È scomparso a Milano lo 3 luglio, all’età di 84 anni, il regista, artista e architetto Yervant Gianikian, figura di riferimento del cinema sperimentale internazionale e protagonista, insieme ad Angela Ricci Lucchi (venuta a mancare nel 2018) di una delle più originali ricerche artistiche sul linguaggio cinematografico del secondo Novecento. A dare notizia della sua scomparsa è la Biennale di Venezia. Gianikian è stato uno degli autori che più profondamente hanno saputo interrogare la memoria delle immagini, trasformando il recupero dei materiali d’archivio in una riflessione storica, politica ed etica.
La Biennale di Venezia ha espresso il proprio cordoglio attraverso un messaggio firmato dal presidente, dal direttore generale, dalla responsabile dell’Archivio Storico, dal direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dal Consiglio di amministrazione e dall’intera istituzione. Nel ricordo diffuso dalla Biennale, Gianikian viene definito un maestro del cinema sperimentale e delle arti visive: proprio alla Biennale, Gianikian aveva vinto nel 2015 il Leone d’Oro per il Padiglione Armenia insieme ad Angela Ricci Lucchi.
Il rapporto tra Gianikian e la Biennale di Venezia ha attraversato mezzo secolo di storia culturale. Dal 1976 al 2025 il regista è stato presente numerose volte alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con le opere realizzate insieme ad Angela Ricci Lucchi, mentre ha partecipato alla Biennale Arte nelle edizioni del 2001, del 2013 e del 2015.
Particolarmente significativo è stato il percorso degli ultimi anni, segnato dalla presentazione dei tre capitoli de I diari di Angela – Noi due cineasti, dedicati ad Angela Ricci Lucchi, che era sua moglie, dunque compagna di vita e di ricerca artistica. I film sono stati presentati alla Mostra del Cinema nel 2018, nel 2019 e, infine, nell’edizione del 2025, proseguendo idealmente il dialogo creativo tra i due autori anche dopo la morte di Angela Ricci Lucchi.
Nel dicembre scorso Gianikian aveva pubblicato quello che sarebbe rimasto il suo ultimo contributo per la rivista La Biennale di Venezia. Nel numero 4 del 2025, all’interno del saggio intitolato La materia viva del cinema, aveva raccontato il metodo di lavoro sviluppato insieme alla compagna, descrivendolo come “un lavoro maniacale di rapina, da miniaturisti, da copisti egizi, d’archeologi”, concentrato non tanto sulla narrazione quanto “sul volto delle cose, la fisionomia degli oggetti e degli ambienti e ciò che normalmente sfugge”. Parole che sintetizzano efficacemente una ricerca artistica fondata sulla rilettura critica delle immagini del passato. Attraverso il recupero di pellicole storiche, Gianikian e Ricci Lucchi hanno sviluppato una tecnica personale di rifilmatura dei materiali cinematografici d’archivio, intervenendo sulle immagini con rallentamenti, colorazioni, ingrandimenti e isolando dettagli capaci di restituire nuove prospettive interpretative. Il loro lavoro non si limitava al recupero documentario, ma trasformava il found footage in uno strumento di riflessione sulla memoria, sulla violenza della storia, sul colonialismo, sulla guerra e sulla condizione umana.
Nato a Merano nel 1942 da una famiglia di origini armene, Yervant Gianikian portava con sé una memoria familiare profondamente segnata dalla storia del Novecento. Suo padre era infatti uno dei sopravvissuti al genocidio armeno, riuscito a salvarsi trovando rifugio in Italia. Questa eredità ha rappresentato uno degli elementi che hanno alimentato la sua sensibilità verso i temi della memoria storica, delle persecuzioni e delle tragedie collettive.
Dopo gli studi di architettura a Venezia, Gianikian avviò un percorso artistico che inizialmente si concentrò sul cinema d’avanguardia. Le sue prime sperimentazioni comprendevano i cosiddetti “film profumati”, opere nelle quali la proiezione cinematografica veniva accompagnata dalla diffusione di essenze aromatiche pensate per dialogare con le immagini, ampliando l’esperienza sensoriale dello spettatore. A partire dalla metà degli anni Settanta il suo percorso si intrecciò definitivamente con quello di Angela Ricci Lucchi. Insieme diedero vita a una ricerca che avrebbe ridefinito il linguaggio del cinema sperimentale attraverso il riutilizzo creativo delle immagini d’archivio, elaborando un metodo riconoscibile e profondamente innovativo.
Nel corso della loro attività realizzarono alcuni dei lavori più significativi del cinema indipendente internazionale. Tra questi figurano Dal polo all’equatore del 1986, Uomini anni vita del 1990, Prigionieri della guerra del 1995, Su tutte le vette è pace del 1999, Inventario balcanico del 2000, Images d’Orient – tourisme vandale del 2001, Oh! Uomo del 2004, Pays Barbare del 2013 e la serie I diari di Angela – Noi due cineasti, iniziata nel 2018. Queste opere hanno affrontato alcuni dei nodi più drammatici della storia contemporanea, dalla Prima guerra mondiale al colonialismo europeo, dalle guerre balcaniche alle conseguenze della violenza politica, costruendo un linguaggio che intrecciava ricerca storica, riflessione antropologica e sperimentazione formale.
La loro attività ha trovato spazio nei principali festival cinematografici e nelle più importanti istituzioni museali internazionali. Le opere di Gianikian sono state presentate in diversi contesti espositivi: tra questi, il Jeu de Paume di Parigi nel 1995 e nel 2006, il Museum of Modern Art di New York nel 2000 e nel 2009, la Biennale di Venezia nel 2001, la Tate Modern di Londra nel 2011 e il Mart di Rovereto nel 2014. Anche il percorso nei festival internazionali è stato accompagnato da numerosi riconoscimenti. Nel 2004 Oh! Uomo ottenne la candidatura al premio C.I.C.A.E. al Festival di Cannes e l’anno successivo ricevette una menzione speciale della giuria come miglior documentario al Golden Apricot Yerevan International Film Festival.
Nel 2011 Notes sur nos voyages en Russie 1989-1990 fu candidato come miglior documentario sperimentale al Jihlava International Documentary Film Festival, mentre nel 2013 Pays Barbare ottenne la candidatura sia come miglior documentario allo stesso festival ceco sia al Pardo d’Oro del Locarno Film Festival. L’anno successivo lo stesso film vinse l’IBAFF Award all’IBAFF International Film Festival. Un riconoscimento particolarmente significativo arrivò nel 2015, quando ai due autori venne conferito il Premio della Fédération Internationale des Archives du Film, ulteriore testimonianza del valore del loro lavoro sul patrimonio cinematografico mondiale.
Sempre nel 2015 Gianikian e Ricci Lucchi ricevettero, come detto sopra, il Leone d’Oro della Biennale Arte per il Padiglione Armenia, uno dei momenti più alti della loro carriera internazionale. Quel progetto metteva in dialogo la memoria del genocidio armeno con le grandi tragedie del Novecento.
L’importanza della loro produzione è confermata anche dalla presenza delle opere nelle principali istituzioni dedicate alla conservazione del patrimonio cinematografico internazionale. I loro lavori sono infatti custoditi nella videoteca del Museum of Modern Art di New York, nel British Film Institute, nella Cinémathèque Française di Parigi, nel Film Museum di Amsterdam e nella Cinémathèque di Canberra.
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