Il fuoco degli Inferi e il corpo di Persefone: il ratto dipinto dal Padovanino


Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia il Padovanino racconta il rapimento di Persefone da parte di Ade con una scena di grande tensione, dove il fuoco degli Inferi, la sensualità dei corpi e la tradizione veneziana del Cinquecento s’incontrano. L’articolo di Ilaria Baratta.

Se esiste l’alternarsi delle stagioni è perché Ade, il Signore del regno degli Inferi, voleva una donna da amare. Ma quale fanciulla avrebbe accettato di lasciare la Terra per vivere nell’Oltretomba per sempre? La soluzione fu il rapimento, un espediente ricorrente nelle vicende mitologiche, dove non ci si faceva certo troppi scrupoli. Alessandro Varotari, detto il Padovanino (Padova, 1588 – Venezia, 1649), ferma nella sua opera oggi conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia proprio il momento del ratto di Persefone: stringe la scena sui due personaggi principali e aggiunge un paio di elementi insoliti rispetto alla narrazione visiva tipica del mito di Persefone e Ade: il piccolo Eros seduto alla guida del cocchio e le fiamme e i lapilli che evocano gli Inferi sullo sfondo. Generalmente la scena viene infatti ambientata in un paesaggio verdeggiante, dove Persefone si trova insieme alle altre fanciulle sue compagne, spettatrici incredule e spaventate di ciò che sta accadendo davanti ai loro occhi. Qui invece l’ambientazione della scena si fa già infernale, l’atmosfera è cupa, mentre i corpi nudi del Signore degli Inferi e della sua futura sposa sono investiti dalla luce delle fiamme, che ne rischiara le forme e lascia intuire sulla pelle il calore del fuoco. Ade abbranca con forza la più giovane Persefone, affonda le sue dita nel fianco della fanciulla, in una presa che ricorda il celebre gruppo scultoreo del Bernini: i muscoli e i nervi, tesi nello sforzo, rendono ben visibile il vigore fisico del gesto. Persefone, disperata e impaurita, cerca di divincolarsi per liberarsi dalle braccia del suo rapitore, troppo potenti per lei, e compie una torsione che sembra sfidare la presa del dio; scalcia, punta il piede all’interno del ginocchio in flessione, e con la mano tenta di spingere via il braccio di lui. Invano. Solleva un braccio sopra la testa in segno di disperazione, volge di lato il volto, lo sguardo si perde altrove, come se cercasse ancora una via di fuga da un destino ormai compiuto. A guidare il grande cocchio trainato da cavalli, che s’intravedono sfocati nella penombra, è il piccolo Eros alato: anche lui partecipa alla concitazione del momento, affaccendato nel suo compito di chauffeur mentre, sullo sfondo, il fuoco incendia il buio di bagliori rossi e aranciati.

Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone (olio su tela, 169 x 190 cm; Venezia, Gallerie dell'Accademia, inv. 551). Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell'Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone (olio su tela, 169 x 190 cm; Venezia, Gallerie dell’Accademia, inv. 551). Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell’Accademia di Venezia

Ciò che risulta evidente è il rapporto del Padovanino con la grande tradizione della pittura veneziana del Cinquecento, in particolare con Tiziano, nella rappresentazione del corpo di Persefone. La tavolozza si distingue per la prevalenza di tonalità calde, che risaltano accanto all’incarnato quasi madreperlaceo della giovane rapita. A esaltare questo cromatismo è inoltre la sensualità dei nudi, che si esprime attraverso un ideale di bellezza classica, in cui la fisicità dei corpi, pur inserita in una situazione di forte tensione narrativa, diventa un esercizio di eleganza e di raffinatezza pittorica.

Il ratto di Persefone è narrato da Ovidio nel V Libro delle Metamorfosi. La figlia di Zeus e di Demetra, dea dell’agricoltura e della fertilità, si trovava un giorno a raccogliere fiori in un prato insieme alle sue compagne, quando arrivò all’improvviso Ade, il Signore dell’Oltretomba suo zio (era infatti figlio di Crono e di Rea e quindi fratello sia di Zeus che di Demetra), che innamoratosi di lei colpito da una freccia di Eros, l’afferrò e la trascinò sul suo carro verso il regno dei morti, facendola sua sposa e regina degli Inferi.

Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell'Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell’Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell'Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell’Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell'Accademia di Venezia
Alessandro Varotari detto il Padovanino, Ratto di Persefone, dettaglio. Foto: Ministero della Cultura / Gallerie dell’Accademia di Venezia

La scomparsa della figlia gettò nella disperazione la madre Demetra, che iniziò una ricerca senza sosta, finché venne infine a conoscenza della verità con l’aiuto della ninfa Ciane. Decise quindi di sottrarsi al proprio compito: i campi smisero di essere fertili, i semi di germogliare e la terra perse progressivamente la propria capacità di produrre frutti. Di fronte a questa situazione, Zeus decise di intervenire reclamando ad Ade la fanciulla, ma si presentò un ostacolo: durante la sua permanenza negli Inferi, Persefone aveva mangiato alcuni chicchi di melograno, il frutto legato al regno dei morti. Secondo la legge degli Inferi, chiunque mangiasse il cibo dei morti non poteva più fare ritorno definitivamente nel mondo dei vivi. Il destino di Persefone doveva quindi essere diviso tra i due regni. Si arrivò così a un compromesso: la giovane avrebbe trascorso sei mesi, come i chicchi di melograno mangiati, sulla Terra insieme alla madre e gli altri sei mesi negli Inferi accanto ad Ade. Il ritorno di Persefone sulla Terra coincide quindi con la rinascita della natura. Quando la giovane si ricongiunge con Demetra, la dea torna a occuparsi della fertilità dei campi: la terra rifiorisce, i semi germogliano, le piante crescono e la natura torna a essere rigogliosa. È il momento della primavera, cui segue l’abbondanza dell’estate. Quando, invece, arriva il momento per Persefone di tornare nel regno di Ade, Demetra si separa nuovamente dalla figlia e la natura risente della sua assenza. La vegetazione si ritira, i campi diventano progressivamente sterili e la terra sembra perdere la propria vitalità. Arrivano così l’autunno e l’inverno, che precedono un nuovo ritorno della giovane e, con lei, la rinascita della natura.

Il mito di Persefone non racconta dunque soltanto l’origine del ciclo delle stagioni, ma diventa anche una riflessione sul rapporto tra vita e morte, tra perdita e rinascita. La discesa della fanciulla negli Inferi e il suo periodico ritorno sulla Terra rappresentano infatti un movimento circolare e incessante: alla scomparsa segue il ritorno, alla sterilità la fertilità, all’inverno la primavera. Un ciclo che si rinnova ogni anno e che, attraverso il mito di Persefone e di Ade, trasforma il ritmo della natura in una metafora universale dell’esistenza.



Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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