di Redazione 16/10/2026
Categorie: Arte antica / Argomenti: Seicento - Guido Reni - Arte antica
Un importante lavoro di Guido Reni, il Ritratto del cardinale Giacomo Sannesi, dipinto nel 1609 e rimasto a lungo sotto un’attribuzione errata, è stato acquistato dallo Städel Museum di Francoforte. L’opera era stata venduta a giugno da Christie’s a New York per 355.600 dollari.
Colpo dello Städel Museum di Francoforte che acquista un importante ritratto di Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642), quello del cardinale Giacomo Sannesi. L’opera, rimasta per lungo tempo sotto un’attribuzione errata, è stata recentemente riscoperta e acquisita dal museo tedesco attraverso una vendita di Christie’s a New York nel giugno 2026, nell’ambito dell’asta intitolata A Lifelong Pursuit: Old Masters from a Distinguished Private Collection. Il dipinto ha raggiunto un prezzo di 355.600 dollari (317mila euro), a fronte di una stima compresa tra 100 e 150mila dollari (89-133mila euro).
Nel dipinto, il cardinale Sannesi guarda direttamente chi osserva il suo ritratto. Il volto, incorniciato da una folta capigliatura nera, emerge con forza dall’abbigliamento ecclesiastico: una veste con colletto bianco, un rocchetto appena visibile nella parte inferiore sinistra e una mozzetta rosa, la mantellina corta abbottonata tradizionalmente indossata dai cardinali. È soprattutto lo sguardo a dominare la composizione, concentrando in un’espressione insieme essenziale ed eloquente l’attenzione di chi si trova davanti alla tela.
A dipingere questa immagine fu Guido Reni nel 1609, durante il suo primo soggiorno romano. La riscoperta della paternità di Reni restituisce un’opera di particolare interesse per la conoscenza della sua attività giovanile a Roma. Secondo la scheda storico-artistica pubblicata in occasione della vendita, si tratta infatti dell’unico ritratto superstite identificato con certezza tra quelli realizzati dal pittore durante il suo primo periodo romano, collocabile approssimativamente tra il 1601 e il 1614. Il quadro è inoltre collegato a un pagamento registrato nel libro dei conti dell’artista il 17 novembre 1609, quando Reni ricevette otto scudi e mezzo per “un ritratto fatto da Guido [Reni] et ritocato del Car[dina]le Sanesio”. Il documento contabile costituisce un riferimento fondamentale per la storia dell’opera: non si tratta soltanto di una testimonianza della sua realizzazione, ma di un riscontro che permette di collegare il dipinto conservato oggi a Francoforte a una commissione registrata durante la vita dell’artista. Il ritratto era stato eseguito per lo stesso Sannesi e, secondo la ricostruzione della provenienza, rimase presso il cardinale e i suoi eredi fino al 1724.
Anche la letteratura artistica antica conserva una traccia del dipinto. Carlo Cesare Malvasia, nella sua biografia di Reni, annoverò l’opera tra i circa dodici ritratti del pittore allora presenti nelle raccolte romane. La tela era dunque conosciuta nella tradizione biografica dell’artista, ma la sua identificazione si perse successivamente, fino a quando il dipinto riapparve sul mercato antiquario con un’attribuzione alla scuola romana del Seicento. La svolta avvenne nel 2004, quando il quadro fu messo in vendita da Sotheby’s a Londra, il 9 dicembre, al lotto 174: il catalogo lo indicava come opera della scuola romana della prima metà del XVII secolo e lo descriveva semplicemente come il ritratto di un cardinale. Fu in quella circostanza che lo storico dell’arte Erich Schleier identificò il personaggio con Giacomo Sannesi, attraverso il confronto con una copia antica conservata nel municipio di Belforte del Chienti, nelle Marche, città natale del prelato. La copia reca lo stemma del cardinale, un elemento che consentì di riconoscere il soggetto raffigurato.
Dopo la vendita londinese, il dipinto passò alla Galerie Canesso di Parigi, dove si trovava già nel 2006, e fu acquistato dall’ultimo proprietario, che lo ha messo in vendita da Christie’s, circostanza che ha permesso il suo ingresso nelle collezioni dello Städel Museum, che aggiunge così al proprio patrimonio un’opera legata a una fase cruciale del percorso di Reni.
Giacomo Sannesi era stato nominato cardinale nel giugno 1604 da papa Clemente VIII, grazie al sostegno del suo protettore, il cardinale Pietro Aldobrandini. La sua posizione nella curia romana cambiò dopo l’elezione di Paolo V Borghese nel 1605, che segnò la perdita d’influenza della fazione legata agli Aldobrandini. Sannesi fu allora inviato a Orvieto e rientrò a Roma nel 1607, ufficialmente per ragioni di salute. Pur senza occupare una posizione di primo piano nella vita politica romana, il cardinale aveva raccolto entro il 1609 una collezione d’arte considerata particolarmente selettiva: il nucleo più celebre era costituito dai dipinti di Caravaggio, tra i quali figurava la prima versione rifiutata della Conversione di san Paolo, realizzata per la cappella Cerasi e oggi nella collezione Odescalchi Balbi a Roma.
Il rapporto tra Sannesi e Reni presenta, in questo contesto, un elemento particolarmente interessante: il pittore era ormai strettamente associato al cardinale Scipione Borghese, legato alla fazione avversaria degli Aldobrandini. La realizzazione del ritratto di un prelato vicino a quest’ultima famiglia è stata interpretata dallo studioso Lorenz Sickel come un possibile gesto diplomatico: un incarico artistico che, oltre alla funzione celebrativa, avrebbe potuto contribuire a mantenere relazioni tra ambienti rivali della politica ecclesiastica.
Il dipinto sembra aver assunto presto il ruolo di effigie ufficiale del cardinale, e una conferma della sua reputazione si trova in un album di ritratti cardinalizi compilato intorno al 1690 dal cardinale Celestino Sfondrato e conservato presso la Biblioteca Vaticana. Sfondrato selezionò immagini che evidentemente considerava di particolare qualità artistica, e il ritratto di Sannesi fu incluso nella raccolta. Nello stesso album compare anche una copia da un Ritratto di cardinale di Scipione Pulzone, tradizionalmente identificato con Giacomo Savelli (1522-1587) e oggi conservato alla National Gallery di Londra, con numero d’inventario NG1048.
La data del 1609 colloca il dipinto in una fase decisiva dello sviluppo artistico di Guido Reni. In quegli anni il pittore stava elaborando un linguaggio nel quale si confrontavano l’influenza di Caravaggio e quella di Annibale Carracci. Il ritratto si colloca cronologicamente tra la tela San Pietro penitente rimproverato da san Paolo, conservata alla Pinacoteca di Brera a Milano, e la Strage degli innocenti del 1610-1611, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. Anche sul piano stilistico, la scheda individua un confronto significativo tra il volto del cardinale e quello di san Paolo nella tela di Brera: la struttura dei lineamenti e la folta capigliatura nera di Sannesi trovano infatti un parallelo nella figura del santo. La modellazione del volto, la tavolozza sobria e il formato concentrato del ritratto riflettono una fase nella quale Reni si muoveva ancora entro un linguaggio influenzato tanto da Caravaggio quanto da Annibale Carracci.
Questa vicinanza stilistica contribuì probabilmente a rendere meno riconoscibile l’autore del dipinto nei secoli successivi. Quando la tela entrò nella collezione del patrizio ginevrino Jean de Sellon, verosimilmente in seguito a un viaggio in Italia compiuto a metà degli anni Ottanta del Settecento, venne attribuita proprio ad Annibale Carracci. L’attribuzione è documentata da un’iscrizione sul retro, risalente alla fine del XVIII secolo.
Un inventario precedente, tuttavia, aveva conservato correttamente il nome di Reni. Nel 1755, quando il dipinto apparteneva ancora alla raccolta del marchese Emilio De’ Cavalieri a Roma, fu descritto come “un ritratto di un cardinale di Guido Reno” e valutato cento scudi. Si trattava di una cifra considerevole, che collocava il quadro tra le opere di maggior valore dell’intera collezione. La discrepanza tra questo documento e l’attribuzione successiva ad Annibale Carracci mostra come la memoria dell’autore, pur essendo stata conservata in una fase della storia collezionistica, sia andata perduta nel passaggio da una raccolta all’altra.
La provenienza ricostruita per l’opera permette di seguire una parte del suo percorso attraverso diverse collezioni europee: dopo la commissione da parte di Sannesi e la permanenza presso i suoi eredi fino al 1724, il dipinto passò al marchese Emilio De’ Cavalieri, morto nel 1754, e rimase nella sua famiglia. Successivamente entrò nella raccolta del conte Gaspard de Sellon (1702-1785), nel castello di Allaman, in Svizzera, per poi passare a Jean de Sellon, morto nel 1810, tra il castello di Allaman e Ginevra, e ai suoi discendenti. La tela riapparve quindi sul mercato londinese nel 2004, quando era ancora classificata come opera della scuola romana. La conferma dell’attribuzione a Guido Reni è stata sostenuta anche da studiosi che hanno esaminato direttamente l’opera o ne hanno valutato le immagini. Keith Christiansen ha avallato l’attribuzione dopo un’ispezione dal vivo, in una comunicazione verbale a Christie’s del 16 aprile 2026. Daniele Benati e Bastian Eclercy hanno espresso il proprio consenso sulla base di fotografie, con comunicazioni scritte del 5 maggio 2026. Eclercy ha inoltre fornito ulteriore bibliografia utile alla ricostruzione storico-artistica.
Con l’acquisizione da parte dello Städel Museum, il ritratto torna dunque a essere riconosciuto come un’opera documentata di Guido Reni, realizzata nel 1609 e legata alla vita della curia romana durante il pontificato di Paolo V. La sua vicenda mette in evidenza quanto le attribuzioni possano cambiare nel corso del tempo e quanto siano importanti il confronto tra le opere, la documentazione d’archivio e la storia delle collezioni per ricostruire l’identità di un dipinto. In questo caso, il libro dei conti dell’artista, l’antica copia conservata a Belforte del Chienti, l’inventario della raccolta De’ Cavalieri e l’album cardinalizio di Sfondrato costituiscono tasselli distinti di una storia che, dopo secoli, ha permesso di restituire il ritratto al suo autore.
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