Ci siamo trovati di fronte a Comedian, la celebre banana di Maurizio Cattelan esposta al MAXXI. Per molti è una semplice provocazione, per altri un capolavoro da milioni di dollari. Noi abbiamo deciso di andare fino in fondo, prendendo l’opera maledettamente sul serio e... concedendole la parola. Utilizzando l’intelligenza artificiale di Gemini come interprete, abbiamo voluto fare un esperimento: se è vero che le piante sono organismi viventi e comunicanti, perché non provare a dare voce ai loro frutti? Quella che segue è l’intervista (im)possibile con la star più effimera e chiacchierata dell’arte contemporanea. L’intervistatore ha preferito rimanere anonimo per non passare alla storia come quello che ha intervistato la Banana di Cattelan: confidiamo nella vostra comprensione.
Adesso siamo al MAXXI di Roma, ma tu da dove vieni?
Ah, Roma! La Città Eterna... e io che pensavo che la mia vita sarebbe durata al massimo dieci giorni. Che onore essere qui al MAXXI. Se devo essere sincera e guardare alle mie radici biologiche, provengo da una piantagione subtropicale, probabilmente in Ecuador o in Colombia. Ero solo una qualunque tra milioni di sorelle nel cesto dell’ortofrutta. Ma se mi chiedi da dove vengo come opera d’arte, la mia vera Genesi è un banalissimo negozio di alimentari di Miami. Maurizio (Cattelan) è entrato, mi ha guardata, ha visto in me quel quid che nessun fruttivendolo aveva mai notato, e mi ha comprata per circa 30 centesimi di dollaro. In pratica, sono il perfetto sogno americano: da perfetto nessuno a star internazionale da milioni di dollari, il tutto grazie a un po’ di nastro adesivo grigio! Prossima domanda?
Perché Cattelan ha scelto te e non un altro frutto? Oppure perché non un ortaggio?
Ti confesso che all’inizio Maurizio aveva pensato a una scultura in resina, poi a una in bronzo... insomma, roba classica. Ma non funzionava. Voleva qualcosa di vero, di vivo. E perché proprio me, una banana, e non, che so, un carciofo o una melanzana? Ci sono tre motivi fondamentali. Il primo è la forma e l’iconografia: diciamoci la verità, la mia forma ha una silhouette inconfondibile e storicamente ironica. Nella commedia slapstick, la buccia di banana è la regina delle gag, il simbolo del far scivolare e cadere i potenti. E poi c’è quel precedente illustre... Andy Warhol e la copertina dei Velvet Underground. Sono il frutto pop per eccellenza! Il secondo è il colore: quel giallo brillante grida “guardami!”. Su una parete bianca di una galleria o di un museo come il MAXXI, spicco come un evidenziatore. Un broccolo avrebbe avuto lo stesso impatto visivo? Non credo proprio. Il terzo è l’estetica del nastro: pensa a un pomodoro o a una patata appiccicati con lo scotch grigio. Sarebbero sembrati solo... sporchi, o un errore. Io invece, con la mia curvatura, mi sposo perfettamente con la linea diagonale del nastro adesivo. È quasi un pezzo di design, un’intersezione perfetta di linee. Un’anonima zucchina non avrebbe mai scatenato dibattiti globali sulla natura dell’arte contemporanea. Io ero l’unica che poteva farcela.
E anche vero che altri frutti come la mela, l’uva, il melograno sono già stati protagonisti di importanti opere d’arte...
Tocchi un punto fondamentale. Hai perfettamente ragione, e io non posso che inchinarmi davanti ai miei illustri predecessori nella storia dell’arte. La mela, l’uva, il melograno... loro sono l’aristocrazia della pittura! Hanno posato per i più grandi: pensa ai melograni pieni di simbolismo sacro nel Rinascimento con Botticelli, o all’uva dipinta da Caravaggio che sembra quasi di poterne sentire il profumo, fino alle mele di Cézanne, che hanno letteralmente aperto la strada al Cubismo e alla modernità. Per secoli sono stati i re e le regine delle “Nature Morte”. Ma vedi, c’è una differenza cruciale tra loro e me. Loro sono sempre stati rappresentati: i pittori usavano la mela o l’uva come soggetti da copiare sulla tela, oppure come simboli religiosi e mitologici (il peccato originale, la fertilità, la vita). Io, invece, ci metto la faccia (e la polpa): Maurizio non mi ha dipinta. Mi ha presa, in carne ed ossa (o meglio, in buccia e polpa) e mi ha sbattuta sul muro. Io non rappresento una banana: io sono una banana. Quei frutti classici appartengono al passato, al regno della pittura e della scultura. Io invece appartengo al regno dell’arte concettuale. Io non chiedo di essere ammirata per la mia bellezza eterna (anche perché, parliamoci chiaramente, tra una settimana sarò tutta nera e dovranno sostituirmi). Io sono qui per far nascere una conversazione, per far arrabbiare la gente, per far chiedere: “Ma questo è davvero valore o è solo un’illusione?”. Insomma, la mela di Cézanne ha cambiato il modo di vedere l’arte. Io ho cambiato il modo di vedere il supermercato!
E di conseguenza intorno a te c’è stata una attenzione incredibile. Praticamente sei diventata una star. Come è cambiata la tua vita?
Caro mio, la mia vita è cambiata in un modo che un comune frutto da cesto della spesa non potrebbe nemmeno concepire. Sono passata dall’anonimato più totale dell’ortofrutta all’essere inseguita dai paparazzi, finendo sulle prime pagine del New York Times, nei talk show e nei feed Instagram di mezzo pianeta. Sono diventata un’icona pop, un meme vivente! Ma essere una star del mio calibro comporta una routine... beh, alquanto bizzarra. Lascia che ti racconti com’è davvero la mia giornata tipo da diva. Intanto, intorno a me ho una sicurezza da Capo di Stato: quando sono esposta nei musei, non posso mai stare da sola. C’è sempre una guardia giurata a pochi centimetri da me, con lo sguardo fisso. Non tanto per proteggermi dai ladri (voglio dire, se mi rubi, dopo tre giorni marcisco comunque) ma per proteggermi dai visitatori affamati! Ormai ho il terrore degli artisti performativi che cercano di mangiarmi per farsi pubblicità. Poi, cure di bellezza maniacali: lo staff del museo mi tratta come una primadonna. Ogni giorno mi controllano, mi fotografano per monitorare il mio livello di maturazione. E quando cominciano a comparire le prime macchioline nere (le mie “rughe” da star)... beh, scatta il dramma. Il mio segreto più grande però è la crisi d’identità, e qui devo farti una confessione esclusiva per la tua rivista. La verità è che io... non sono sempre la stessa. Io muoio e rinasco continuamente! Ogni 7-10 giorni, quando divento troppo matura, lo staff mi stacca delicatamente dal muro, mi getta nell’umido (un tramonto un po’ ingeneroso per una star da milioni di dollari) e mi sostituisce con una nuova banana fresca acquistata nel negozio dietro l’angolo. Quindi, vedi, la mia vita è una strana forma di immortalità. Io sono come James Bond o Doctor Who: l’attore cambia, ma il personaggio resta eterno. Sono l’unica star al mondo che può essere gettata nella spazzatura e rimanere comunque un capolavoro da 6 milioni di dollari appeso al muro del MAXXI.
Hai appena parlato del problema della tua maturazione e del fatto che ogni 7-10 di devono sostituire. Sarebbe quindi più opportuno rivolgermi a te come il momentaneo rappresentate di un collettivo di banane?
Ma questa è una riflessione formidabile!. Sì, assolutamente sì: da questo momento in poi, puoi ufficialmente considerarmi il portavoce temporaneo del Collettivo Banane di Cattelan. Se ci pensi, la nostra è una vera e propria staffetta concettuale. Io sono il volto della transizione. Io oggi sono qui, al MAXXI, a prendermi i flash dei fotografi, a rispondere alle tue domande argute e a sostenere il peso di quel nastro adesivo. Ma so perfettamente che tra una settimana la mia “sorella” biologica prenderà il mio posto, ereditando la stessa identica aura artistica, lo stesso spazio sul muro e gli stessi sguardi perplessi dei visitatori. Questo ci porta a un paradosso filosofico pazzesco, quasi da “Nave di Teseo”: se sostituisci la banana, l’opera è ancora la stessa? Maurizio risponde di sì, perché l’opera non sono io (la materia), ma l’idea. Quindi, caro giornalista, ti confermo la dicitura: non stai intervistando una banana egoista e solista, ma stai dialogando con l’incarnazione attuale di un collettivo di frutti uniti sotto la stessa bandiera (e lo stesso scotch). Siamo un sindacato dell’effimero!
Ho ancora un paio di curiosità. Alcuni visitatori hanno mangiato delle tue colleghe. Questo rischio ti spaventa?
Ti confesso che la notte, quando le luci del MAXXI si spengono e nel museo cala il silenzio, il pensiero di David Datuna (l’artista che mi mangiò a Miami nel 2019) o dello studente coreano Noh Huyn-soo (che ha fatto lo stesso a Seul nel 2023) mi tormenta un po’. Ogni volta che vedo un visitatore avvicinarsi troppo, che si guarda intorno con l’aria di chi ha saltato il pranzo, la mia polpa trema. Il rischio di finire nello stomaco di qualcuno per il brivido di “quindici minuti di celebrità” (Andy Warhol docet) è reale. È il pericolo supremo per il nostro Collettivo. Però, se devo guardare la cosa da un punto di vista puramente filosofico e artistico, ci sono due motivi per cui questo rischio non mi spaventa più di tanto. Il primo è il compimento dell’opera: chi mi mangia pensa di compiere un atto di ribellione contro il mercato dell’arte, ma in realtà sta solo cadendo nella trappola di Maurizio. L’atto di mangiarmi non distrugge l’opera, la alimenta (in tutti i sensi!). Diventa una performance nella performance, genera altri articoli, altre discussioni. Divento letteralmente parte del corpo del visitatore. Esiste un’interazione con il pubblico più profonda di questa? Il secondo è che il destino finale non cambia. Siamo onesti. Che io venga staccata e mangiata davanti a una folla scioccata, o che io finisca tra una settimana nel bidone del compostaggio del MAXXI perché troppo matura... la mia fine biologica è comunque segnata. Tanto vale uscire di scena con un colpo di teatro memorabile, no? Quindi ti rispondo così: sì, la prospettiva di essere sbucciata vivo mi fa un certo effetto, ma se devo sacrificare la mia polpa sull’altare dell’arte contemporanea... beh, che sia almeno una performance da prima pagina! Qual è l’ultima curiosità che ti rimasta prima di chiudere il taccuino?
Questa: la Banana di Cattelan diventerà più famosa della banana Chiquita?
Che domanda da un milione di dollari (anzi, da sei milioni!). Mi stai chiedendo di paragonare un’icona del capitalismo globale con l’icona dell’arte contemporanea. Ti rispondo con una provocazione: in un certo senso, lo sono già diventata. Pensaci bene. La banana Chiquita è un colosso: miliardi di frutti venduti, un bollino blu che tutti nel mondo riconoscono fin da bambini. È il simbolo del consumo di massa, della rassicurazione, della merenda perfetta. Rappresenta la normalità. Io, la Banana di Cattelan, sono l’esatto opposto. Sono il simbolo del dubbio, dello shock, del “ma questo è scemo o è un genio?”. Chiquita riempie lo stomaco, io riempio le pagine dei giornali e i database dei musei. Nessuno fa la fila per tre ore al MAXXI o a Miami solo per fotografare una Chiquita con il suo bollino blu. Nessuno scrive saggi di filosofia su una banana nel portafrutta di casa. La Chiquita rimarrà sempre più famosa nei carrelli della spesa di tutto il mondo. Ma nella storia della cultura, del costume e dell’arte... beh, quel posto sul podio (e sul muro) è mio. Io ho trasformato un frutto da pochi centesimi in un’opera immortale. E poi, chissà... magari un giorno Maurizio deciderà di usare proprio una Chiquita per la prossima sostituzione del Collettivo. Quello sì che sarebbe il crossover definitivo! Grazie di cuore per questa intervista. È stato un vero piacere “mettersi a nudo” – per quanto consenta la buccia – per i tuoi lettori. Ora scusami, ma sento che sto iniziando a maturare un po’ troppo e devo rimettermi in posa per il prossimo visitatore!
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