vitale: se cioè l’arte contemporanea non stia subendo una trasformazione inevitabile e totale, non formale, a fronte dei cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo quali la deriva tecnologico/digitale (del tutto assente in questa edizione e questo mi sembra un vero punto di discussione) e l’inesorabile erosione dell’Occidente guerrafondaio, turbocapitalista e iperburocratizzato. Quindi ben vengano le chiavi minori se servono a sfaldare e scoprire ancor più il sistema. C’è del marcio in Occidente?
Il discorso del Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, a chiusura della presentazione, è stato molto illuminante a riguardo, colto e poetico, con una sua narrazione intrinseca e non d’occasione: in particolare i concetti dell’Essere-per-la-morte e della Cura da lui esplicitamente ripresi. Seppur non sia stato citato espressamente, si trattava di Martin Heidegger (anche se molti hanno pensato piuttosto alla pur bellissima canzone di Franco Battiato La cura), il filosofo che non a caso ha celebrato l’Occidente come la regione della caduta, la terra delle Esperidi, dell’oblio, della sera, dove il sole appunto non sorge, ma tramonta e muore.
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