Visibilità-invisibilità dell’arte italiana fuori dall’Italia è il tema che maggiormente ricorre nei discorsi che si fanno, almeno dagli ultimi due decenni, all’interno del mondo dell’arte italiana. Tuttavia, a mio non modesto avviso, il vero problema non è tanto l’assenza o la pochissima presenza della nostra arte nelle maggiori manifestazioni internazionali, ma che questo venga percepito come un problema, essendo, sempre a mio non modesto avviso, un falso problema. Il vero problema sarebbe fregarsene della nostra più o meno presenza in questi contesti e concentrarsi sull’idea dell’arte che non è la produzione delle opere, dato che queste costituiscono il punto d’arrivo. Difatti quello che è venuto a mancare da noi è il dibattito sull’arte concepito al di fuori del suo pur necessario sistema, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli ultimi due movimenti internazionali italiani, Arte Povera e Transavanguardia, si siano affermati quando il fatidico sistema dell’arte in Italia non esisteva quasi.
Ad esempio, fino agli anni Ottanta non vi erano musei dedicati all’arte moderna e contemporanea se pensiamo che la GNAM oggi GNAMC allora sonnecchiava, mentre il Museo di Rivoli nasceva nel 1984, il Centro Pecci nel 1989, la GAMeC nel 1990, fino a superare il numero di trenta oggi; le gallerie significative contavano sulle dita di una sola mano, per non parlare delle Fondazioni per l’arte contemporanea, come la Sandretto, Trussardi, Ratti per non fare che pochi esempi. Ciò dimostra che per noi lo sviluppo del sistema dell’arte ha agito al contrario, nel senso che più questo si è sviluppato e più l’arte italiana ha perso visibilità. E basterebbe questo a confermare quanto vado dicendo.
Va sottolineato che ciò non accade solo nel mondo dell’arte, ma in generale nel paese. Dal mio non modesto punto di vista è da anni che osservo il non interesse da parte di critici, curatori, istituzioni, stranieri nei confronti dell’arte italiana. Certo, ci sono delle rare eccezioni legate all’individualità di pochi artisti che agiscono per conto proprio e non con l’idea di essere parte e/o espressione di una nazione come Cattelan, Bonvicini, Rosa Barba, che sono invitati nelle rassegne non in virtù del fatto che siano espressione di un paese, ma per le loro proposte come individui. Fino agli inizi degli anni Ottanta all’estero pensavano che venire a vedere cosa succedeva in Italia fosse qualcosa di imprescindibile. Paul Maenz, uno dei maggiori galleristi del tempo, agli inizi degli anni Ottanta mi disse: “Noi non possiamo fare a meno di venire in Italia, perché è il paese dell’arte e quindi pensiamo che ci siano artisti come dimostrano gli artisti di Arte Cifra”. Arte Cifra era il nome con cui veniva chiamato in Germania quello che noi chiamiamo Transavanguardia. Oggi nessuno, fuori dall’Italia, la pensa come Maenz, il quale esprimeva un pensiero generale che dalla fine degli anni ottanta in avanti è venuto meno, non perché non ci siano bravi artisti e artiste, ma in quanto manca un dibattito forte e necessario dell’arte che noi possiamo offrire al mondo.
A mio non modesto avviso la questione non è se le opere siano più o meno belle, ma se queste sono rappresentative in modo non didascalico anche di questioni che riguardano il mondo. Finché con un dibattito sull’idea dell’arte non si risolve questo nodo, cosa che ovviamente non si può fare, come spesso molti pensano, a tavolino, l’Italia continuerà a rimanere esclusa dai discorsi e luoghi dell’arte mondiale.
Questo contributo è stato pubblicato originariamente sul n. 28 della nostra rivista cartacea Finestre sull’Arte on paper, erroneamente in forma ridotta. Clicca qui per abbonarti.
L'autore di questo articolo: Giacinto Di Pietrantonio
Giacinto Di Pietrantonio è critico, curatore, docente e divulgatore. Insegna Allestimenti espositivi ed Editoria dell’arte allo IED Accademia Galli di Como e ha ricoperto incarichi didattici anche all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha insegnato discipline legate alla storia dell’arte contemporanea, ai sistemi editoriali e ai metodi di rappresentazione. La sua carriera si distingue per un forte impegno nelle istituzioni museali e nel sistema dell’arte: è stato direttore della GAMeC di Bergamo dal 2000 al 2017, ed è inoltre tra i fondatori di AMACI, l’associazione che riunisce i musei d’arte contemporanea italiani, di cui è stato anche vicepresidente e membro del consiglio di amministrazione, oltre a dirigere la rivista ufficiale “I love Museums”. Parallelamente ha sviluppato un’intensa attività curatoriale, firmando numerose mostre in Italia e all’estero. Ha avuto anche il ruolo di commissario alla Quadriennale di Roma del 2005. È stato inoltre redattore capo e poi vicedirettore di Flash Art Italia e International, continuando negli anni a collaborare con la rivista, e ha scritto per altre testate. È autore di numerosi saggi e monografie dedicate ad artisti contemporanei, tra cui Enzo Cucchi, Jan Fabre ed Ettore Spalletti, oltre a pubblicazioni sul design italiano e sul paesaggio. Nel corso della sua carriera ha fatto parte di comitati scientifici di importanti istituzioni museali e ha svolto attività di consulenza per fiere e premi d’arte. Il suo lavoro è stato riconosciuto con premi e attestazioni, tra cui un riconoscimento alla carriera conferito dall’Università di Bologna e il Premio Capitani della Cultura della Lombardia. Negli anni più recenti ha ampliato la sua attività alla dimensione digitale, ideando programmi online e format di divulgazione artistica su piattaforme come YouTube e Facebook, e collaborando a iniziative culturali e interdisciplinari, mantenendo così un ruolo attivo sia nella riflessione critica sia nella diffusione dell’arte contemporanea.Per inviare il commento devi
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