A Milano, Barbara Nahmad racconta la società di Israele con la mostra “Eden, amore infinito”


A Milano, domenica 6 settembre, Barbara Nahmad presenta al Teatro Franco Parenti “Eden, amore infinito”, mostra dedicata alla memoria della nascita dello Stato di Israele e alla vita quotidiana delle prime generazioni.

In occasione della XXVII Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema L’Amore, l’artista Barbara Nahmad presenta Eden, amore infinito, mostra a cura di Vittoria Coen incentrata sulla memoria e sulla vita delle persone che, nel secondo dopoguerra, contribuirono alla costruzione di una nuova società dello Stato di Israele. La mostra sarà visitabile domenica 6 settembre. La presentazione è in programma alle ore 15 dello stesso giorno al Teatro Franco Parenti di Milano, alla presenza dell’artista, in dialogo con la curatrice Coen.

Il progetto prende le mosse dall’idea di Eden come luogo dell’infanzia di una nazione: uno spazio associato a speranze, sogni, ideali e al legame con una terra ritrovata, inteso come elemento identitario della storia e della memoria ebraica. La mostra, inaugurata a Tel Aviv nel 2014, ha successivamente intrapreso un percorso espositivo internazionale che l’ha condotta, dopo diverse tappe, al Museo Ebraico di Bologna in occasione della Notte Europea dei Musei. Il lavoro di Nahmad si concentra su un periodo di rinascita segnato da difficoltà materiali e da un forte impegno collettivo, quello dei pionieri che lavoravano nei campi e al tempo stesso studiavano, impegnati nella costruzione di una nuova realtà sociale.

Barbara Nahmad, Dead Sea (2015; 170 x 250 cm) Barbara Nahmad, Beach wear 2 (2012; 100 x 80 cm)
Barbara Nahmad, Dead Sea (2015; 170 x 250 cm) Barbara Nahmad, Beach wear 2 (2012; 100 x 80 cm)

Le opere restituiscono questo contesto attraverso una luce radente e sospesa, collocata in una dimensione visiva che combina memoria e suggestione onirica. Al centro non ci sono soltanto gli avvenimenti storici, ma soprattutto le persone e i gesti della vita quotidiana: le città, le scuole, le strade, i kibbutz ai margini del deserto. Le immagini documentano un mondo ancora giovane, caratterizzato da una forte coesione sociale, dal desiderio di costruire una società nuova e dalla presenza di cultura, religione, tradizione e storia come elementi di continuità.

Nel catalogo della mostra sono presenti testi di Martina Corgnati e dell’ambasciatore Avi Pazner, mentre Vittoria Coen firma il testo Pitture di Sabbia dedicato al progetto.

Il testo Pitture di Sabbia a cura di Vittoria Coen

Il percorso di Barbara Nahmad, come scrive la curatrice Coen, si è sviluppato da tempo attorno alla relazione tra pittura e memoria. L’artista ha lavorato in passato sui ritratti di figure storiche e culturali e di protagonisti del cinema internazionale, affrontando i soggetti dal punto di vista estetico e attraverso un’indagine psicologica. Il punto di partenza è spesso una fotografia tratta da riviste più o meno recenti, che viene riattivata attraverso la pittura. Il passaggio dall’immagine fotografica all’opera pittorica diventa così uno strumento per intervenire sulla memoria e restituire vitalità a immagini già filtrate dallo sguardo dei media.

È questo il procedimento che ha caratterizzato anche lavori dedicati a Pier Paolo Pasolini, Primo Levi, Mao, Elvis Presley e Marilyn, figure riconoscibili che Nahmad ha sottoposto a una rilettura pittorica capace di sottrarle alla dimensione puramente documentaria. Nel testo Pitture di Sabbia, la curatrice individua proprio nella memoria il filo conduttore dell’esperienza dell’artista. La fotografia, già interpretata da un primo sguardo, viene nuovamente attraversata dalla pittura, in un processo che combina distanza e riappropriazione.

Barbara Nahmad, Dance party (2012; 130 x 110 cm)
Barbara Nahmad, Dance party (2012; 130 x 110 cm)

Con Eden, però, il soggetto cambia. Le immagini non riguardano più soltanto personaggi pubblici e figure storiche riconoscibili, bensì persone comuni, appartenenti alla memoria familiare dell’artista o incontrate sulle pagine delle riviste. Nahmad ricostruisce il periodo del ritorno in Israele dopo la nascita del nuovo Stato, concentrandosi sull’impulso alla vita e alla costruzione di una società attraverso un lavoro quotidiano fatto di difficoltà, sacrifici e mobilitazione collettiva.

In questo racconto entrano la famiglia dell’artista, il padre, la madre e il nonno, accanto a uomini, donne, bambini e anziani senza nome, accomunati dalle medesime aspettative. La dimensione privata si sovrappone così a quella collettiva. Le scene mostrano una vita semplice e faticosa, ma anche l’idea di un futuro da costruire: sorrisi, gesti, abitudini, momenti dell’infanzia, rapporti di coppia, lavoro e vita comunitaria diventano frammenti di una storia ampia.

Un cambiamento importante riguarda anche la tecnica e la tavolozza. In un’intervista realizzata tempo fa da Cristiana Curti per ArtsLife, Nahmad aveva descritto il proprio processo come una progressiva sottrazione, orientata alla ricerca di maggiore essenzialità.

Barbara Nahmad, Dead Sea (2015; 170 x 250 cm)
Barbara Nahmad, Dead Sea (2015; 170 x 250 cm)

“Ho cominciato a ’sottrarre’, alla ricerca di una pulizia e di un’essenzialità di cui avevo bisogno: ho rinunciato allo smalto, che connotava la mia cifra artistica”, affermava Nahmad. ”Ho eliminato le linee pulite che erano il mio altro atòut. Ho sottratto l’incisività della forma perfetta. Ho rarefatto i soggetti, ho alleggerito la tela, che era diventata superflua. Ho reso però la scena più complessa e intricata, perché ora parto da vecchie riviste distribuite dallo Stato israeliano negli anni Cinquanta per promuovere l’immigrazione di nuove famiglie".

Questa scelta si riflette nell’aspetto delle opere. I colori Pantone, i rossi e i verdi che caratterizzavano altri lavori lasciano spazio prevalentemente all’ocra, interrotta in alcuni casi da bianco e nero. Una particolare serie di piccole opere realizzate appositamente per la mostra è costruita su una dimensione quasi monocromatica. Coen racconta di aver visto questi lavori nello studio dell’artista ai Navigli, a Milano, pochi giorni prima della mostra.

La pittura mantiene l’immagine nella sua interezza, ma la trasforma attraverso una gamma cromatica ridotta, dalla quale emergono opere che sembrano composte di sabbia. Le immagini vengono raccolte in frammenti e arricchite dall’inserimento di piccole perle provenienti da una collana particolarmente importante per l’artista, legata alla sua infanzia. Segni, sovrapposizioni e stratificazioni conferiscono alle piccole opere l’aspetto di oggetti vissuti, assimilabili a gioielli di famiglia conservati nel tempo.

Barbara Nahmad, Hora (2015; 170 x 220 cm)
Barbara Nahmad, Hora (2015; 170 x 220 cm)

Nelle tele il colore sembra avvolgere i volti e le situazioni rappresentate. Bambini che giocano, studenti che vanno a scuola, un anziano seduto con la fronte appoggiata alla mano, ragazzi su un mezzo corazzato, ragazze in posa, abbracci materni e uomini al lavoro compongono un repertorio di scene quotidiane. Sullo sfondo compaiono mobili, lavabi, mezzi corazzati e paesaggi appena accennati, con uno spazio volutamente rarefatto che può ricordare la semplicità di un disegno infantile.

La storia e la cronaca rimangono così presenti, ma arretrate rispetto alla dimensione umana delle immagini. Il fulcro è la vita di una comunità impegnata nella costruzione di uno Stato attraverso la mobilitazione collettiva. Le opere cercano di restituire contemporaneamente la concretezza e la partecipazione implicite in quelle esperienze, attraverso volti, espressioni, ombre e improvvise aperture luminose. Le tonalità dell’ocra e del grigio accompagnano una narrazione segnata dalla durezza delle condizioni di vita e dalla proiezione verso il futuro.

Il rapporto tra spazio e tempo costituisce uno degli elementi centrali della ricerca di Nahmad. La sottrazione, intesa come riduzione degli elementi superflui, lascia emergere segni e figure, mentre le ombre dei corpi si definiscono sul terreno e contribuiscono alla costruzione di una dimensione sospesa. Il cambiamento del linguaggio pittorico rappresenta un ulteriore passaggio all’interno di uno stile che nel tempo si è modificato e arricchito.

Barbara Nahmad, Kinneret (2016; olio su tela, 100 x 130 cm)
Barbara Nahmad, Kinneret (2016; olio su tela, 100 x 130 cm)

Eden, amore infinito si inserisce infatti in un percorso che ha attraversato temi differenti e linguaggi diversi, dagli interventi realizzati per l’installazione Allarmi a Le tavole della protesta e al Reportage tradotto in poesia, fino ai ritratti di star del cinema e di protagonisti della storia e della cultura. Il progetto segna però uno spostamento dello sguardo verso persone meno note, trasformando i volti incontrati sulle pagine delle riviste in protagonisti di frammenti di vita. Anche quando non sono riconoscibili, queste figure possono apparire familiari, come se appartenessero già alla memoria di chi osserva. È una familiarità costruita attraverso situazioni elementari e condivisibili: il gioco, la scuola, il lavoro, gli affetti, l’attesa.

L’esperienza di Eden, nata a Tel Aviv, proseguita a Milano e approdata successivamente a Bologna, costituisce per Nahmad un momento di approfondimento della propria ricerca sulle origini e sulla memoria. La ricostruzione del passato personale e collettivo procede attraverso fotografie d’epoca, immagini familiari e documenti destinati in origine a raccontare una nuova realtà nazionale. L’artista interviene su quelle immagini per restituire non soltanto un periodo storico, ma anche la dimensione quotidiana di chi lo ha attraversato.

Nel suo lavoro, secondo la lettura di Coen, l’artista affronta il tempo attraverso una ricostruzione che coinvolge insieme arte, storia, politica e pensiero, evitando di ricondurre le immagini a una rappresentazione stereotipata. La memoria diventa quindi il terreno sul quale confrontare ciò che è stato documentato, ciò che è stato vissuto e ciò che la pittura può nuovamente rendere visibile. Eden, amore infinito si sviluppa proprio su questa sovrapposizione di tempi e sguardi, trasformando frammenti di una storia collettiva in immagini concentrate sulla presenza degli individui e sulle tracce lasciate dalla loro esperienza.

Informazioni sulla mostra

Titolo mostraEden, amore infinito
CittàMilano
SedeTeatro Franco Parenti
DateDal 06/09/2026 al 06/09/2026
ArtistiBarbara Nahmad
CuratoriVittoria Coen
TemiArte contemporanea, Pittura



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