Il “museo attivista”, da tempio a motore sociale. Il pensiero di Michele Lanzinger


Per ricordare Michele Lanzinger, fondatore e a lungo direttore del MUSE di Trento, oltre che presidente di ICOM Italia, ripubblichiamo un contributo scritto nel 2020 per il trimestrale cartaceo di Finestre sull’Arte, in cui Lanzinger proponeva un modello di museo da lui chiamato “museo attivista”: non più solo tempio della cultura, ma anche motore sociale.

L’immagine tradizionale del museo come “tempio della cultura”, distante e quasi immutabile, sta lasciando spazio a una realtà profondamente diversa. Michele Lanzinger, fondatore del MUSE di Trento e suo direttore dal 2013 al 2024, oltre che presidente di ICOM Italia dal 2022 al 2026, aveva intercettato questi cambiamenti. Per ricordare Michele Lanzinger, ripubblichiamo un contributo da lui scritto nel 2020 per il trimestrale cartaceo di Finestre sull’Arte, in cui lo studioso proponeva un modello di museo da lui chiamato “museo attivista”: non più solo tempio della cultura, ma anche motore sociale.

Il Museo, nella sua rappresentazione più iconica, quella che troviamo sulla cartellonistica di indirizzo stradale, è rappresentato da un classicissimo tempio, da avvicinare salendo per gradini e varcando un pronao ben difeso da possenti colonne. Non certo un inno all’accessibilità. Eppure la nozione di museo oggi è in rapida trasformazione. Se i musei sono ancora e molto spesso considerati un “mondo-a-parte”, più indietro o più lontano dalla vita reale, ora, nel tentativo di ridefinire i propri ruoli e agganciare la società contemporanea, stanno mettendo in campo nuove politiche per promuovere innanzitutto nuove relazioni con i loro pubblici e accettando che è la stessa funzione del museo che deve essere messa in discussione.

C’è da osservare innanzitutto che i musei stanno espandendo i loro servizî per il pubblico piuttosto che espandendo le loro collezioni e sono sempre più incentrati sull’esperienza dei visitatori, come dire che si stanno trasformando da essere prioritariamente su qualcosa a essere per qualcuno. Non solo, i musei stanno riflettendo su di un cambio di paradigma, per andare a intercettare una nuova funzione che potremmo chiamare, quella del “museo attivista”, per la quale il museo può divenire il luogo dove si affrontano (e forse si contribuisce a risolvere) i grandi problemi del mondo contemporaneo. È come se emergesse una chiara richiesta di abbandonare una sorta di sublime indifferenza che, a fronte delle sfide di un mondo in perenne trasformazione e crisi, rischia di assumere, anche per i musei, il carattere di una sorta di immoralità dell’inazione. Un nuovo impegno che si traduce innanzitutto nel ricercare e promuovere l’incontro con i frequentatori andando oltre la conta dei visitatori e ricercare una dimensione sempre più partecipativa del proprio offrirsi ai suoi utilizzatori.

Muse di Trento. Foto: Michele Purin
Muse di Trento. Foto: Michele Purin
Muse di Trento
Muse di Trento

Un nuovo ruolo dunque che trasforma il museo, da distaccato osservatore, a luogo di partecipazione e di partner di sviluppo e di miglioramento sociale. Non più solo acuti osservatori e sapienti commentatori, ma soggetti attivi all’interno delle proprie comunità, per lavorare con loro, comprendere i problemi e cercare soluzioni efficaci. Con questo obiettivo i musei stanno impegnandosi a: adottare un’attitudine civica e promuovere delle strategie che i professionisti dei musei possano adottare per promuovere la partecipazione, il coinvolgimento e l’impegno civico verso i beni comuni, intesi come beni materiali, immateriali e naturali e la loro declinazione nella dimensione spaziale dei paesaggi culturali e quella del digitale; sviluppare empatia accogliendo le verità multiple, le storie e le diverse modalità di accesso alla conoscenza; sviluppare un impegno con le proprie comunità di riferimento interpretando e sviluppando i loro interessi e bisogni nel settore culturale e civile; divenire un ambiente amichevole e aperto dove sviluppare curiosità, pensiero critico, senso di responsabilità e di consapevolezza da tradurre in comportamenti e azioni sostenuti con responsabilità e partecipazione.

Recuperare un concetto forse vetusto, quello della filantropia, se si crede che l’accesso alla cultura appartenga a pieno titolo alla categoria del benessere dei cittadini. Si tratta a tutti gli effetti di nuovi compiti per una cittadinanza globale per la quale la conoscenza e le esperienze culturali favoriscono la comprensione e l’attenzione delle persone per un mondo più sostenibile, equo e inclusivo. Una prospettiva che si inserisce e trova riferimenti fondamentali proprio nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile adottata dagli stati membri delle Nazioni Unite nel 2015. Essa definisce diciassette Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile che sono un richiamo all’azione per tutte le nazioni, sviluppate e in via di sviluppo per una partnership globale.

Essi riconoscono che mettere fine alla povertà e altre deprivazioni devono andare mano nella mano con strategie che migliorano la salute, l’educazione, la riduzione delle ineguaglianze e promuovere la crescita economica tenendo presente e combattendo il cambio climatico e l’impegno per conservare oceani e foreste. Ma non si tratta solo di “questioni globali” e cose da musei scientifici. In una recente Guida per governi locali e musei realizzata da ICOM e OCSE è emerso che i musei: generano posti di lavoro e ricavi; aumentano l’attrattiva dei luoghi per talenti e imprese; sono al centro di strategie di rigenerazione urbana che insieme ai governi locali imprimono nuova vita ai luoghi e creano nuove identità territoriali; sono una fonte di innovazione e creatività; mirano ad aumentare il livello di conoscenza della popolazione; sostengono l’inclusione e anche fornire piattaforme per dialoghi interculturali e promuovere l’integrazione delle popolazioni migranti; si adoperano per aumentare benessere e salute. Tutto questo insieme si traduce in un interessante nuovo scenario di riferimento per i musei. Per tutti i musei vale l’act locally, perché tutti hanno operato nell’ambito di una specificità locale, così come vale il think globally, perché tutti i musei hanno una comune responsabilità per l’umanità nella sua interezza.




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