Canova e la Maddalena ritrovata: l'opera che lo scultore dipinse per riparare un torto


Riemersa dopo essere stata a lungo considerata irreperibile, la tela fu dipinta da Canova a Possagno nel 1798-1799 e donata al conte Tiberio Roberti come risarcimento per la perdita della celebre versione in marmo, travolta dalle vicende napoleoniche. La galleria Carlo Orsi l’ha portata all’edizione 2026 della BIAF.

Nel febbraio del 1798, mentre le truppe francesi occupavano Roma, proclamavano la Repubblica Romana e traevano in arresto papa Pio VI, le autorità giacobine convocarono Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822) presso la Sezione delle Arti del Disegno dell’Istituto Nazionale. Allo scultore veneto fu chiesto di pronunciare un giuramento formale che conteneva la formula prescritta: “Giuro odio ai sovrani… ”. Canova, uomo mite e lontano dai fanatismi, profondamente legato all’ambiente pontificio e all’aristocrazia internazionale che frequentava la capitale, non perse la propria compostezza: si alzò semplicemente in piedi e rispose nella sua lingua natia con poche parole destinate a rimanere celebri: “Mi non odio nissun”.

Per l’artista, che aveva vissuto l’ingresso delle armate rivoluzionarie in Italia come un evento traumatico e che nel 1797 aveva assistito impotente alla drammatica caduta della sua Repubblica di Venezia, la pressione del nuovo regime segnò un punto di svolta. Se in un primo momento i generali francesi avevano fatto a gara nel distinguerlo ed “accarezzarlo”, la richiesta di quel giuramento e lo shock per il crollo dell’ordine politico e sociale in cui era vissuto lo spinsero alla fuga. Nel maggio del 1798 abbandonò pertanto Roma e si rifugiò nella quiete natia di Possagno, rimanendovi fino al novembre del 1799. In questo volontario esilio trevigiano, Canova decise di sospendere quasi del tutto l’attività scultorea per dedicarsi a una stagione pittorica eccezionale e intimista. È proprio all’interno di questa parentesi, nata come risposta personale alle drammatiche vicende della storia, che vide la luce la tela raffigurante la Maddalena penitente che la galleria Carlo Orsi ha portato all’edizione 2026 della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, con richiesta di 350mila euro.

Antonio Canova, Maddalena penitente (1798-1799; olio su tela, 105 x 81 cm)
Antonio Canova, Maddalena penitente (1798-1799; olio su tela, 105 x 81 cm)

L’opera, un olio su tela di 105 per 81 centimetri recentemente riemerso, studiato dal professor Fernando Mazzocca e restaurato nello studio milanese di Carlotta Beccaria, rappresenta un ritrovamento di primaria importanza per il catalogo assai esiguo dei dipinti canoviani. Ma la sua riscoperta è affascinante soprattutto perché ricompone una vicenda umana di amicizia, lealtà e riparazione d’onore nata a sua volta dalle turbolenze delle guerre napoleoniche. A Possagno, infatti, Canova ritrovò il conte Tiberio Roberti di Bassano: anni prima, il nobiluomo gli aveva commissionato la prima versione in marmo della Maddalena penitente, quella oggi conservata a Genova, a Palazzo Tursi. La sorte di Roberti era stata però segnata dalle stesse vicende belliche: nell’autunno del 1796 Napoleone aveva stabilito il proprio quartier generale proprio nella residenza dei Roberti a Bassano, travolgendo la famiglia in gravissime difficoltà economiche e costringendo il conte a rinunciare all’acquisto del marmo ormai terminato. Canova, sollecitato e cedendo alle lusinghe del generale francese Jean-François Julliot, finì per cedere la statua a quest’ultimo. Attraverso quel passaggio, il capolavoro marmoreo sarebbe poi giunto nella celebre collezione del conte Giovanni Battista Sommariva. Sommariva ne avrebbe fatto un’icona del collezionismo dell’epoca, arrivando a esporla a Parigi al Salon del 1808 all’interno di un allestimento quasi teatrale e misterioso: un cabinet foderato di seta scura e impreziosito da un grande specchio.

Consapevole del dispiacere arrecato all’amico e del sacrificio finanziario a cui il conte era stato costretto, Canova volle offrire a Roberti un risarcimento morale: durante il soggiorno a Possagno tra il 1798 e il 1799, dipinse dunque di propria mano la Maddalena penitente a olio e gliela donò, compensandolo della forzata rinuncia alla versione marmorea. La genesi del dipinto si colloca così all’incrocio perfetto tra due destini travolti dall’invasione francese: quello dello scultore fuggito da Roma e quello del mecenate bassanese caduto in disgrazia.

Come ha ricostruito la recente biografia di Francesco Leone (Antonio Canova. La vita e l’opera, 2022), la pittura costituì per l’artista una dimensione del tutto riservata e laterale rispetto alla scultura monumentale che gli dava la gloria internazionale. Benché si fosse autoritratto in gioventù e avesse appreso la tecnica a Roma nello studio di Pompeo Batoni (maestro verso cui nutriva un’autentica devozione, pur prendendone bonariamente in giro la bigotteria nei suoi Quaderni di viaggio) Canova considerava i propri quadri un esercizio privato. Rifiutava categoricamente di venderli, perfino di fronte a offerte pecuniarie ingentissime, preferendo conservarli o donarli a una ristretta cerchia di affetti, come l’ambasciatore Girolamo Zulian o il principe Abbondio Rezzonico.

Di norma, inoltre, lo scultore utilizzava la pittura come palestra sperimentale preliminare prima di affrontare il marmo: un procedimento ben evidenziato dalle numerose Veneri di gusto tizianesco e giorgionesco eseguite a Possagno per mettere a punto la posa della celebre Paolina Borghese come Venere Vincitrice. Nel caso della Maddalena penitente per Tiberio Roberti, il processo fu invece diametralmente opposto: non si trattò di uno bozzetto pittorico preparatorio, bensì, come spiega Mazzocca, “di una trascrizione pittorica molto fedele del profilo della famosa scultura”. Il confronto tra la statua Sommariva oggi a Genova e la tela ritrovata mostra una fedeltà sorprendente nel profilo e nell’impostazione: “La posizione è un po’ diversa”, spiega Mazzocca, “ma conserva i motivi della figura genuflessa col capo reclinato. Anche le braccia sono diversamente atteggiate, come le mani, ma i piedi sono praticamente identici”. Si tratta, quindi, di un procedimento che parte dalla scultura per approdare alla pittura, contrariamente a quanto era solito fare Canova A questa resa scultorea si sovrappone inoltre il ricordo dell’importante viaggio compiuto da Canova nel nord Europa proprio tra il 1798 e il 1799, quando visitò le raccolte d’arte di Vienna, Monaco, Potsdam e Dresda. “A Dresda”, ricorda Mazzocca, “rimase particolarmente colpito dalle opere di Correggio, e la produzione pittorica di questi anni rivela un evidente omaggio all’ideale di grazia del maestro emiliano”.

Antonio Canova, Maddalena penitente (1793-1796; marmo e bronzo dorato, 95 x 70 x 77 cm; Genova, Musei di Strada Nuova, Palazzo Bianco, sale in Palazzo Tursi)
Antonio Canova, Maddalena penitente (1793-1796; marmo e bronzo dorato, 95 x 70 x 77 cm; Genova, Musei di Strada Nuova, Palazzo Bianco, sale in Palazzo Tursi)

A rendere ancor più solida e affascinante la storia della tela è la rigorosa sequenza di testimonianze documentarie che ne ha accompagnato i passaggi fin dall’origine. La prima traccia risale a una nota d’archivio del 1799 firmata da Francesco Zardi, detto “Fantolin”. Zardi era il fratello di Angela Zardi, la madre di Canova, la quale, rimasta vedova, si era risposata quasi subito abbandonando il figlio alle cure del nonno paterno Pasino. Nel documento, lo zio “Fantolin” segnava di aver saldato il costo di “due soasi” (ossia due cornici) in legno di “nogara”, cioè di noce, destinate al dipinto del nipote. La tela riemersa si conserva tuttora perfettamente inserita in quella sua cornice originale di noce del 1799.

In seguito, l’opera è citata nell’Abbozzo di biografia del 1805-1806 e ricordata nel 1823 nelle Memorie di Giuseppe Falier, il quale confermava che “la Maddalena si conserva in Bassano, presso il co. Roberti” e aggiungeva che lo scultore non si era mai lasciato sfuggire di mano altri quadri “quantunque più volte sollecitato da generose offerte”, elogiando le tele di Possagno come capaci di contendere gli allori a Tiziano e Paolo Veronese. Ricordata anche nella monografia di Missirini del 1824, la tela figurava nel catalogo ragionato di Giuseppe Pavanello del 1976 con la sigla D32 ed era classificata come irreperibile. Per decenni, infatti, gli studiosi ne avevano potuto intuire le forme soltanto attraverso una copia dipinta da Luigia Giuli (pittrice dilettante e governante della casa romana di Canova, oggi conservata all’Accademia di San Luca a Roma) e tramite una bella incisione a bulino di Antonio Zecchin tratta da un disegno di Carlo Panoli.

Il recupero del dipinto originale ne restituisce la complessa carica emotiva ed estetica. Il tema della Maddalena fu per Canova un vero campo di ricerca, sospeso tra la dimensione del sacro e la sensualità profana. Un soggetto esplorato in molteplici declinazioni: dalla prima statua Sommariva alla seconda replica marmorea eseguita nel 1809 per il viceré Eugenio di Beauharnais per la Villa Reale di Milano (oggi all’Ermitage di San Pietroburgo), fino alla diversa e drammatica invenzione della Maddalena giacente, scolpita per il primo ministro britannico Lord Liverpool, anch’essa ritenuta scomparsa e ritrovata solo di recente in una collezione privata.

La tela, presentata per la prima volta nel 2022 in occasione della mostra Canova e la pittura. La Maddalena penitente, un dipinto ritrovato al Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno, a cura di Mario Mascotto e Vittorio Sgarbi con il contributo di Fernando Mazzocca e la collaborazione della stessa galleria Carlo Orsi di Milano che quest’anno l’ha portata alla BIAF, permette di riscoprire un Canova insolito, e cioè un artista che, nel momento più buio del proprio percorso politico e personale, trovò nella pittura il linguaggio intimo con cui trasformare la ferita della guerra e il debito verso un amico in un gesto di straordinaria poesia.




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