Se un turista o un viaggiatore che esplora le terre del Sud Italia si trova in Calabria smarrito tra i sentieri dello Stilaro e s’imbatte in quello scrigno d’arte che è la Cattolica di Stilo, non trova soltanto un monumento ammirevole e molto ammirato, un unicum nella storia dell’architettura, appena restituito alla luce dopo un’importante serie di lavori: troverà, in realtà, molto, molto di più.
Rimane, sì, incantato dalla visione delle sue forme e dallo sfolgorio dei colori degli affreschi, ma (e non è poco) viene anche a conoscenza della vicenda di uno studioso trentino e della sua eccezionale avventura in Calabria, e soprattutto, l’ignaro viandante scopre qualcosa che non si aspetta, scopre il volto meno noto di una terra magica e davvero sorprendente. La notizia delle ultime settimane, infatti, è di quelle che scaldano il cuore: la gemma del bizantinismo calabrese il 29 luglio ha finalmente riaperto le porte.
Durante il cantiere, il monumento è stato chiuso, suscitando una certa apprensione nella comunità che così ha dimostrato un profondo attaccamento verso i propri beni culturali e la propria identità storica. Chiusura necessaria, tuttavia, per consentire l’espletamento di diversi lavori che, come ci racconterà meglio la direttrice Elisa Nisticò più avanti nell’articolo, hanno interessato, per esempio, le superfici, le murature e gli elementi architettonici, con l’integrazione di alcuni interventi finalizzati alla conservazione dei materiali storici e alla prevenzione dei fenomeni di degrado. I lavori avviati nel 2024 hanno, così, necessariamente previsto una estensione dei tempi di “consegna”. Per cogliere appieno il valore di questo monumento, anche in occasione di questa attesa riapertura, occorre riavvolgere il nastro del tempo, risalire la corrente fino a quel remoto 1889 che ne ha segnato la vera riscoperta, benché già prima, con Vito Capialbi e Heinrich W. Schulz, se ne conoscesse l’esistenza.
Immaginate quindi di venire catapultati nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e di conoscere da vicino un luogo del Sud e un uomo del Nord, quest’ultimo giunto da Rovereto avvolto da un alone di fascino. Con un incarico di Ispettore agli scavi e, a seguito della Legge Nasi del 1902, di Soprintendente (in anni, quindi, in cui si riformulavano i ruoli e la struttura del Ministero), Paolo Orsi, dopo un’importante esperienza siciliana approda finalmente in Calabria.
Nominato nel 1907 direttore del Museo di Siracusa e poi soprintendente alle Antichità della Calabria, ruolo che mantiene fino al 1924, Orsi dedica oltre un ventennio della sua vita all’esplorazione metodica del territorio calabrese, trasformando totalmente la percezione della storiografia e dell’archeologia della regione. Non dovete pensarlo come un tipico studioso da salotto, in giacca e cravatta, come ce ne sono tanti ai nostri tempi: dovete immaginare, invece, un uomo schivo, austero, totalmente dedito al suo lavoro: una professione, quella dell’archeologo, che grazie anche alla metodologia adottata da Orsi acquisirà nel tempo maggior consapevolezza scientifica.
Precipitato in una terra arsa e “arcaica”, com’era la Calabria in quegli anni terribili che precedono e seguono la prima guerra mondiale, Paolo Orsi attraversa la regione in lungo e in largo a dorso di mulo. È instancabile: dopo ore interminabili di scavo, Orsi passa i giorni e le notti, alla luce fioca di una lampada, a tracciare mappe, schizzi e annotazioni su decine di taccuini, quando ancora la luce elettrica non ha ancora fatto il suo ingresso in tutta la Calabria. È grazie alla fatica delle sue mani e al suo sguardo visionario se la Cattolica di Stilo viene strappata alla dimenticanza.
Ed è merito soprattutto di questo studioso trentino se è stata preservata, nel tempo, nella sua architettura originale (benché proprio Orsi ne abbia cambiato la struttura del portale d’ingresso). E tutto questo è successo affinché oggi chiunque ne varchi la soglia, anche soltanto per godere dei nuovi interventi di restauro, possa comprenderne la vicenda e il valore e si possa persino sorprendere di trovarsi davanti agli occhi il volto di una Calabria del tutto inattesa e sempre affascinante. Perché questa terra non è solo “l’altra faccia” della Grecia. La Calabria per secoli è stata il ponte tra l’Oriente bizantino e l’Occidente latino: due civiltà che continuano a guardarsi in special modo qui, in questa piccola chiesa sospesa ai piedi del monte Consolino, dove un “filo” storico, culturale e spirituale lega, in un unico itinerario di fede rupestre e di architettura medievale, la Cattolica ad almeno altre due realtà eccezionali del monachesimo italo-greco, San Giovanni Theristis (a Bivongi) e l’eremo di Monte Stella (a Pazzano).
“La Cattolica è sorta nella terrasanta del Basilianismo […]. Tutto, nella Cattolica, spira bizantinità: la sua struttura, l’organismo di pianta ed alzato, l’orditura policroma delle murate esterne, la selvetta delle cupole, lo sguardo volto allo Ionio, donde fin dal secolo VIII a. C. era venuta tanta luce di civiltà” (così Paolo Orsi). Infatti, se vogliamo ripercorrere la storia della Cattolica è indispensabile immergersi nel fenomeno del monachesimo italo-greco, impropriamente definito “basiliano” in riferimento alla regola di San Basilio Magno e scavare nella sua memoria per catapultarci nel momento esatto in cui l’Impero Bizantino va ad “inciampare” nell’ascesi di questi monaci. Tra il VI e il X secolo, la Calabria divenne il baluardo periferico dell’Impero Bizantino nel Sud d’Italia e, al contempo, un rifugio per i monaci in fuga sia dalle invasioni arabo-musulmane in Sicilia e Siria, sia dalle persecuzioni iconoclaste di Costantinopoli. La Vallata dello Stilaro si trasformò in un luogo di accoglienza, un distretto costellato di laure, eremi in roccia e piccoli cenobi.
La Cattolica emerge da questo humus spirituale. Il termine stesso “Catholicon” designava, nella tradizione bizantina, la chiesa principale di un complesso monastico o il centro di culto di un distretto eremitico: non una semplice chiesa, ma un perno liturgico riservato alle comunità monastiche. Anche la sua struttura, come appunto scriveva Orsi, si confà all’importanza strategica che ha avuto nel corso del tempo. Infatti la Cattolica di Stilo ha la forma di un cubo di soli sette metri per lato. Sopra l’edificio si trovano cinque piccole cupole, quella centrale rappresenta Cristo, mentre le quattro ai lati rappresentano i quattro evangelisti. I muri non sono in marmo, ma mostrano un raffinato disegno in mattoni di terracotta che cambia colore con la luce del sole.
L’interno, con la pianta a croce greca, si divide in nove spazi quadrati. Al centro, quattro colonne di recupero (provenienti da vecchi edifici romani) sorreggono la cupola principale. Una di queste colonne è montata al contrario: si tratta verosimilmente di un simbolo che rappresenta la vittoria del Cristianesimo sul Paganesimo. Sulle pareti e sulle colonne si trovano incisioni e decorazioni straordinarie come quelle scritte in arabo (caratteri cufici) che riportano formule religiose islamiche. Recenti studi spiegano che furono incise da artigiani arabo-siciliani o da mercanti di passaggio. Confermando così che la Calabria medievale era un punto d’incontro tra cultura bizantina, latina e islamica.
Ci sono anche iscrizioni greche e memorie che servivano sia per identificare i santi negli affreschi, sia per registrare eventi storici della comunità, come la morte di un abate, i terremoti o il passaggio di soldati. Le pareti affrescate sono sicuramente il punto di maggior pregio e raccontano la storia artistica della regione tra il X e il XV secolo attraverso diversi strati di pittura sovrapposti: si passa, infatti, dal X-XI secolo, dallo stile bizantino originario con figure di santi ed eremiti, al secolo XII-XIII secolo con affreschi raffinati raffiguranti il Cristo Pantocratore e i Padri della Chiesa greca, per finire a quelli del secolo XIII-XV secolo, dove emergono influenze dell’arte occidentale e tardo-gotica, come la celebre scena della Dormitio Virginis. Proprio qui, nell’affresco della Dormitio, c’è un dettaglio particolare e apocrifo, dove si vedono due mani mozzate attaccate al letto della Madonna: rappresentano la storia di Jephonias, un uomo che cercò di rovesciare il letto funebre della Vergine e venne punito da un angelo, per poi essere guarito dopo essersi pentito.
In definitiva, e anche alla luce di ciò che, in modo cursorio, abbiamo tracciato della Cattolica, è evidente quanto fosse ristretta la visione che si aveva della Calabria e della sua produzione artistica e architettonica. Prima dell’arrivo di Paolo Orsi era considerata principalmente una terra di “miti omerici” (che pure esistono) o un’appendice della Magna Grecia di cui si cercavano solo i resti. Orsi ribalta questa prospettiva, proprio come dicevamo, percorrendola con i pochi mezzi a disposizione, e mappandola in modo esteso, non solo nei grandi centri costieri, ma anche nelle zone interne, nelle valli impervie (come la Vallata dello Stilaro) e nelle aree montane del Pollino e della Sila.
Non si è limitato, dunque, ad intraprendere un’indagine sull’epoca greca o romana. Orsi è stato un pioniere nella riscoperta della Preistoria calabrese e dell’Alto Medioevo bizantino, epoche fino ad allora quasi del tutto ignorate. E non è stato, di certo, “soltanto” un archeologo di scavo, ma uno strenuo difensore del patrimonio culturale, sempre avverso al contrabbando di opere d’arte. Ha lottato, in anni difficilissimi, contro le ruberie degli scavatori clandestini e ha promosso alcune leggi di tutela statale. La sua opera in Calabria è culminata con la fondazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria (MArRC).
Per tornare al presente, la Cattolica è stata al centro di un intervento di conservazione e valorizzazione integrata che ha visto la chiusura prolungata del sito al pubblico. Abbiamo raggiunto la Direttrice Elisa Nisticò che ci ha illustrato le ragioni e i risultati del cantiere. “Il 29 luglio la Cattolica di Stilo”, ci dice, “ha riaperto al pubblico dopo un periodo di chiusura dedicato a lavori di restauro, manutenzione, miglioramento dell’accessibilità e potenziamento dei sistemi di sicurezza. La riapertura restituisce alla comunità e ai visitatori uno dei monumenti più rappresentativi della Calabria medievale, straordinaria testimonianza della cultura bizantina nell’Italia meridionale. Con le sue cinque cupole, la pianta centrale e la posizione dominante sul borgo di Stilo, la Cattolica rappresenta un luogo unico, nel quale architettura, storia e paesaggio si fondono in modo armonioso”.
Gli interventi hanno riguardato, spiega Nisticò, “la conservazione del monumento e il miglioramento complessivo dell’esperienza di visita, anche se i lavori non sono ancora terminati. Sono stati realizzati, finora, nuovi punti informativi, pensati per accompagnare il pubblico nella conoscenza della storia dell’edificio, delle sue caratteristiche architettoniche, delle decorazioni pittoriche e del rapporto con il territorio. Particolare attenzione è stata dedicata all’accessibilità fisica, sensoriale e cognitiva, attraverso apparati più chiari, leggibili e inclusivi, capaci di rendere il racconto del monumento comprensibile a un pubblico sempre più ampio. I lavori hanno inoltre interessato le superfici, le murature e gli elementi architettonici, con interventi finalizzati alla conservazione dei materiali storici e alla prevenzione dei fenomeni di degrado. Sono state introdotte nuove dotazioni per migliorare l’accoglienza e la gestione del sito, insieme a un sistema di videosorveglianza più efficiente, utile a garantire una maggiore tutela del bene e una maggiore sicurezza per visitatori e personale”.
Tutti gli interventi, conclude la direttrice, “sono stati realizzati nel rispetto del carattere monumentale e paesaggistico del luogo, cercando di integrare le nuove tecnologie e i nuovi servizi senza alterare l’identità storica della Cattolica. La riapertura non rappresenta quindi soltanto il ritorno alla normale fruizione, ma l’inizio di una nuova fase, fondata sull’incontro tra tutela, accessibilità, sicurezza e valorizzazione. Dal 29 luglio la Cattolica di Stilo torna così a essere pienamente un luogo vivo, aperto alla comunità, agli studiosi e ai visitatori, e nuovamente pronto a raccontare una delle pagine più affascinanti della storia calabrese”.
E allora, anche considerando le dichiarazioni della direttrice e il sopralluogo della nostra redazione, resta da chiedersi se davvero, alla fine del suo viaggio, un qualunque esploratore di terre e misteri che attraversi la nostra terra, la Calabria magica della Cattolica di Stilo, riuscirà a tornare a casa appagato. Sarà rimasto sorpreso di sentire la vicenda che abbiamo appena raccontato? Della storia di un archeologo che giunge da lontano, di una chiesetta perduta tra le valli, della bellezza di certi affreschi, della cura che tuttora si mette per custodirla… e chissà, forse si chiederà, quante altre storie, simili a questa, ci saranno ancora, se gli capiterà nuovamente di percorrere questi affascinanti sentieri.
Per chi ha voglia di conoscere e apprezzare questa terra basta, dunque, mettersi in cammino per scoprirla, senza la malizia di volerla depredare dei suoi tesori e delle sue infinite storie.
“La Calabria archeologica non è una terra da spogliare per arricchire le collezioni private, ma un libro di storia che va letto sul posto e restituito alla conoscenza di tutti”. (Paolo Orsi, dai taccuini di scavo)
L'autrice di questo articolo: Anna de Fazio Siciliano
Anna De Fazio Siciliano è una scrittrice, storica e critica d’arte, docente e redattrice specializzata nella comunicazione e nella divulgazione dell’arte. Nel corso della sua attività didattica ha insegnato Storia dell’arte antica e contemporanea, Estetica e Mercato dell’arte presso istituzioni accademiche. I suoi interessi comprendono la ricerca storico-artistica, la critica d’arte, la progettazione curatoriale e lo studio dei linguaggi dell’arte moderna e contemporanea. Durante il periodo di formazione presso la Galleria Borghese di Roma ha approfondito la diffusione del gusto egizio nell’arte italiana, a partire dalla decorazione della Sala Egizia del museo. A questo ambito di ricerca ha dedicato il volume Il gusto egizio, pubblicato da Pellegrini Editore. È autrice di saggi dedicati all’arte contemporanea e ai suoi protagonisti. La sua produzione comprende inoltre articoli, recensioni, interviste e testi critici per cataloghi e progetti espositivi. Recentemente il Direttore di Palazzo Madama di Torino, il Professore Giovanni Carlo Federico Villa ha presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino il suo volume dedicato alla tutela del patrimonio, Diario di bordo Scoppa, Frammenti di un patrimonio perduto, edito da Gangemi International e impreziosito in quarta di copertina da un commento di Salvatore Settis. Ha collaborato sia con contributi online che su cartaceo con riviste specializzate quali «Exibart», «Art e Dossier», «Finestre sull’Arte», affrontando temi legati all’arte antica, moderna e contemporanea, alla tutela del patrimonio culturale e alla presenza femminile nella storia dell’arte. Nel 2015 ha fondato Artpressagency, realtà attiva nei settori dell’ufficio stampa, della comunicazione culturale, della critica d’arte e dell’editing. Attraverso questa attività ha collaborato con musei, fondazioni, archivi, istituzioni culturali, curatori e organizzazioni impegnate nella produzione e nella promozione di mostre ed eventi artistici. È stata inoltre membro del Comitato tecnico-scientifico degli Archives Legales Amedeo Modigliani, del FATA Museum e del GAL delle Terre Locridee dedicando la propria attività alla ricerca, alla comunicazione e alla valorizzazione della figura di Amedeo Modigliani e del patrimonio storico-artistico italiano.Per inviare il commento devi
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