Ogni anno in Italia si consumano numerose mostre, in quantità quasi incalcolabile. In ciascuna esposizione c’è quasi sempre qualcosa di interessante: un’avventura, un confronto tra opere e stili, o anche la possibilità di vedere come curatori diversi affrontino uno stesso artista. Questo, però, non le rende tutte indispensabili, tutt’altro. Di molte, certo, potremmo anche fare a meno. In un panorama bulimico, dove la maggioranza delle esposizioni perde ogni velleità di studio e ricerca per inseguire il profitto economico, ponendosi meramente come episodi di intrattenimento, trovo incredibilmente affascinanti e ostinatamente romantiche le mostre che nascono lontane dai centri riconosciuti e frequentati dalla filiera espositiva, in contesti minori e periferici, con l’obbiettivo di valorizzare qualche istanza del territorio o qualche loro celebre figlio. Certo si potrà obbiettare che non di rado sono frutto di un orgoglio civico, a tratti roboante, campanilistico e autocelebrativo. Ma non di meno, anche se questi risvolti sono dietro l’angolo, così come l’accusa di provincialismo, che in Italia pesa come una condanna definitiva, senza appello, restano spesso progetti di valore, poiché mantengono un legame con il contesto geografico e culturale da cui nascono, essenziale per comprenderne le ragioni. A questo novero appartiene la mostra Gino Severini. Modernità come dialogo, allestita al MAEC di Cortona, e visitabile fino al 1° novembre 2026.
Gino Severini (Cortona, 1883 – Parigi, 1966) è stato un artista a tratti fondamentale per certi esiti dell’arte italiana del primo Novecento, eppure la sua notorietà presso il grande pubblico non è proporzionata all’importanza storica che ha rivestito. Importanza che la mostra di Cortona riesce a restituire con un’esposizione contenuta per dimensioni, ma costruita su prestiti significativi provenienti per esempio dal Centre Pompidou di Parigi, dall’Estorick Collection di Londra, dal Museo del Novecento di Milano e dalla Pinacoteca Vaticana. Possiamo solo immaginare quali sforzi organizzativi (ed economici) possa aver richiesto a una realtà dai mezzi sicuramente limitati l’arrivo di opere dislocate per l’Europa e l’Italia, tra cui la gigantesca La danse du Pan-Pan à Monico. L’impegno è stato però ripagato, poiché ha reso possibile alle curatrici Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva ricostruire il percorso di un artista come Severini, nel sessantesimo anno dalla sua scomparsa, e riconoscere il suo ruolo di mediatore fra culture e linguaggi, capace di muoversi senza imbarazzo tra contesti radicalmente diversi come la rurale provincia toscana o la sfavillante Parigi, offrendo significativi contributi a movimenti come Futurismo e Cubismo, spaziando anche tra modernità e tradizione, aneliti di astrazione e confronto con l’arte sacra.
Questa continua indagine sulle possibilità espressive dell’arte viene posta nella mostra di Cortona non solo a confronto con gli artisti del suo tempo, che per lui furono colleghi e amici (come Balla, Boccioni, Picasso), ma anche con i maestri del passato, qui rappresentati dalla Madonna in trono con Bambino ed angeli del Maestro Lucchese, prestata dalla Galleria dell’Accademia di Firenze, e dal San Francesco di Margaritone, proveniente dal Museo d’Arte Medievale d’Arezzo, ma anche attraverso le numerose opere dell’Accademia Etrusca, permanentemente esposte in museo, tra cui opere di Luca Signorelli e bronzetti etruschi di cui Severini mandò delle fotografie a Picasso.
Ed è proprio a Cortona, sua città natale, che questa mostra non solo diventa utile, ma indispensabile. Le opere di Severini e del suo milieu culturale, qui esposte a Palazzo Casali, sede del MAEC, che già possiede un importante nucleo donato dall’artista stesso, intrattengono un dialogo costante con il territorio circostante. Proprio a Cortona dove Severini non è soltanto l’artista celebrato nelle sale di un museo, ma autentico genius loci, che ti immagini di trovare in Piazza Garibaldi a guardare attentamente la splendida campagna che spazia fino al Lago Trasimeno. Tutto è bagnato dalla sua memoria: le strade e i vicoli parlano degli ambienti che lo videro nascere e crescere, le chiese dove si conservano grandi capolavori di artisti toscani come Signorelli, Beato Angelico, Bartolomeo della Gatta, Pietro da Cortona che il giovane artista studiò, fino a quei luoghi dove volle lasciare traccia. Qui c’è la Via Crucis che si snoda per un lungo tratto del paese, con i cartoni preparatori custoditi nel Museo diocesano, e lo straordinario mosaico realizzato per la chiesa di San Marco, insieme ad altre opere custodite nelle chiese, oltre alla tomba. È proprio per questa ricchezza che la mostra può e anzi deve essere letta insieme al territorio, la sua storia e i suoi spazi.
Formatosi a Cortona, praticamente da autodidatta, Severini vi rimase fino ai sedici anni; non stupisce quindi che gli esordi si nutrissero della lezione della Macchia, che insegnò al giovane artista una certa attitudine alla restituzione del vero, senza retorica o altri espedienti artefatti. Questo fu terreno fertile su cui fece presa la pittura divisionista che Severini poté apprendere dal maestro Giacomo Balla, condividendo questa formazione con Umberto Boccioni, che frequentò fin dal suo arrivo a Roma. Del resto, forse già in Toscana aveva potuto saggiare questa pittura, da Benvenuto Benvenuti, allievo di Vittore Grubicy de Dragon, entrambi presenti con un dipinto in mostra. Ma a colpire di questa prima sezione non sono tanto i paesaggi, quanto i ritratti come La Bohémienne, il Ritratto di mia madre, quello del padre, l’Autoritratto e la Ragazza in blu. Prove che mostrano come, nel giro di pochi anni, Severini riesca a tenere insieme diverse attitudini, coltivando un interesse per la ritrattistica che lo accompagnerà per tutta la vita. Vi convivono la lezione postmacchiaiola, il divisionismo e l’apertura a un ritratto più moderno, giocato sugli accordi cromatici e sulla geometria compositiva. Più che attestarsi su soluzioni sicure, sembra cercare ciò che può portarlo lontano dall’accademia, attraverso scelte tanto formali quanto tematiche.
Interessante è anche il confronto tra i due disegni, entrambi provenienti dalla Pinacoteca del Divisionismo di Tortona, La gru di Severini e Casa in costruzione di Boccioni, che mostrano l’interesse dei due artisti per le trasformazioni della società. Qui il cantiere è ancora osservato come un fatto di cronaca, ma pochi anni dopo, in Boccioni, lo stesso tema deflagrerà in un’esplosione di forza, movimento e colori nella Città che sale. Le opere dei due artisti suggeriscono anche quanto le idee socialiste e marxiste avessero fatto presa su di loro, senza però tradursi in un programma continuativo di pittura sociale. Ma la svolta artistica si verificò nel 1906, in seguito al suo trasferimento a Parigi, lo stesso anno che vide un altro grande toscano raggiungere la Ville Lumière, Amedeo Modigliani, con cui Severini strinse un rapporto di amicizia, come racconta nella sua autobiografia. Tuttavia Severini, a differenza del livornese, non recise completamente il cordone ombelicale con l’Italia, e mantenne anzi il ruolo di ponte, fondamentale per gli sviluppi del futurismo.
La mostra non si snoda come un’antologia ma permette di seguire il cortonese per esperienze e temi. Gino Severini certamente fu una delle personalità di spicco del primo futurismo, ma mantenne continuamente un atteggiamento più indipendente e meno dogmatico rispetto agli altri, permettendo che nella sua arte vi fosse anche una deliberata e non nascosta fascinazione per il cubismo. Ma il ruolo di mediatore di Severini emerge anche tra due esperienze italiane, il gruppo milanese dei futuristi e quello fiorentino legato alla rivista Lacerba, che con il suo contributo confluirono nella mostra fiorentina presso la Galleria Gonnelli nel 1913-14.
Se opere come il celebre Autoritratto del Castello di Rivoli, dove la sua immagine di dandy con monocolo e bombetta è costruita attraverso curve, piani che si compenetrano e pochi attributi distintivi, o Danseuse (Ballerina + mare), dove la figura danzante viene tradotta in forme, segni e colori che esprimono l’energia del movimento, mostrando un’adesione piena agli stilemi promossi dalla compagine guidata da Marinetti, è nel grande capolavoro La danse du Pan-Pan à Monico che si svela come Severini riesca a tenere un piede in entrambe le avanguardie. L’opera, dipinta nel 1911 e venduta in Germania, dove scomparve, probabilmente distrutta durante la guerra, fu ridipinta dal cortonese ormai anziano tra il 1959 e il 1960 e mostra una danza affollatissima in un locale parigino. Attraverso un caleidoscopio di colori si presenta una composizione estremamente movimentata, dove ogni tassello intrattiene un rapporto col successivo, eppure epurata da quella tenuta maschia ed eroica delle opere futuriste, così come il movimento non è violenza di piani che si avviluppano e piegano, ma l’armonia di un gigantesco carnevale.
Le sezioni successive dimostrano come Severini sia stato continuamente capace di sondare le capacità espressive e formali dell’arte, rifuggendo l’idea di un artista che procede linearmente da un’esperienza all’altra, ma invece capace di tenere contemporaneamente in piedi istanze anche molto diverse tra loro. L’interesse per svariate forme d’arte e le sue applicazioni, l’indagine sulla sezione aurea, l’esempio offerto dai maestri antichi, la volontà di confrontarsi con l’arte sacra rinnovandone le simbologie, l’arte murale e musiva e il loro dialogo con lo spazio sono solo alcune delle derive che assunse la sua ricerca.
Nella Maternità del 1916, conservata a Cortona, la moglie Jeanne con il piccolo Antonio ritrova una presenza pienamente figurativa, raccolta e severa, monumentale e solida come le madonne degli antichi, e probabilmente si pone come una delle principali opere che preannunciano il successivo ritorno all’ordine. Il confronto con l’altra Maternità qui esposta, quella del 1920, dove la donna tiene in braccio la figlia Gina, mostra quanto questa ricerca potesse condurre a esiti differenti: qui dominano accordi cromatici più accesi, mentre la figura e lo spazio sono sottoposti a un sistema di proporzioni auree. I tracciati e gli studi esposti permettono di seguire il lavoro che precede il quadro, rendendo visibile quella ricerca di una regola che Severini avrebbe argomentato nel trattato Du cubisme au classicisme del 1921. La pittura e la scrittura procedono insieme, nel tentativo ambizioso di fondare la composizione su rapporti verificabili. Una ricerca che lo avrebbe anche portato a scontrarsi con artisti e teorici del suo ambiente, a dimostrazione di quanto il dialogo evocato dal titolo fosse tutt’altro che pacifico. Questa volontà di costruzione trova un altro terreno favorevole nella decorazione e nel rapporto con l’architettura. Le maschere della Commedia dell’Arte, dagli affreschi di Montegufoni ai pannelli per la casa parigina del mercante Léonce Rosenberg, consentono a Severini di articolare figure e ambienti come elementi di una scena. In opere come L’Équilibriste, personaggi e rovine appartengono a tempi diversi, accostati in uno spazio artificiale e sospeso. Il teatro entra così nella pittura attraverso i suoi soggetti, ma anche come possibilità di organizzare il quadro, preparando esperienze sceniche che arriveranno più tardi.
È però nell’attività religiosa che il confronto fra linguaggi si fa più impegnativo e pregnante. Dopo il ritorno alla fede nel 1923, Severini affronta nelle chiese della Svizzera romanda il problema di dare una forma moderna all’arte sacra. Bozzetti, tracciati e studi restituiscono una ricerca che coinvolge insieme iconografia, tecniche e rapporto con l’edificio. A Semsales, dove rivendicò di aver dipinto una chiesa cubista, incontrò resistenze e incomprensioni, che però non arrestarono il cantiere. La geometria si confronta qui con la funzione delle immagini e con la loro capacità di parlare a una comunità.
In questa sezione gli accostamenti con le opere antiche acquistano particolare senso. La Madonna del Maestro Lucchese, il San Francesco di Margaritone d’Arezzo e il mosaico della Vergine orante del MAEC mostrano il terreno su cui Severini cercava una tradizione da interrogare e mettere alla prova, risalendo anche oltre Giotto, fino a modelli bizantini. Dai progetti svizzeri si torna infine alla Via Crucis e al mosaico di San Marco, opere che riportano il percorso nelle strade e nelle chiese di Cortona. Nelle stazioni della Via Crucis la forza espressiva non pare la medesima di quella ricercata nelle chiese svizzere, e talvolta la geometrizzazione sembra diventare solo un esercizio di stile. Infine, va piacevolmente evidenziato come questa ricca rassegna sia accompagnata da un catalogo con nuovi studi dedicati al pittore, dimostrando che è ancora possibile fare mostre che si pongano come punto di incontro tra intrattenimento, dialogo col territorio e ricerca. In ultimo si potrebbe dire: una mostra che fa bene agli occhi, ma anche al cervello e al cuore. Si scopre così come Cortona custodisca le tracce di un artista che, attraversando la modernità europea, continuò a cercare senza posa nelle proprie origini strumenti per comprenderla e darle forma. E la mostra Gino Severini. Modernità come dialogo è un’ottima occasione per riscoprire una personalità forse più silenziosa rispetto ad altre del primo Novecento, ma non per questo meno interessante.
L'autore di questo articolo: Jacopo Suggi
Nato a Livorno nel 1989, dopo gli studi in storia dell'arte prima a Pisa e poi a Bologna ho avuto svariate esperienze in musei e mostre, dall'arte contemporanea alle grandi tele di Fattori, passando per le stampe giapponesi e toccando fossili e minerali, cercando sempre la maniera migliore di comunicare il nostro straordinario patrimonio. Cresciuto giornalisticamente dentro Finestre sull'Arte, nel 2025 ha vinto il Premio Margutta54 come miglior giornalista d'arte under 40 in Italia.Per inviare il commento devi
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