Un aneddoto minuscolo, probabilmente dimenticato: qualche anno fa, il posto in cui risiedo fu bruscamente ridestato dai suoi abituali torpori con uno studio che la Regione aveva commissionato a un ingegnere, un universitario, al quale era stato chiesto d’escogitare delle soluzioni per risparmiare alla città la seccatura d’affogare dopo ogni acquazzone un poco più forte del normale, situazione che da queste parti si ripete effettivamente con una certa, preoccupante, minacciosa frequenza. Un “masterplan con le azioni necessarie da mettere in campo per gestire il rischio idraulico”, per dirla in tono più istituzionale. Il masterplan, tra le varie azioni necessarie da mettere in campo per gestire il rischio idraulico, prevedeva l’abbattimento di tutti i ponti del centro storico. Ora, non ricordo esattamente se, e nel caso con quale iniziativa, i miei concittadini scongiurarono il rischio di demolizione dei ponti storici (controanalisi, ricerca di soluzioni alternative, cacciata dell’ingegnere per mezzo di forconi, o analoghi interventi strutturali di supporto alle competenze comunali), ma sono piuttosto sicuro del fatto che, a una decina d’anni di distanza dall’elaborazione del masterplan, tutti i ponti siano ancora al loro posto.
Non ho un’idea precisa di quale sia la morale dell’apologo (forse che nessun punto di vista singolo è sufficiente per governare un territorio), ma penso abbia qualcosa a che fare col dissing che in questi giorni sta agitando le passioni della mia bolla e che muove freneticamente le tastiere d’un noto insegnante e d’un noto poeta usi a trascorrere le giornate scrivendo sui social. Volendo offrirne una sintesi ai non sfaccendati, si potrà riassumere così: è Ferragosto o giù di lì e il primo, come tutti, si sposta per le ferie, se ne va a ciondolare in un qualche non meglio specificato paesino delle valli lombarde, e al ritorno scrive un post, in mezzo ai tremila che riesce ogni giorno a produrre sulla sua bacheca di Facebook (e dunque in mezzo a un intervento sulla situazione della sanità a Cuba, a uno sui diritti dei rider, a un altro ancora in cui, immagino dopo ferma, strenua, ardimentosa, resistenza, finisce per cedere alla tentazione d’esprimersi sul woke, e via enumerando) dove dice che i paesi in questione sono pieni di fontane secche, di chiesuole chiuse, e di “maschi vecchi, italiani bianchi” (provo sempre una forma d’ammirazione per chi usa questo calco dall’americano che prevede, accanto alla nazionalità, la specifica del colore della pelle, anche quando stai parlando di una frazione in Valcamonica invece che di una periferia in Alabama), inclini all’alcolismo molesto, la cui principale occupazione parrebbe essere quella d’importunare la barista del villaggio già di buon mattino. Le passeggiate in mezzo ai borghi selvaggi sono, ovviamente, condite d’abbondanti letture di Turoldo e Pasolini, tiene a informarci l’insegnante. Qualcuno noterà che, mettendo semplicemente i lanzichenecchi al posto dei borghigiani sbronzi e la Recherche al posto di Pasolini, alla fine salterà fuori Alain Elkann sul treno per Foggia, ma non divaghiamo. Il fatto è che questo post sarebbe passato totalmente inosservato, senonché il poeta di cui sopra lo prende tremendamente sul serio, gli risponde, esordendo in terza persona a mo’ di dichiarazione sostitutiva (è che deve rammentare al pubblico la sua autoinvestitura a sommo esperto di paesi, o “paesologo” come lui stesso da alcuni anni va definendosi), e subito comincia la gara a chi fa le scampagnate più lunghe, con la grande partecipazione delle rispettive claque. Alla fine, presumo obbligati a dimostrare che entrambi san far qualcosa di più che picchiarsi via etere, producono due testi: l’insegnante un pippone di centomila battute contate (per gran parte riservate a una requisitoria contro la pseudometodologia dell’altro), colmo di distorsioni e semplificazioni, dove le sue idee sui problemi dei “paesi” vengon costrette dentro una cornice ideologica preimpostata, e che finisce per sostituire il paternalismo dell’altro con altra forma di paternalismo, e il poeta un manifesto di trenta punti, una specie di wishlist dell’assistenzialismo, che prima concede a Repubblica e poi, incurante di chi potrebbe obiettare che il poeta non s’è minimamente posto il problema della fattibilità della sua lettera dei desideri, offre in pasto ai suoi seguaci sui social (notare che, a chi gli chiede lumi sulle coperture, il poeta risponde: “I soldi ci sono, si tratta di scegliere come spenderli”, che credo corrisponda grosso modo alla risposta standard sul tema offerta dai valligiani incontrati dall’insegnante alle otto di mattina nel baretto del paese).
È significativo che qualche osservatore non si sia peritato di qualificare queste minime schermaglie ferragostane come un “dibattito sui paesi”: intanto, perché non è un dibattito. Poi, perché non si sa bene cosa sia un “paese”: escludendo di parlar di “borghi” (ché, al solo sentir questo termine, tutti i partecipanti alla discussione vengon subito assaliti da spasmi e convulsioni), esiste una soglia d’abitanti o d’estensione territoriale sotto cui si può parlare di paese e a partire da cui conviene parlare di città? Si parla di “paesi” come fossero un oggetto coerente (o quanto meno coerente abbastanza da poter essere spiegato con un apparato teorico monolitico), ma cosa sono i paesi? Se volessimo affrontare la materia con un poco più di scrupolo, allora dovremmo attenerci alle mappe prodotte dall’Istat e dall’Agenzia per la Coesione Territoriale e converrebbe parlare semmai di centri, comuni di cintura e aree interne (e già questa sarebbe un’ulteriore semplificazione rispetto a una classificazione ch’è anche più articolata di così), in base a presenza di e distanza da servizi pubblici e infrastrutture. In Toscana, per dire, un posto come Castellina in Chianti, poco più di duemila abitanti, che ai più apparirà come l’ameno borgo turistico e svuotato, tutto pietra e cantine stracolme di americani rubizzi, è catalogato come Comune di cintura, mentre Piombino, trentaduemila abitanti, sede d’acciaierie, rilevante polo metallurgico, un rigassificatore che copre da solo un decimo del fabbisogno nazionale di gas, un porto da cui partono centinaia di migliaia di turisti diretti all’Isola d’Elba, è considerata comune periferico, al penultimo scalino della classificazione SNAI (dopo, c’è solo qualche paese minuscolo sperduto in mezzo ai boschi del Casentino o dell’Appennino pistoiese). Ai fini del “dibattito”, dunque, quale delle due località risponde meglio all’archetipo del paese? È che non credo possa esistere una categoria immota e geograficamente esatta del “paese”, quella che forse hanno in mente paesologi e tuttologi assortiti: esiste certamente un cliché, una grammatica prefabbricata che corrisponde grosso modo a quello del “piccolo Comune appenninico in spopolamento sistematico dal 1951 a oggi”, che in effetti è grosso modo sovrapponibile con la mappa delle tendenze demografiche registrate dall’Istat, ma è comunque un modo sfocato d’affrontare la questione (il cliché, per dire, calza piuttosto bene per i monti dell’Italia centromeridionale, ma già per alcune zone, come grosso modo la totalità dell’Umbria o le valli altoatesine o buona parte dell’entroterra toscano o la costa ionica della Lucania, ci s’allontana dagli accavallamenti perfetti), e lo spopolamento è spesso inteso come sintomo di degrado sociale e viceversa, ma il degrado è fenomeno che può convivere con la tenuta demografica, o persino con la crescita, ed è fenomeno che interessa anche le grandi città. E poi, come consideriamo le città, anche di medie dimensioni, che hanno centri storici interessati dagli stessi fenomeni dei “paesi”, ovvero che stanno conoscendo gravi emorragie di attività e di residenti, sempre più portati a spostarsi nelle periferie, o perché son più comode e servite, o semplicemente perché i centri storici son diventati invivibili?
L’argomento, poi, è troppo esteso per pensare che possa esser oggetto d’un dibattito. “Dibattito sui paesi” sarebbe come dire “dibattito sulle città”: cosa vuol dire? Da quale punto vanno osservati i “paesi”? Su quali temi? Infrastrutture? Degrado sociale? Spopolamento? Desertificazione commerciale? Lavoro? Sicurezza idrogeologica? Scuole? Trasporti? Dinamiche insediative? Mercato immobiliare? Turismo? Pianificazione? Patrimonio edilizio? Agricoltura? Presidi sanitari? Presidi culturali? Chi discute dei “paesi” in senso lato cos’è, un tuttologo che conosce alla perfezione ogni faccia della questione? E poi che significa, come dice il poeta, “salvare i paesi”? Da che cosa li dobbiamo salvare? E quali sono i paesi che dobbiamo salvare? I problemi d’un paese della Bassa mantovana son gli stessi d’un paese dell’Irpinia o della Val di Sole? E la capacità di controllo e d’intervento degli abitanti (la agency, direbbero quelli studiati)? Possibile debbano esser solo materiale letterario (il che, peraltro, sarebbe anche del tutto legittimo: non lo è più quando s’equivoca la letteratura per metodo) o, dall’altra parte, solo una controprova statistica? Si può parlare di diritto di rappresentanza dei subalterni se poi s’arriva al massimo a proporre di sostituire un’estetica con un apparato accademico, una retorica identitaria con un sapere tecnico che si crede emancipatorio ma che può essere altrettanto sordo? E fin qui s’è parlato solo di diagnosi, e non s’è nemmeno scalfito l’argomento terapie: quali azioni, dunque? Quali settori sono più strategici rispetto ad altri? Quali risultati attesi? Quali sono gli studi di fattibilità? Quali progetti possono esser presi a esempio, quanti son stati avviati con contributi pubblici (e con quanti contributi pubblici), quanti hanno continuato a reggersi da soli, cosa hanno prodotto per il territorio?
Certo, all’insegnante e al poeta andrà riconosciuto qualche merito, sarebbe disonesto non ammetterlo: al primo, la sua insistenza contro il marketing dei borghi, contro la comunicazione che seguita a venderceli come concentrati d’autenticità, baite riaperte e pastori felici, affreschi restaurati e formaggelle, balconi coi gerani e vinelli (benché continui a preferire il marketing rispetto al trombonismo di quelli che si spostano di codice postale per il fine settimana e dopo un sabato e una domenica di passeggiate vogliono spiegare a chi ci abita cosa sia meglio per noialtri provinciali: la trovo una forma di disattenzione più onesta). Al secondo la capacità d’aver contribuito ad attirare sui territori una qualche forma d’attenzione. Dubito tuttavia che qualche post su Facebook, o uno scritto ideologico, non importa quanto lungo, che affronta l’argomento “paesi” (qualunque cosa voglia dire) in modo tremendamente massimalista, possano fornire le basi per parlare seriamente di politiche territoriali. Questo naturalmente non significa che occorra parlare di politiche territoriali soltanto se si è urbanisti, architetti, sociologi, antropologi, ingegneri, progettisti, economisti, demografi, agronomi, giuslavoristi, medici, operatori turistici, esperti di coesione, di infrastrutture, di innovazione, di pianificazione: sarebbe un’altra semplificazione. E ancor più stupido sarebbe l’assunto che solo chi vive in un dato territorio detenga il diritto di parlarne: non dovrebbe esistere una sorta d’autorizzazione epistemica a parlare d’un territorio. È che però non si può pretender d’essere tutto a un tempo solo, o di parlare a nome d’altri.
Non avendo quindi, come ogni relatore sul “dibattito dei paesi” che si rispetti, una strategia pronto uso (anche perché ci son già stati altri intellettuali in servizio permanente sui social a rivelare profonde verità, per esempio che nei territori mancano le banche, gli uffici postali, i punti nascita e gli autobus, la banda larga, per finire poi col suggerimento che sulle aree interne occorre investire), né avendo a disposizione delle verità in tasca, posso giusto interrogarmi sul contributo che può offrire uno che di mestiere fa il giornalista culturale (ovvero, in termini più realistici, un imbrattacarte al quale capita spesso di bighellonare e di scrivere di quel che vede). Ci sono, certo, strumenti come le inchieste, le interviste, i reportage, i longform, il data journalism e tutto l’attrezzario dei giornalisti seri che intendono studiare un fenomeno (ognuno avrà la sua cassetta: l’economista costruirà un modello, un urbanista progetterà, un abitante possiederà una conoscenza situata del territorio, un poeta potrà scrivere un pezzo di letteratura sui paesi, un insegnante potrà costruire un’interpretazione teorica). Attrezzario che di solito un giornalista culturale dovrebbe saper maneggiare con una certa disinvoltura (di solito dico che con un inviato di guerra io condivido, grosso modo, il 97% del dna, ma il restante 3% è quello che separa l’homo sapiens dallo scimpanzé). Com’è che invece un giornalista culturale che non abbia voglia di adoperare gli strumenti del giornalismo propriamente detto può parlare d’un paese senza aver la pretesa di sostituire la sua voce a quella di chi ci vive (potrà poi essere una voce fortissima, che interpreta continuamente il luogo, ma non sarà mai sovrapponibile), senza voler far finta d’aver capito l’anima d’un posto avendoci passato una mezza giornata (c’è già pieno di nostri connazionali che fanno il fine settimana ad Atene, guardano il Partenone e il Museo Archeologico, e tornano che sono dei finissimi grecisti con specializzazione in storia del colonialismo ottomano: ecco, occorre distinguersi), e senza voler dire ai suoi abitanti come si devono comportare e che cosa sia il meglio per loro? Non ne ho idea, ma penso che un buon punto di partenza sia quello di considerarsi viaggiatori e non “esperti di paese” (anche senza rivendicare apertamente la formula: conta l’atteggiamento). E allora credo, ma potrei sbagliarmi, che potrebbe essere d’una qualche utilità l’idea di rinverdire una tradizione odeporica, presente nel nostro giornalismo e nella nostra letteratura, anche oggi (le Cronache dall’Italia nascosta di Ivan Carozzi, per esempio, oppure cambiando mezzo espressivo un programma come il Provinciale), che ha avuto quella che oggi sarebbe considerata una specie d’insolenza, ovvero non s’è mai sognata di partire da una teoria del paese per cercare le conferme: piuttosto, ha coltivato la curiosa idea di partire dai luoghi concreti, di attraversarli, di osservare cosa ci fosse e cosa non ci fosse, e di lasciare che fossero le stratificazioni del luogo a costruire progressivamente un discorso. Certo: si dirà che è un modo per scartare il problema, una forma di rinuncia, che però ha quanto meno l’ardire di non trasformarsi in contributo politico. E poi, l’odeporica avrà comunque prodotto depositi d’informazione grezza, avrà prodotto un qualche genere di conoscenza, fosse anche semplicemente descrittiva, personale, mediata.
Manganelli aveva parlato di “critica geografica o geocritica”, ovvero “trattare un luogo alla stessa maniera con cui trattiamo sostanzialmente un libro”, e cioè come “sistema di stimoli che agisce su di noi, e che noi possiamo, nel caso di una visita frettolosa, recensire, nel caso di un soggiorno più paziente ricostruire con una critica vera e propria”. Naturalmente, oggi come oggi la promiscuità delle parole “recensire” e “soggiorno” porterà i più a pensare a Tripadvisor o qualcosa del genere, ma credo che, più produttivamente, l’assunto possa applicarsi a un qualcosa di un poco più spericolato, che vada sia al di là della retorica del borgo da cartolina, sia al di là della retorica del paese con l’encefalogramma piatto, del paese dove t’accoglie “un’umanità arresa che non ha nulla da chiederti”, per adoperare un’immagine del poeta. Un giornalismo culturale che dunque sappia disseppellire l’immagine di luoghi contraddittori, stratificati, opachi, di luoghi che son stati sfigurati, cambiati, migliorati, devastati, e comunque modellati da quella storia che s’è depositata in mezzo alle loro strade e sui loro coppi, e dove gli abitanti non sono né patetiche comparse statistiche né eroi che resistono, ma semplicemente mortali che affrontano problemi e son costretti a decidere cosa fare (sia bandito, dunque, qualsiasi tentativo di vile romanticismo sui borghigiani: sono anche loro uno degli elementi della storia d’un territorio). Ma forse anche questo è chieder troppo, per cui sarebbe una buona idea anche semplicemente limitarsi a considerare il territorio come un qualcosa che non è immobile. E questo non perché abbia deliberato per una qualche virtuosa forma di dinamicità: è, più banalmente, per un’implacabile legge storica, e forse financo naturale, che prevede che in qualunque posto, col tempo, si modifichino le strutture economiche (una stessa risorsa, per dire, può cambiare completamente significato economico e sociale nel tempo), le sue fortune, le funzioni degli edifici, la sua composizione demografica, persino la percezione della propria storia. La retorica di solito pretende, prima ancora che una petulante autenticità, una opportunistica immutabilità. Che si tratti di “borghi sospesi dove il tempo sembra essersi fermato” (per adoperare il fraseggio del marketing povero d’idee) o di resistenza o di bellezza sprecata o roba così, ecco, forse sarebbe già qualcosa ricordare che la storia materiale dimostra che la continuità è fatta di trasformazioni. Senza nascondere, naturalmente, la nostra condizione di esterni, e quindi senza volersi ergere a portavoce di territori dove si sta per due o tre giorni, senza spacciare la propria opinione per conoscenza esaustiva, senza voler confondere la propria voce con quella del luogo. Non serve essere abitanti di un paese per scrivere del paese, basta avere la consapevolezza di essere degli estranei. Anzi: talvolta rifiutarsi di fornire delle spiegazioni per una geografia e renderla, paradossalmente, ancor più indecifrabile, potrebbe essere l’unico esito d’una qualche utilità.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.