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Due attribuzioni a Caravaggio in 24 ore! Terzaghi propone il Giovane con caraffa di rose, Papi un ritratto

di Redazione 08/11/2026

Categorie: Arte antica / Argomenti: Seicento - Caravaggio - Arte antica


Due nuove attribuzioni a Caravaggio in appena 24 ore, un record: Maria Cristina Terzaghi riconosce in un dipinto ritrovato a Parigi l’originale perduto del Giovane con caraffa di rose, finora noto solo da copie. Ieri, invece, Gianni Papi aveva attribuito a Merisi un ritratto passato anni fa da Dorotheum come scuola toscana del Cinquecento.

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Due nuove attribuzioni a Caravaggio in appena ventiquattro ore: un record, ed è accaduto tra ieri e questa mattina. Ieri, 7 novembre, a Montepulciano, lo storico dell’arte Gianni Papi ha attribuito a Michelangelo Merisi un ritratto di giovane che era passato diversi anni fa in asta da Dorotheum come opera di scuola toscana del XVI secolo. Il giorno dopo, l’8 novembre, Maria Cristina Terzaghi ha annunciato attraverso Repubblica di aver riconosciuto in un dipinto conservato in Francia l’originale del Giovane con caraffa di rose, un’opera che fino a oggi si conosceva solo attraverso le copie e che si cercava da più di un secolo, anche se, come si vedrà più avanti, la notizia della sua scoperta era già stata anticipata nel gennaio 2025 dalla rivista spagnola Ars Magazine.

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Le due proposte, però, arrivano con un livello di documentazione molto diverso. Papi ha presentato la sua al convegno L’identità ritratta agli albori del Seicento, che si è tenuto ieri alla Pinacoteca Civica di Montepulciano, anche se l’organizzazione ha interrotto la diretta streaming proprio all’inizio del suo intervento, e gli argomenti nel dettaglio verranno resi noti soltanto con la pubblicazione degli atti. Fino ad allora la proposta resta una ipotesi annunciata.

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Attr. a Caravaggio, Ritratto di giovane (olio su tela, 41 x 31 cm)
Attr. a Caravaggio, Ritratto di giovane (olio su tela, 41 x 31 cm)

Terzaghi, invece, nel suo intervento su Repubblica ha pubblicato alcuni elementi, anche se la scoperta era già stata anticipata nel catalogo della mostra Caravaggio 2025, dove la studiosa, nel discutere la vicinanza tra il Ragazzo morso da un ramarro e il Giovane con la caraffa di rose (opera, quest’ultima, di cui non si è mai conosciuto l’autografo, e di cui sono però note diverse copie), scriveva: “Conosco una quinta versione di qualità altissima, da me riconosciuta come autografa, conservata in Francia, in una collezione privata (olio su tela, 66 x 52,5 cm). È possibile tracciare la provenienza della tela a partire dal sequestro della raccolta del Cavalier d’Arpino nel 1607, passando per la collezione Borghese, dove rimase fino almeno al 1831. Dal 1909, essa è presente a Parigi nelle raccolte di un celebre libraio. Darò conto di tutti i passaggi e dei dettagli sul dipinto in un testo di prossima pubblicazione”. Stando a quanto trapelato all’epoca, il saggio avrebbe dovuto intitolarsi Caravaggio “Forever Young”: il Giovane con caraffa di rose e in una prima bozza di quel catalogo che circolò nei primi giorni della grande mostra di Palazzo Barberini veniva dato come in corso di stampa nel 2025 (nella versione definitiva del catalogo, tuttavia, l’indicazione bibliografica era stata ritirata). E qualcuno se n’era accorto: Giuseppe Frangi, recensendo la mostra su Alias, scriveva: “Tra l’altro è una stagione di Caravaggio che potrebbe presto arricchirsi di una nuova riemersione, annunciata da Terzaghi in una nota del suo saggio: è Il giovane con una caraffa di rose, opera conosciuta sinora in quattro versioni. Una quinta rintracciata in una collezione privata in Francia per la studiosa potrebbe essere quella autografa e sarà materia di una prossima pubblicazione”.

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Il dipinto di Terzaghi è stato trovato per caso, come lei stessa racconta nell’incipit romanzesco del suo articolo: “Mi sono trovata davanti a questo magnifico Giovane con caraffa di rose in una grigia giornata d’inverno, nel retrobottega di una galleria parigina. Benché coperto di sporcizia, ho subito riconosciuto il dipinto di Caravaggio che da quasi un secolo ha fatto sognare”. Della composizione esistono quattro copie antiche note, una delle quali si trova all’High Museum di Atlanta, e sono state proprio queste copie ad alimentare per decenni il sospetto che l’originale esistesse ancora. Aveva già descritto il dipinto, oltre trent’anni dopo averlo visto, Giovanni Baglione, pittore e rivale di Caravaggio: “Dipinse una caraffa di fiori con le trasparenze dell’acqua, e del vetro, e co’ i reflessi della finestra d’una camera, sparsi li fiori di freschissime rugiade”. Il dipinto era stato realizzato per il cardinal Del Monte, mecenate del giovane Merisi.

Attr. a Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (olio su tela, 66 x 52,5 cm)
Attr. a Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (olio su tela, 66 x 52,5 cm)

Secondo la studiosa la qualità della pittura del dipinto da lei rinvenuto è “altissima, apprezzabile non solo nell’invenzione compositiva: un magico accordo di giovinezza (il ragazzo in camicia e le rose in boccio), ma anche nello straordinario volto del ragazzo, negli occhi umidi, nei bianchi cangianti della camicia, e nella meravigliosa natura morta, non lascia dubbi sull’autografia della tela. Essa va immediatamente a collocarsi tra i capolavori di un Caravaggio ventenne da poco giunto a Roma da Milano, riconsegnando tutte le altre versioni allo statuto di copia”.

Terzaghi è al lavoro su questo dipinto da tre anni. Stando alla sua ricostruzione, il quadro si trovava a Parigi almeno dall’inizio del Novecento e apparteneva a un libraio. Nel 1909 la vedova lo mise all’asta come opera di un anonimo pittore italiano, e in quell’occasione fu acquistato dagli antenati degli attuali proprietari. La composizione, però, era nota e apprezzata già ai tempi di Caravaggio. Il primo agosto 1607 compare nell’elenco dei dipinti di Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, pittore e imprenditore nella cui bottega Merisi aveva lavorato per otto mesi intorno al 1596. Arpino era stato processato con l’accusa di aver sfregiato brutalmente un collega, Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, e per sfuggire alla giustizia pontificia ottenne la libertà in cambio della confisca della sua collezione, che passò a papa Paolo V (il pontefice la donò subito al nipote, il cardinale Scipione Borghese). Nel 1693 la tela è ancora documentata alla Galleria Borghese, nella stessa sala del Fruttaiolo, l’altro celebre dipinto di Caravaggio che si trova tuttora nel museo (oggi è noto come il Giovane con canestra di frutta). Restò presso i principi Borghese fino al 1831, come attestano alcune copie ottocentesche, dopodiché quell’anno fu esclusa dal fedecommesso, il vincolo che l’avrebbe legata per sempre alla raccolta, e poté quindi lasciare la collezione. La ricostruzione di Terzaghi si ferma qui: manca l’anello che unisce l’Italia alla Francia.

La studiosa, come anticipato, collega il dipinto a un’altra opera giovanile di Caravaggio, il Ragazzo morso dal ramarro, al quale è vicino sia per l’idea sia per la forma. In passato, quando il Giovane con caraffa di rose era noto solo dalle copie, era già stato ipotizzato che i due quadri appartenessero a una serie allegorica dei cinque sensi, un tema diffuso nelle botteghe che Caravaggio frequentò appena arrivato a Roma. In questa lettura il Ramarro rappresenterebbe il tatto e il Giovane con caraffa di rose l’olfatto.

Sappiamo da Giulio Mancini, medico, amico e biografo di Caravaggio, che il Ragazzo morso dal ramarro era stato dipinto “per vendere”, cioè per il mercato e non per un committente preciso, sulla scia del successo che le sue mezze figure stavano ottenendo nell’ambiente artistico romano. Secondo Terzaghi, la grande somiglianza tra le due opere fa pensare che anche il Giovane con caraffa di rose abbia avuto la stessa origine e la stessa destinazione, e che sia stato dipinto subito dopo, tra il 1596 e il 1597. I contemporanei consideravano il Ramarro il quadro che aveva reso famoso Caravaggio: all’inizio il pittore ne ricavò poco, ma presto la tela raggiunse prezzi altissimi.

Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (XVIII secolo; olio su tela, 67,3 x 51,8 cm; Atlanta, High Museum)
Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (XVIII secolo; olio su tela, 67,3 x 51,8 cm; Atlanta, High Museum)
Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (Lugano, Collezione privata)
Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (Lugano, Collezione privata)
Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (XVIII o XIX secolo; olio su tela, 65,7 x 51,5 cm; Collezione privata)
Da Caravaggio, Giovane con caraffa di rose (XVIII o XIX secolo; olio su tela, 65,7 x 51,5 cm; Collezione privata)

Terzaghi vede però tra i due dipinti anche una differenza. Nel Ramarro la reazione improvvisa del ragazzo è così forte da mettere quasi in secondo piano la natura morta, mentre il Giovane con caraffa di rose ha un tono più calmo e un volto venato di malinconia. Al centro ci sono le rose, che nella poesia barocca erano il simbolo dell’amore per eccellenza. Tra boccioli e fiori ormai sfioriti, scandiscono il tempo che passa, e le spine richiamano l’ambivalenza di un amore che attrae e allo stesso tempo ferisce. Secondo la studiosa il dipinto si presta a più livelli di lettura e, nel dolore per la giovinezza che finisce, anticipa già il dramma del Caravaggio maturo.

La notizia di questo ritrovamento, ad ogni modo, circolava da tempo. Il 30 gennaio 2025 la rivista spagnola Ars Magazine, in un articolo firmato da Fernando Rayón, aveva scritto che circa un anno prima un’importante famiglia francese aveva dichiarato di possedere un dipinto di Caravaggio di 67,5 per 52,5 centimetri. Secondo la rivista, la famiglia aveva incaricato un non meglio precisato storico dell’arte di ricostruire la provenienza dell’opera, che sarebbe risultata registrata negli inventari della collezione di Napoleone Bonaparte e, prima ancora, nella collezione Borghese, imparentata con la famiglia imperiale francese per via di matrimonio: sarebbe probabilmente questo, dunque, il collegamento tra Francia e Italia. Il quadro era stato poi confrontato con le numerose copie del Giovane con caraffa di rose.

L’articolo spagnolo presenta però alcune differenze rispetto alla ricostruzione di Terzaghi. Ars Magazine datava l’opera intorno al 1592-1593, mentre la studiosa la colloca nel 1596-1597. Inoltre la rivista parla di un passaggio dalla collezione napoleonica, di cui non c’è traccia nella ricostruzione pubblicata ora, che segue il dipinto dai Borghese fino all’asta parigina del 1909. Già allora la rivista riferiva che il quadro era in buono stato di conservazione, che si stava valutando un leggero restauro e che i maggiori esperti di Caravaggio si erano espressi a favore dell’attribuzione. Aggiungeva infine che il Louvre non si sarebbe lasciato sfuggire facilmente l’opera, e concludeva l’articolo annunciando che... la bomba stava per scoppiare. Ora che il dipinto è stato reso noto, resta da capire che cosa ne sarà.

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