L’antiquariato estivo si ritrova da cinque anni a questa parte a Sarzana dove, era il 2023, il Comune decise di cavar fuori dai cassetti la sua Mostra Nazionale dell’Antiquariato, ospitata alla Fortezza Firmafede, dopo dieci anni di pausa: l’esperimento aveva funzionato (un po’ perché in pieno agosto Sarzana è città molto frequentata, un po’ perché gli orari, dalle 18 a mezzanotte, esortano molto più gli acquirenti alla partecipazione, un po’ per la formula che mischia antiquari di lungo corso, nuovi entrati, e anche una base di mercanti locali), quindi è stato replicato sempre con un certo successo. Quest’anno la mostra, curata, al solito, da Elisabetta Sacconi e come sempre organizzata dall’Associazione Sarzana Antiquaria insieme a Confcommercio La Spezia e al Comune di Sarzana, si tiene dal 14 al 23 agosto. La formula, anche per questa XXXVIII edizione della Mostra Nazionale dell’Antiquariato, resta quella di una mostra mercato fondata su di una gran varietà delle epoche, delle scuole e dei linguaggi rappresentati dagli espositori (si va dal Trecento fino al Novecento inoltrato, da pittura e scultura al design, dalla mobilia alle arti applicate).
E non andrà dimenticato che è anche il contesto a contribuire in modo sostanziale alla fisionomia della rassegna: la Fortezza Firmafede, costruita secondo modelli della cultura architettonica fiorentina del Rinascimento, offre un ambiente fortemente caratterizzato, con gli stand degli antiquari e le opere distribuiti tra le antiche cellette sui due livelli del complesso e nella galleria al secondo piano, intitolata a Fiorella Carelli Carozzi, figura importante della tradizione antiquaria sarzanese. Ne consegue, dunque, una scansione raccolta, fatta di ambienti di dimensioni contenute e di passaggi che permettono di avvicinarsi alle opere con una modalità diversa da quella di una grande fiera: più rilassata, più riposante, più attenta.
Il percorso comincia dalle cellette del piano terra, e s’apre subito con uno dei pezzi forti di questa edizione: la galleria milanese Sine Tempore, che è tra gli habitué della Mostra Nazionale dell’Antiquariato, si presenta con due dipinti di Domenico Fiasella (Sarzana, 1589 – Genova, 1669), una delle personalità centrali della pittura ligure del Seicento. Le due tele, due pendant, Abramo scaccia Agar e Rebecca ed Eleazaro, proposte complessivamente a 120mila euro, appartengono alla piena maturità del pittore e affrontano episodi tratti dalla tradizione biblica. Si tratta di due opere pubblicate nel 1974 da Piero Donati, la massima autorità su Fiasella, e che nel passato recente hanno fatto parte d’una importante collezione genovese: la prima composizione è identificata con la scena di Abramo che allontana Agar e Ismaele (anche se in occasione della mostra su Fiasella che s’è tenuta nel 2021 al Museo Diocesano di Sarzana è stato proposto d’associare la tela a un diverso episodio della Genesi: Rachele che nasconde gli idoli sottratti al padre Labano durante la fuga insieme a Giacobbe). Fiasella utilizza la luce per selezionare i personaggi e guidare la lettura, alternando zone illuminate e parti immerse nell’ombra. Particolarmente accurata è la resa dello scialle che avvolge Rachele, elemento nel quale il pittore concentra una parte rilevante della ricerca sui passaggi di luce e sulle superfici dei tessuti. Il secondo dipinto è invece dedicato all’incontro tra Rebecca ed Eleazaro: il servo di Abramo, incaricato d’individuare una moglie per Isacco, raggiunge un pozzo e incontra la giovane, la cui disponibilità a offrire acqua anche ai cammelli dell’uomo viene letta come il segno delle sue qualità e del destino che la attende. Anche in questo caso Fiasella costruisce la scena per piani successivi, affidando alla disposizione dei personaggi la profondità dell’immagine. Gli abiti, i tessuti e i dettagli decorativi contribuiscono alla definizione dell’ambientazione, con particolare attenzione ai merletti che ornano l’abbigliamento di Rebecca. Da sottolineare che di recente lo stesso Donati ha rilevato che, al contrario del dipinto con Abramo e Agar, interamente autografo (è opera da ascrivere alla produzione tarda del maestro, quando l’ormai anziano Fiasella subiva il fascino per Andrea De Ferrari, collega più giovane), quello con Rebecca ed Eleazaro potrebbe esser stato realizzato col concorso della bottega (secondo lo studioso, è interamente autografa in questo caso la figura di Eleazaro, mentre il resto del dipinto potrebbe esser stato eseguito da giovani collaboratori sotto la supervisione del maestro, e all’epoca transitarono per l’atelier di Fiasella nomi di gran rilievo, come Valerio Castello o Gregorio De Ferrari).
Sempre nello stand di Sine Tempore si trova una natura morta attribuita al Maestro dei vasi a grottesca, pittore anonimo attivo in Italia nella prima metà del Seicento, soprattutto tra Roma e l’Italia centro-meridionale. Il soggetto, caratteristico della sua produzione, ruota intorno a un vaso decorato con motivi all’antica e ornamenti a grottesca, inserito in una composizione floreale. La richiesta è di 22mila euro.
La presenza della scultura è rappresentata, tra l’altro, dalla galleria T. De Rizzoli Johnson di Lucca, dove s’ammira il pezzo più antico della mostra: una coppia di leoncini in marmo di provenienza veneta, databili tra XIV e XV secolo (trattativa riservata). Vicino, nello stand di Ad Res (La Spezia), si rende omaggio al territorio con alcune opere di Giuseppe Caselli (Luzzara, 1893 – La Spezia, 1976) particolarmente legato al paesaggio ligure e al territorio spezzino. Tra i dipinti figura una Marina alle Cinque Terre degli anni Trenta, opera tra le più interessanti della sua produzione, registrata nell’archivio dell’artista e già presentata in occasione della mostra dedicata alle opere di Caselli organizzata nel 2022 allo Spazio Startè della Spezia (trattativa riservata). È presente anche un Notturno a Portovenere, già venduto, che in passato era stato esposto nella mostra monografica dedicata al rapporto tra Caselli e Portovenere, organizzata nel 2016 nel quarantesimo anniversario della morte dell’artista.
Sempre al piano terra, Tempi Antichi di Ivan Rinaldi (Rimini), propone due opere di particolare interesse per qualità e dimensioni. La prima, l’opera probabilmente più costosa della fiera, è una grande tela di Lionello Spada (Bologna, 1576 – Parma, 1622), raffigurante Giuseppe e la moglie di Putifarre, richiesta 130mila euro. Il soggetto è tratto dalla Genesi e racconta il tentativo della moglie di Putifarre di sedurre Giuseppe, che reagisce cercando di sottrarsi alla donna. L’impianto della tela è dominato dal contrasto tra il fondo scuro e la luce che colpisce i protagonisti. Giuseppe, in piedi, tenta di liberarsi dalla presa della donna; lei, seduta sul letto, lo trattiene per il polso. I colori dei vestiti, i gioielli, il turbante e i dettagli dell’abbigliamento definiscono la differenza di rango tra i personaggi, mentre il trattamento dei tessuti e la resa anatomica contribuiscono alla tensione della scena. La pittura di Spada risente della lezione caravaggesca, assimilata dall’artista durante il suo percorso e rielaborata attraverso una sensibilità di matrice emiliana (non a caso la tradizione critica ha accostato il pittore al Merisi). La tela proposta a Sarzana trova inoltre un termine di confronto in un’altra versione del medesimo soggetto conservata al Palais des Beaux-Arts di Lille: la presenza di varianti e repliche per temi di successo era del resto una pratica documentata nella pittura del Seicento e consente di leggere l’opera anche nel quadro della produzione di bottega dell’epoca.
Lo stesso antiquario presenta un Trionfo di Galatea di Hans von Aachen (Colonia, 1552 – Praga, 1615), proposto a 20mila euro. Il dipinto conduce il visitatore in un ambiente completamente diverso: al centro della composizione la ninfa avanza su un cocchio marino circondata da ninfe, satiri, putti e figure impegnate in danze e attività musicali. La composizione, affollata ma costruita secondo un preciso equilibrio decorativo, appartiene al repertorio mitologico e sensuale legato alla cultura delle corti europee tra XVI e XVII secolo. Il supporto in tavola di rovere, inoltre, riconduce l’opera alla tradizione nordica e tedesca cui il pittore apparteneva. Hans von Aachen fu, infatti, una delle figure di spicco della cosiddetta Scuola di Praga, legata alla corte di Rodolfo II: la sua pittura è caratterizzata da figure allungate, movimenti ricercati, cromie preziose e soggetti mitologici.
Si sale al primo piano, con lo stand diviso tra Sofia Fine Art (Milano) e Odisseus Antiques (Naeka, Svezia), dove il pubblico incontra un curioso Ballo dell’orso di Giacomo Cipper e una Acquaiola dello spagnolo Francisco Díaz Carreño (Siviglia, 1836 – Madrid, 1903), datata 1862 e proposta a 6mila euro: il dipinto orienta l’itinerario della mostra verso la pittura ottocentesca, introducendo un soggetto legato alla rappresentazione della vita quotidiana (se ne troveranno altri nel prosieguo del percorso). Interessante anche una Madonna col Bambino della cerchia di Callisto Piazza (richiesta 8mila euro): il dipinto s’inserisce nella tradizione della pittura lombarda del Cinquecento.
La parte conclusiva del percorso si apre nella Galleria Fiorella Carelli Carozzi, dove la selezione degli espositori mette in evidenza anche la continuità tra antiquariato storico e arte moderna. Per la prima volta partecipa alla mostra uno dei pesi massimi del commercio d’arte italiano, la fiorentina Tornabuoni Arte, che per la sua prima partecipazione a questo nuovo corso della Mostra Nazionale dell’Antiquariato sceglie una formula essenziale: un solo lavoro, una Natura morta di Renato Guttuso (Bagheria, 1911 – Roma, 1987) del 1968. L’opera è firmata e autenticata dall’Archivio Guttuso nel 2014: come al solito, Tornabuoni decide di non far pubblicare i prezzi delle opere, ma lavoreremo per far cambiare prima o poi idea alla galleria. Nello stand vicino, la Casa d’Aste Sammarinese (Dogana, San Marino) presenta, tra le diverse proposte (dipinti per lo più sei e settecenteschi) una commode milanese databile intorno al 1780, proposta a 3.500 euro. L’arredo introduce una diversa categoria di collezionismo, quella del mobile storico, e conferma la varietà merceologica della manifestazione, dove la pittura, si sa, non rappresenta l’unico ambito di interesse.
Proseguendo nel percorso, Ars Antiqua (Milano) propone un gruppo di opere che attraversa diversi momenti della storia della pittura. E, nota di merito, è l’unico antiquario della manifestazione che, nelle didascalie, pubblica i prezzi delle opere. Tra queste ci sono due Scontri tra cavallerie attribuiti a Francesco Graziani detto Ciccio Napoletano (attivo a Napoli e a Roma, seconda metà del XVII secolo), artista dalla complessa vicenda critica anche per la presenza, nelle fonti, di più pittori riconducibili alla stessa famiglia: le due piccole tele, pubblicate nel volume dedicato alla pittura di battaglia del XVII e XVIII secolo curato da Patrizia Conigli Valente, sono offerte a 4.400 euro. Le composizioni appartengono a quel filone della pittura di battaglia in cui l’azione, la rapidità del movimento e la densità delle figure diventano elementi fondamentali. Sempre da Ars Antiqua si può vedere anche un Paesaggio campestre con figure del cosiddetto Maestro dell’Accademia Ligustica, proposto a 6mila euro. L’attribuzione è legata agli studi di Camillo Manzitti, che ha individuato un gruppo ancora ristretto di dipinti accomunati da caratteristiche stilistiche e cromatiche. Il quadro presenta un ambiente aperto, con uno specchio d’acqua, alberi, una torre in rovina e una costruzione rurale sullo sfondo. In primo piano alcune figure partecipano a una scena collettiva che sembra alludere a una festa, mentre altre presenze animano il paesaggio. La personalità del Maestro dell’Accademia Ligustica resta anonima, ma i confronti hanno consentito di inserirla nell’ambiente artistico genovese influenzato dalla presenza della comunità fiamminga nella prima metà del Seicento. Particolarmente significativi sono i rapporti stilistici con Cornelis de Wael e con Jan Wildens, protagonisti di una rete artistica che collegava Genova, Roma e i principali centri europei. La bottega dei fratelli de Wael fu uno dei punti di riferimento per gli artisti fiamminghi che passavano dalla penisola; proprio in questo ambiente si formarono o transitarono alcune delle esperienze che avrebbero contribuito alla trasformazione della pittura di paesaggio. Il dipinto esposto a Sarzana presenta elementi riconducibili a quel contesto: l’abitazione collocata in profondità, la presenza di figure impegnate in attività quotidiane e la costruzione luminosa del paesaggio. Sono caratteristiche che permettono di leggere l’opera non soltanto come un esempio di pittura di genere, ma anche come testimonianza dei rapporti tra la cultura figurativa nordica e quella ligure.
La pittura di paesaggio ritorna con la Mareggiata di Francesco Bosso (Vercelli, 1864 – Torino, 1933), datata 1925 e proposta a 3.800 euro, opera della fase matura dell’artista in cui la natura diventa il principale elemento narrativo (la superficie marina, la scogliera e il cielo attraversato dalle nubi sono trattati attraverso una pittura più libera rispetto agli esordi decorativi dell’artista) e il paesaggio assume una dimensione atmosferica più marcata, e con la Marina di Auguste Pernot (attivo nel XIX secolo) del 1846, proposta a 2800 euro, tela che si colloca nella lunga trasformazione del paesaggio europeo tra XVIII e XIX secolo, quando la natura smette progressivamente di essere soltanto lo sfondo della scena e acquista una propria autonomia.
Chi voglia acquistare opere di fine Ottocento a prezzi interessanti troverà sicuramente qualcosa allo stand di Campopiano (Treviso), che porta in mostra una selezione particolarmente articolata della pittura italiana tra macchiaioli e dintorni. Tra le opere figurano un Personaggio in abiti medievali di Raffaello Sorbi (Firenze, 1844 – 1931), proposto a 1.500 euro, e poi ancora un bozzetto (5mila euro) di Cristiano Banti (Santa Croce sull’Arno, 1824 – Montemurlo, 1904) che fu tra i primi rivoluzionari della macchia, uno dei padri della pittura macchiaiola, un piccolo ma gustoso Paesaggio di Telemaco Signorini (Firenze, 1835 – 1901), per cui la richiesta è di 6mila euro, e un bel Ritorno all’ovile di Alceste Campriani (Terni, 1848 – Lucca, 1933), 7mila euro. Il nucleo di Campopiano comprende anche una Veduta di piazza San Marco di Carlo Grubacs (Venezia, 1802 – 1870), il pezzo più importante dello stand (30mila euro). Il nome dell’artista d’origini ungheresi è strettamente associato alla tradizione della veduta veneziana, genere nel quale la precisione architettonica e l’attenzione alla resa urbana, trasfigurata tuttavia da forti effetti atmosferici, diventano strumenti per restituire l’immagine della città e dei suoi luoghi più riconoscibili.
Chiude la selezione Bonanomi Antiquariato (Moncalvo, Asti) con un gruppo che affianca pittura, arti decorative e oggetti di provenienza orientale. Si può cominciare, per omaggiare il territorio, con il ligure Giovanni Podestà (Genova, 1608 – 1673 circa), presente con un tema piuttosto frequente nella pittura del Sei e del Settecento, ovvero il putto che gioca con un uccellino (lo vediamo legato a una cordicella: in composizioni di questo tipo allude a temi come la fragilità della giovinezza o la caducità della vita), proposto a 3.500 euro, per poi spostare lo sguardo sulla vicina Sacra conversazione riferibile all’ambito di Bernardino Licinio, proposta a 25mila euro: una tela di grandi dimensioni dove la Vergine, che tiene il Bambino Gesù nudo sorreggendolo con la mano destra mentre riceve una corona di rose da san Giovannino, è accompagnata da santa Caterina d’Alessandria, san Pietro e santa Maria Maddalena, sullo sfondo d’un paesaggio montuoso. Da vedere anche la poutiche (un grande vaso ornamentale provvisto di coperchio) in pregiata porcellana Imari, prodotta in Giappone verso la metà del XIX secolo (richiesta 3.900 euro).
Qualche considerazione finale, cominciando dagli elementi positivi. Primo, la dimensione economica, che restituisce una fotografia piuttosto eloquente dei livelli del collezionismo cui si rivolge la fiera di Sarzana: accanto ad alcune opere di buon livello e di quotazioni più elevate, compaiono per lo più lavori accessibili con cifre ridotte, in grado di consentire un ingresso più graduale nel mercato dell’antiquariato. La mostra di Sarzana si presenta, come sempre, nella sua guisa di ambiente particolarmente adatto a un collezionismo entry level che trova alla Fortezza Firmafede un ambiente “protetto”, si potrebbe dire, in cui avvicinarsi in sicurezza a questo mondo affascinante, con anche la possibilità di portare a casa qualche acquisto molto soddisfacente a prezzi contenuti. Ecco: questa combinazione che associa una proposta per collezionisti di lungo corso e d’alto livello a una che invece si rivolge a pubblici potenzialmente nuovi è forse uno degli elementi più caratterizzanti della mostra, sicuramente da rafforzare e valorizzare. Secondo: gli allestimenti degli stand, rispetto alle edizioni precedenti, son decisamente migliorati. Sempre meno gli stand organizzati come fossero dei bric-à-brac, sempre più gli espositori che offrono al pubblico una selezione pulita e rigorosa, così che il visitatore abbia l’opportunità di concentrarsi sulle opere con la dovuta attenzione. Terzo: la sede, naturalmente, ch’è un valore aggiunto non da poco. L’architettura rinascimentale, le cellette e gli spazi della galleria finale contribuiscono a costruire una fiera che si visita come fosse una mostra, e dove la distanza tra osservatore e opera resta generalmente contenuta. È una modalità espositiva coerente con un’attività ch’è fondata sul rapporto diretto con gli oggetti, sulla loro provenienza, sulla qualità della conservazione e sul lavoro di studio che accompagna ogni attribuzione.
Ci sono poi aspetti rivedibili. Intanto, questa edizione, rispetto a quelle passate, ha perso un poco di respiro nazionale e ha visto aumentare la partecipazione degli antiquari locali, anche se non sempre la proposta è stata in grado di rimpiazzare adeguatamente le defezioni dei mercanti d’altre regioni. Alcuni degli antiquari locali non sono stati inoltre reperibili nel momento in cui abbiamo visitato la mostra per compilare questo reportage (tra le 19 e le 20:30 di ieri, quindi nel pieno dell’orario d’apertura che, ricordiamo, va dalle 18 alle 24: ecco, forse sarebbe bene che gli stand s’attrezzassero per garantire una presenza continuativa). Altro elemento discutibile: pochi gli antiquari che espongono didascalie della merce. Non ci riferiamo a chi decide d’esporre i prezzi (l’unico, come detto, è Ars Antiqua), ma proprio agli antiquari che, al quarto giorno di mostra, non avevano ancora marcato le loro opere con un’indicazione anche minima, fosse anche soltanto il soggetto di un dipinto. Certo: l’assenza d’ogni didascalia favorisce l’incontro fra il mercante e l’acquirente, ch’è per forza costretto a chiedere se vuole informazioni, ma d’altra parte può allontanare il potenziale cliente più timoroso o può confondere il nuovo arrivato o chi semplicemente ritiene che una mostra d’antiquariato non sia soltanto un commercio di opere d’arte ma sia anche un fatto culturale, e che dunque, al di là della dimensione della compravendita (che è e deve rimanere, naturalmente, la dimensione principale), esista anche una dimensione di conoscenza che dovrebbe essere, se non favorita, quanto meno assecondata e promossa. È questa, del resto, la direzione verso cui si muovono le grandi fiere internazionali, la direzione che molti antiquari stanno imboccando, dal momento che avere un’idea completa di quel che i mercanti vendono in una fiera è interessante per capire il mercato, la percezione dell’opera, il funzionamento del collezionismo: è, semplicemente, una cultura più contemporanea dell’informazione sul mercato, sempre più orientata a un contesto di conoscenza, trasparenza e accessibilità.
Infine, un appunto sulle mostre collaterali: da almeno un paio d’edizioni, la Mostra Nazionale dell’Antiquariato è infatti accompagnata da una mostra d’arte contemporanea nei sotterranei della Fortezza Firmafede. Non abbiamo fatto in tempo a visitare la mostra di quest’anno, ragione per cui non è possibile, né sarebbe corretto, formulare una valutazione sulla proposta attuale. È possibile tuttavia richiamare l’impressione restituita dall’edizione dello scorso anno, quando il percorso contemporaneo era apparso decisamente meno convincente e meno equilibrato rispetto al nucleo antiquario, sia per qualità della proposta, sia per coerenza del percorso, specie se rapportata alla maggior solidità della mostra commerciale. Si tratta, naturalmente, di una considerazione riferita all’edizione passata, e che non può in alcun modo esser trasferita automaticamente alla mostra in corso. Rimane però un aspetto centrale: l’apertura al contemporaneo può rappresentare sicuramente un’occasione per allargare il pubblico e imbastire un pas de deux tra sensibilità artistiche diverse e lontane nel tempo, ma affinché il confronto risulti efficace è necessario che il contemporaneo sia all’altezza dell’antico. Sarà allora soprattutto l’evoluzione della proposta nel tempo a dirci se la mostra collaterale riuscirà a trovare una fisionomia più precisa accanto alla mostra d’antiquariato, oppure se, al contrario, sarà possibile farne a meno.
Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta
Federico Giannini. Giornalista, co-fondatore di Finestre sull'Arte, direttore responsabile della testata. Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Per la tv è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5).
Ilaria Baratta. Giornalista, co-fondatrice di Finestre sull'Arte, caporedattrice della testata. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa in Lingue e Letterature Straniere.
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