Non erano semplicemente film sull’arte. Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei più grandi storici dell’arte del Novecento, riteneva che il cinema potesse diventare uno strumento attraverso cui analizzare un dipinto, una scultura, un edificio o una città, facendo dell’inquadratura, del movimento della macchina da presa e del montaggio altrettanti strumenti della critica: da qui il nome di “critofilm” che Ragghianti aveva dato ai suoi cortometraggi. È questa concezione del cinema, tra le esperienze più originali del documentario italiano del dopoguerra, a tornare al centro del Lucca Film Festival con una maratona di diciannove critofilm di Ragghianti.
L’appuntamento è per martedì 29 settembre alle 21 nella Sala convegni “Vincenzo Da Massa Carrara”, all’interno del Complesso di San Micheletto a Lucca. L’iniziativa, a ingresso libero, è promossa dalla Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti insieme all’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa e all’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea. I film saranno introdotti dal direttore della Fondazione Ragghianti, Paolo Bolpagni. La particolarità dell’appuntamento non sta soltanto nel numero delle opere proiettate. Per la prima volta, infatti, i critofilm di Ragghianti saranno presentati complessivamente nelle versioni restaurate, frutto del lavoro condotto negli ultimi anni dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa, dove è conservato il fondo cinematografico dell’esperienza olivettiana. Il programma permette così di ripercorrere quasi per intero una stagione della ricerca di Ragghianti attraverso diciannove cortometraggi realizzati tra il 1948 e il 1964.
Il percorso parte da La deposizione di Raffaello, del 1948, e attraversa più di quindici anni di lavoro, arrivando a Stupinigi, realizzato nel 1964. In mezzo ci sono alcuni dei temi e degli artisti sui quali Ragghianti concentrò la propria attenzione: da Andrea del Castagno a Piero della Francesca, da Beato Angelico a Botticelli, da Rosai ad Antelami. Ma il campo della ricerca è molto più ampio e comprende architettura, urbanistica, storia della città, archeologia, numismatica e paesaggio. In particolare, verranno proiettati La deposizione di Raffaello (1948), Comunità millenarie (1954), Il Cenacolo di Andrea del Castagno (1954), Stile di Piero della Francesca (1954), Stile dell’Angelico (1955), Storia di una piazza: la piazza del duomo di Pisa (1955), Lucca città comunale (1955), Urne etrusche di Volterra (1957), L’arte di Rosai (1957), L’arte della moneta nel tardo impero (1958), Pompei urbanistica (1958), Pompei città della pittura (1959), Fantasia di Botticelli: “la calunnia” (1961), La Certosa di Pavia (1961), Terre alte di Toscana (1961), Tempio Malatestiano (1962), Canal Grande (1963), Antelami, battistero di Parma (1963) e Stupinigi (1964).
Sono titoli che indicano una concezione dell’arte lontana dall’idea di un semplice catalogo visivo delle opere. Ragghianti, critico, teorico e storico dell’arte tra le figure più importanti del Novecento italiano, utilizzò il mezzo cinematografico per costruire una forma di analisi che non poteva essere semplicemente trasferita sulla pagina scritta. Il movimento della macchina da presa permette infatti di attraversare un’opera, di stabilire relazioni tra dettagli e insieme, di modificare la distanza dal soggetto. Il montaggio organizza poi questo percorso secondo una successione che diventa essa stessa parte dell’interpretazione.
Un dipinto non viene quindi soltanto mostrato: viene percorso. La macchina da presa può soffermarsi su una figura, seguirne una linea, avvicinarsi a un particolare, tornare all’insieme e stabilire nuovi rapporti fra le parti. Il cinema diventa così uno strumento per rendere visibile un modo di guardare. È in questo senso che i critofilm costituiscono una delle esperienze più singolari del rapporto fra critica d’arte e cinema nel secondo dopoguerra. Ragghianti non si limita a utilizzare il linguaggio cinematografico per divulgare contenuti storico-artistici: ne sfrutta le possibilità specifiche per elaborare il proprio discorso critico.
L’esperienza cinematografica procedeva parallelamente a quella di seleArte, la rivista fondata nel 1952 da Ragghianti insieme alla moglie Licia Collobi. Anche la rivista nasceva con l’obiettivo di diffondere la conoscenza dell’arte, ma attraverso il cinema Ragghianti poteva affrontare un problema diverso: come trasformare l’atto del vedere in una struttura narrativa e analitica fatta di immagini in movimento. Il rapporto con Adriano Olivetti è fondamentale per comprendere la nascita di questa esperienza. La quasi totalità dei film fu infatti prodotta dalla SeleArte Cinematografica della Olivetti, nell’ambito di quella politica culturale che fece dell’impresa di Adriano Olivetti uno dei casi più significativi della cultura italiana del Novecento.
Il fondo oggi conservato presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea comprende anche questo nucleo di cortometraggi e costituisce una testimonianza dell’attenzione riservata da Olivetti alla cultura e alla sperimentazione di strumenti nuovi per comunicarla. Il cinema entrava così all’interno di un progetto culturale più ampio. L’obiettivo non era soltanto produrre documenti sulle opere d’arte, ma trovare forme capaci di avvicinare il pubblico alla loro comprensione. La scelta del cinema era particolarmente significativa perché consentiva di lavorare sulla visione attraverso uno strumento che, proprio negli anni Cinquanta e Sessanta, stava assumendo un ruolo sempre più importante nella cultura di massa.
I critofilm nascono però in un momento nel quale il problema era ancora relativamente nuovo: come utilizzare il cinema senza ridurre l’arte a illustrazione cinematografica. La risposta di Ragghianti fu costruita attraverso la forma stessa del film. Non bastava mostrare un’opera; occorreva costruire un percorso visivo capace di interpretarla. La maratona del Lucca Film Festival permette oggi di osservare questa esperienza nel suo insieme.
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