Spoleto celebra Francesco Marignoli nel centenario della nascita con una mostra a Palazzo Collicola


Dal 27 giugno 2026 al 10 gennaio 2027 Palazzo Collicola ospita una mostra dedicata a Filippo Marignoli nel centenario della nascita. Ventidue opere ripercorrono il percorso internazionale dell’artista tra Informale, sperimentazione e i celebri Vertical Landscapes.

Spoleto rende omaggio a Filippo Marignoli (Perugia, 1926 – Seattle, 1995), importante pittore italiano del XX secolo, nel centenario della sua nascita, e lo fa con la mostra Un salto nel vuoto: Filippo Marignoli, 1926–1995, in programma dal 27 giugno 2026 al 10 gennaio 2027 alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Collicola. L’esposizione, promossa dalla Fondazione Marignoli, sarà inaugurata sabato 27 giugno alle ore 11 e propone un percorso attraverso ventidue opere che ripercorrono le diverse stagioni creative di un artista la cui vicenda si è sviluppata tra Italia, Stati Uniti, Hawaii e Francia, in un costante confronto con le principali esperienze artistiche internazionali del secondo dopoguerra. La mostra è curata dallo storico dell’arte e curatore Peter Benson Miller, assistito da Michele Drascek, curatore dei progetti per la Fondazione Marignoli di Montecorona, insieme a Gemma Fullone. L’obiettivo dell’esposizione è restituire al pubblico la complessità di un autore che, pur mantenendo un forte legame con la sua terra d’origine, ha costruito la propria ricerca attraverso una continua ridefinizione di linguaggi, riferimenti e prospettive culturali.

Nato a Spoleto nel 1926, Filippo Marignoli muove i primi passi come pittore autodidatta all’interno del gruppo conosciuto come “I sei di Spoleto”. È in questo contesto che prende forma la sua prima esperienza artistica, profondamente radicata nel paesaggio umbro e nelle suggestioni della sua terra. Tuttavia, la sua vicenda creativa si sviluppa ben presto oltre i confini regionali e nazionali. Nel corso della sua vita Marignoli vive e lavora a Roma, New York, Honolulu e Parigi, trasformando il viaggio e il confronto con realtà differenti in una componente essenziale della propria identità artistica. Secondo l’impostazione della mostra, l’intera carriera dell’artista può essere letta come una continua e consapevole riflessione sulle possibilità e sui limiti della pittura. Una ricerca alimentata da un incessante scambio transnazionale e da orizzonti culturali sempre mutevoli, che fanno di Marignoli una figura esemplare di quel cosmopolitismo che ha caratterizzato molte delle esperienze più innovative dell’arte del dopoguerra.

Filippo Marignoli (1960). Foto: Mimì Gnoli
Filippo Marignoli (1960). Foto: Mimì Gnoli

Il percorso espositivo vuole evidenziare come il linguaggio dell’artista, inizialmente collocato nell’ambito dell’Informale, abbia progressivamente assunto configurazioni diverse in relazione agli incontri, ai contesti e agli stimoli maturati durante le sue permanenze all’estero. Le opere dei primi anni e quelle della maturità possono apparire molto distanti tra loro, ma la mostra insiste sulle continuità che attraversano l’intera produzione dell’autore.

Particolare attenzione è dedicata agli anni Cinquanta, quando Marignoli sviluppa una pittura informale fortemente segnata da una dimensione materica e sperimentale. È in questo periodo che il paesaggio, elemento centrale della sua formazione, viene progressivamente trasformato da luogo di invenzione espressiva a campo di osservazione e analisi. La sua ricerca si orienta verso una riflessione sempre più articolata sulla struttura dell’immagine e sui processi di costruzione del significato. Un passaggio fondamentale di questa fase è rappresentato dall’introduzione, a partire dal 1958, di strisce di garza applicate sulla superficie delle tele. Questi elementi diventano la base di una pittura caratterizzata da crepe, sedimentazioni e tensioni materiche che testimoniano l’attenzione di Marignoli per le ricerche di Alberto Burri e per il valore fisico dei materiali. Le opere di quegli anni mostrano infatti una sensibilità vicina alle sperimentazioni che stavano ridefinendo il concetto stesso di superficie pittorica.

Filippo Marignoli, Campagna in autunno (1955; olio su tela; Collezione Duccio K. Marignoli)
Filippo Marignoli, Campagna in autunno (1955; olio su tela; Collezione Duccio K. Marignoli)
Filippo Marignoli, Homesick (1972; olio su tela; Collezione privata)
Filippo Marignoli, Homesick (1972; olio su tela; Collezione privata)

Sempre negli anni Cinquanta compare un altro elemento destinato a diventare significativo nel suo percorso: una profonda frattura verticale che attraversa alcune composizioni. Questa apertura drammatica divide la superficie come un fulmine e richiama da un lato gli abissi e le tensioni delle sculture astratte di Leoncillo, presentate a Roma nel 1957, e dall’altro i celebri tagli dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana. Attraverso queste soluzioni, Marignoli sembra mettere in discussione l’integrità della pittura tradizionale e aprire il quadro a nuove possibilità percettive e concettuali.

Nello stesso periodo esercita su di lui una forte attrazione la New York School. Le esperienze dell’astrattismo statunitense rappresentano per l’artista una sorta di forza gravitazionale capace di orientarne la ricerca verso quello che viene definito il “salto nel vuoto”. L’espressione non indica soltanto l’adesione all’astrazione americana e l’abbandono dei riferimenti esterni, ma anche l’accettazione di una condizione di incertezza e di rischio che comporta la rinuncia alle tradizioni consolidate e l’immersione nella modernità urbana, individualista e caotica.

Un momento cruciale di questa stagione è rappresentato dalla mostra del 1960 alla galleria L’Attico di Bruno Sargentini a Roma. I lavori presentati in quell’occasione testimoniano il dialogo serrato con due figure fondamentali dell’arte italiana del Novecento, entrambe legate all’Umbria: il già citato Leoncillo Leonardi, amico e sostenitore dei Sei di Spoleto, e Alberto Burri. La mostra di Palazzo Collicola include diverse opere risalenti al periodo della collaborazione con Sargentini, offrendo una testimonianza diretta dell’intenso inserimento di Marignoli nel vivace contesto artistico di quegli anni.

Il 1960 coincide anche con un importante soggiorno a New York. L’esperienza americana si rivela particolarmente feconda e porta alla realizzazione di una serie di grandi dipinti astratti caratterizzati da atmosfere nebulose e da una dominante cromatica rosa. Queste opere vengono lette come un riconoscimento nei confronti della tavolozza adottata da Philip Guston in alcuni dei suoi dipinti lirici di pochi anni precedenti, lavori che una parte della critica aveva ricondotto alla definizione di “Abstract Impressionism”, o impressionismo astratto. Dopo New York, il percorso internazionale dell’artista prosegue con il trasferimento a Honolulu e successivamente a Parigi. Le diverse esperienze geografiche e culturali alimentano ulteriormente una ricerca che non smette di interrogarsi sul rapporto tra appartenenza e sradicamento, memoria e trasformazione, radici e apertura verso il mondo.

Filippo Marignoli, Ecran (1979-1980; acrilico su tela; Collezione privata)
Filippo Marignoli, Ecran (1979-1980; acrilico su tela; Collezione privata)
Filippo Marignoli, Paesaggio a Colleferretto (1956; olio su tela; Collezione privata)
Filippo Marignoli, Paesaggio a Colleferretto (1956; olio su tela; Collezione privata)

Gli anni Settanta segnano una fase di transizione particolarmente significativa. La mostra documenta questo momento attraverso la presenza di Homesick, un autoritratto malinconico nel quale Marignoli si rappresenta di spalle. L’immagine restituisce la dimensione esistenziale di una vita trascorsa tra continui spostamenti e suggerisce il peso psicologico di una carriera itinerante. Le spalle leggermente curve e l’atteggiamento raccolto sembrano raccontare una condizione di nostalgia e riflessione. Anche i dettagli dell’opera assumono un valore simbolico: la giacca ampia indossata dall’artista è attraversata da una serie di righe verticali parallele che anticipano uno dei motivi centrali della sua produzione successiva, i Vertical Landscapes. Al tempo stesso, l’immagine lascia intravedere un ideale dialogo con Domenico Gnoli, amico dell’artista e figura di rilievo nel panorama culturale italiano, scomparso prematuramente nel 1970.

È proprio nel corso degli anni Settanta che Marignoli compie una svolta decisiva, abbandonando definitivamente il linguaggio dell’Informale per approdare a una nuova serie di paesaggi caratterizzati da una precisione quasi analitica. Nascono così i sopraccitati Vertical Landscapes, opere che rappresentano uno degli esiti più originali e riconoscibili della sua ricerca. Questi lavori, presentati nel 1977 alla galleria di Denis René, sono attraversati da linee verticali tese che sezionano lo spazio e trasformano il paesaggio in una costruzione complessa, sospesa tra osservazione e interpretazione: nella lettura proposta dalla mostra, queste opere costituiscono la più compiuta espressione visiva del concetto di “salto nel vuoto”. I Vertical Landscapes incorporano infatti le tensioni generate dalla condizione di chi vive costantemente tra luoghi diversi. L’esperienza della dislocazione diventa qui uno strumento creativo capace di produrre nuove configurazioni estetiche. Le opere destabilizzano i consueti punti di riferimento spaziali, fondono prospettive differenti e costruiscono un dialogo continuo tra geometria descrittiva e indagine semiotica. Attraverso questi dipinti Marignoli dà forma a una traiettoria artistica non convenzionale che attraversa continenti, culture e tradizioni. I paesaggi verticali appaiono come il risultato di una sintesi complessa, nella quale convivono il forte legame con l’Umbria e il senso di estraneità maturato durante i lunghi anni trascorsi all’estero. In questa apparente contraddizione si concentra uno degli aspetti più originali della sua opera.

Ad accompagnare la mostra è un catalogo pubblicato da ViaIndustrie di Foligno. Il volume raccoglie un testo critico di Peter Benson Miller e contributi di Davide Ferri, Saverio Verini in dialogo con Fabio Sargentini e Gemma Fullone. Completano la pubblicazione le immagini delle opere esposte realizzate da Marcello Fedeli.

Informazioni sulla mostra

Titolo mostraUn salto nel vuoto: Filippo Marignoli, 1926–1995
CittàSpoleto
SedePalazzo Collicola
DateDal 27/06/2026 al 10/01/2027
ArtistiFrancesco Marignoli
CuratoriPeter Benson Miller, Michele Drascek, Gemma Fullone
TemiNovecento, Arte Moderna



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