Incastonato tra i monti marmiferi di Carrara, in una valle ristretta e appartata, il cimitero monumentale di Marcognano è un luogo di grande fascino, sia per la ricchezza del suo patrimonio artistico, sia per il suo valore storico, civico e paesaggistico. Ancora poco conosciuto rispetto ad altre strutture analoghe, conserva una mole di testimonianze che lo accomuna ai più significativi cimiteri storici italiani. Ma come si spiega che una città relativamente piccola come Carrara abbia un complesso monumentale di questa importanza? Forse deludiamo quanti amano i rompicapo e i misteri ma le ragioni, in questo caso, sono chiaramente leggibili e legate alla peculiare storia della città del marmo. Innanzitutto, nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento (quando venne progettato, costruito e decorato Marcognano), Carrara conobbe uno sviluppo economico e demografico senza precedenti. Nei primi quarant’anni dall’unità nazionale la popolazione era più che raddoppiata (+128% per la precisione), un dato ben al di sopra della media nazionale (+51,4%) sostenuto da un aumento costante delle esportazioni dei marmi, lavorati e non. La presenza di un comparto industriale in piena espansione attraeva costanti flussi migratori e il contesto sociale in continua mutazione era terreno fertile per la diffusione di idee moderne e ideali rivoluzionari.
Va infine considerato come, in una congiuntura internazionale particolarmente favorevole alla scultura, in città stessero prosperando studi e laboratori artistici, dalle più umili botteghe ai grandi impianti dal carattere industriale per la creazione di lussuosi ornati e architetture in marmo.
Marcognano restituisce l’immagine, forse più vivida, di quel peculiare intreccio tra rivoluzione industriale, fermenti sociali e pratica artistica che caratterizzò la Carrara tra i due secoli: camminando tra i suoi monumenti e all’ombra dei suoi cipressi, si ha la sensazione di passeggiare al confine tra arte e memoria, dove le vicende dei singoli si fanno storia collettiva.
La struttura non è stata raggiunta dallo sviluppo urbanistico della città contemporanea, e rimane piacevolmente immersa nel verde, nella valle di Torano, offrendo suggestivi scorci sulle Apuane e sulle cave di marmo. Vi si arriva risalendo un piacevole viale alberato, pensato, a fine Ottocento, proprio per dare accesso al nuovo camposanto. L’idea era quella di fornire ai cittadini “una gradevole passeggiata di cui si difetta in modo quasi assoluto a Carrara”, favorendo “l’igiene e il decoro della Città”; propositi disattesi sui quali sarebbe forse il caso di tornare a meditare, vista la generale trascuratezza nella quale sembra versare la zona.
L’esterno è severo e spoglio: un lungo muro grigio, appena movimentato dall’andamento delle cappelle, fiancheggia la strada, nascondendo al traffico l’interno del complesso. La morfologia del luogo ha dettato la forma generale del cimitero, un raccolto anfiteatro che sfrutta la pendenza naturale del monte, e il suo carattere riservato, che si voleva ispirasse un senso intimo di raccoglimento.
Al centro della struttura si apre una piccola esedra, scandita da quattro eleganti colonne in marmo, di ordine toscano, sovrastate da vasi ornamentali di gusto classico, dalla quale si accede all’interno del camposanto in corrispondenza della cappella funeraria. Non sfuggirà, all’occhio più attento, una strana sensazione di asimmetria: l’edificio sacro non è infatti allineato al centro dell’ingresso ma lievemente spostato verso sud. Una scelta voluta? Tutt’altro. Questo piccolo squilibrio, in un complesso altrimenti pienamente armonico, ne riflette le vicende costruttive, che vale la pena di ripercorrere brevemente.
Carrara era dotata di un cimitero suburbano, realizzato a inizio Ottocento, la cui inadeguatezza era palese sin dalla metà del secolo. Non si trattava solo di una questione dimensionale, certo non in grado di sostenere i già nominati ritmi di crescita cittadini, ma anche di una posizione ormai non più defilata: il sito, in corrispondenza dell’attuale piazza Matteotti, era troppo vicino al centro antico e destinato a divenire parte integrante del tessuto urbano (come puntualmente avvenne).
Le prime amministrazioni post unitarie non ebbero dubbi sull’urgenza della questione: nel 1862 si formò una prima commissione che individuò nella località detta “Foce”, lungo la pittoresca strada napoleonica che ancora unisce Massa a Carrara, il luogo adatto alla costruzione di un nuovo camposanto. Un primo progetto fu sottoposto al giudizio della “Commissione di Architettura e Ornato” dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, la quale rilevò la necessità di curare attentamente il corredo ornamentale della struttura, ma anche di evitare la realizzazione di un progettato “Peristilio” per motivi che poco avevano a che fare con l’architettura in sé (“per non creare un ricetto a sconvenevoli incontri”!).
Dopo quattro anni di discussioni, e il vaglio di almeno altri cinque siti, si optò per la soluzione attuale, “sul fianco a mezzogiorno del monte d’Arma, in una ristretta valle, quasi appartata dalle abitazioni agglomerate e sparse di Carrara, in grembo ad una naturale concavità del monte”.
L’impianto originale era di dimensioni assai più ridotte delle attuali, aveva forma di un parallelepipedo allungato, organizzato lungo un asse centrale che assecondava dolcemente l’andamento del rilievo. Risale al 1866 il primo progetto per la cappella funeraria, a firma dell’ingegnere capo del Comune, Francesco Bourelly, poi integrato, l’anno successivo da un altro ingegnere comunale, Vincenzo Lucchini: la struttura di base dell’edificio è quella attuale, sebbene manchino gli apparati decorativi, il bugnato al livello inferiore, le lesene e il fregio.
Non era passato nemmeno un decennio quando si avvertì la necessità di ampliare, in maniera significativa, il complesso ancora in costruzione: Telesforo Simonelli, al quale si doveva il recentissimo e pionieristico piano regolatore di Carrara (1874-1875) immaginò un camposanto di “forme romanze”, una struttura di impronta neo gotica che avrebbe dato vita a un Marcognano profondamente diverso dall’attuale.
L’intervento decisivo si dovette al vulcanico Leandro Caselli (Fubine, 1854 – Messina, 1906), allievo a Torino di Alessandro Antonelli (Ghemme, 1798 – Torino, 1888) e fratello minore del più noto Crescentino Caselli (Fubine, 1849 – Bagni San Giuliano, 1932), architetto e saggista attivo tra il natio Piemonte e la Sardegna (suo il palazzo civico di Cagliari). Giunto a Carrara nel 1883, dopo aver vinto il concorso pubblico per ingegnere capo del comune, Leandro Caselli si dedicò con instancabile dedizione al rinnovamento edilizio della città, realizzando (o almeno progettando) edifici simbolo quali il Politeama Giuseppe Verdi e la Caserma Dogali, scuole pubbliche, sedi per istituti commerciali e creditizi e residenze private. Nel 1885 dava alle stampe, per conto del municipio, un volumetto dedicato ai Progetti di lavori pubblici per la città e le ville, un vero e proprio piano programmatico destinato a mutare per sempre il volto della città. Significativamente, ad aprire questa articolata relazione, era proprio il piano per il nuovo cimitero di Marcognano, la più ambiziosa tra le architetture immaginate da Caselli. Non si trattava solo di assolvere a funzioni pratiche o devozionali, ma di dotare la città di una struttura che ne riflettesse lo status di città del marmo, dell’arte e della scultura: “È vivamente sentito da tutti i Carraresi il bisogno di esternare, nel culto dei sepolcri, quel sentimento così universale nella storia dei popoli, anzi delle razze umane, che dettò al poeta i sublimi pensieri sulle urne dei trapassati; le stesse arti plastiche e scultorie ampiamente esercitate in Carrara esigono un campo degno di raccogliere monumenti funerari squisiti per la qualità dei marmi e per la correttezza delle forme”.
La grandiosa visione di Caselli si traduceva in un progetto di chiara impronta monumentale: la naturale pendenza del sito era vista come risorsa scenografica in grado di originare “varietà di effetti scenici”. Lunghi porticati avrebbero guidato l’occhio verso l’imponente cappella centrale, fulcro visivo della composizione. L’insieme riecheggiava l’architettura del cimitero monumentale di Staglieno a Genova, opera di Carlo Barabino (Genova, 1768 – 1835) e Giovanni Battista Resasco (Genova, 1798 – 1872), anche per il solenne e austero stile classicista adottato da Caselli, nonostante la tentazione iniziale di “seguire le tradizioni locali, tentando una composizione ispirata alle forme del duomo di Carrara”.
Il giovane ingegnere godeva del pieno sostegno del sindaco Agostino Marchetti, al quale spettò l’approvazione ufficiale di un piano che si considerava “segno di civiltà progredita nel nostro paese”: “Un cimitero che possa essere degna dimora degli estinti e decoro artistico del nostro Paese […] un’opera degna della città dei marmi, della città che diede vita a tanti artisti […] un progetto che potesse rispondere alle condizioni attuali della città, e dell’avvenire che le è riservato”,
Eppure, guardando la struttura attuale, non si trova traccia dei propilei, dei portici, del tempietto centrale con la sua cupola e il pronao ottastilo: il progetto di Caselli è rimasto, in massima parte un sogno, ma un sogno che getta la sua ombra benevola sul Marcognano di oggi. La pianta complessiva, l’idea di sfruttare in senso scenografico l’andamento della collina, l’esedra all’ingresso, sono tracce che riconducono al visionario progetto ottocentesco, il quale prevedeva, tra l’altro, la demolizione della cappella del 1868-69, che spiega così la sua posizione decentrata, rispetto all’ingresso voluto da Caselli. Questi, tuttavia, aveva già presagito in parte la sorte futura del camposanto, con lungimirante visione: avremo modo di tornare sull’argomento.
Varcata la soglia del complesso, con la consapevolezza di essere entrati in una dimensione sospesa, dove il silenzio e la quiete intrecciano l’arte con la memoria, si viene accolti dalla più volte nominata cappella cimiteriale, oggi adibita anche a sede di servizi e archivio storico. Le sue pareti esterne sono letteralmente incrostate di lapidi: ricordano caduti delle due guerre mondiali, le cui spoglie mortali sono andate disperse al fronte. Il luogo ha assunto così, nel tempo, il carattere di un sacrario, celebrando un lutto al contempo personale e condiviso: le storie sono tante, i volti pure e le voci sembrano intonare un unico mesto coro.
Marcognano si presta, per sua stessa natura, ad essere esplorato liberamente, lasciandosi catturare dalla preziosità degli intagli in marmo, dall’imponenza delle architetture o dalle storie affidate alle lapidi e ai monumenti. Quello che vi proponiamo oggi è un itinerario che ne tocca i punti di maggiore interesse, perlomeno dal punto di vista storico-artistico e della memoria civica, senza pretesa di esaustività. Una serie di coordinate che aiuti a orientarsi in un organismo complesso e articolato che si presta, senz’ombra di dubbio, a più chiavi di lettura.
Il percorso può dunque iniziare, a sinistra dell’ingresso principale, dalla suggestiva statua di un’anziana signora con il rosario in mano, le braccia in grembo e un’espressione di profonda umanità. È uno dei monumenti più amati dell’intero complesso, un vivido ritratto eseguito da Renato Beretta (Carrara, 1891 – 1963): non eterna la memoria di un personaggio noto ma di una donna del popolo Enrichetta Raggi (Carrara, 1837 – 1929), casalinga e madre di cinque figli, che passò la sua vita, come tante, tra il rione del Caffaggio e la via Carriona. Inseguendo il sogno di un sepolcro “da signori”, Enrichetta risparmiò per anni, lira su lira, per potersi permettere una statua realizzata da uno dei più importanti studi della città, quello dei Beretta. La vicenda riecheggia quella, notissima, della Venditrice di nocciole (Caterina Campodonico) a Staglieno, realizzata nel 1881 da Lorenzo Orengo (Genova, 1838 – 1909). Negli anni l’opera, a tutt’oggi l’unico ritratto a figura intera del cimitero, ha assunto valore universale come monumento a tutte le nonne (B. Gemignani).
Scendendo la scala che dà accesso al suggestivo ipogeo di Marcognano, una lunga galleria funeraria che racchiude alcune delle più antiche sepolture del sito, si raggiunge la lapide del decano tra gli scultori di Marcognano, Ferdinando Pelliccia (Carrara, 1808 – 1892). La storia della sua famiglia è emblematica del rapporto atavico e profondo di questi maestri carraresi con l’arte della scultura: un avo, Francesco, era uomo di fiducia di Michelangelo, ne curava gli affari e gli affittava casa nei suoi soggiorni in città. Il bisnonno Jacopo Antonio (Carrara, 1713 – 1774) aveva lavorato a Napoli con Francesco Queirolo (Genova, 1704 – Napoli, 1762), contribuendo agli incredibili intagli del gruppo del Disinganno (1753) nella cappella Sansevero. Al nonno, Domenico Andrea (Carrara, 1736 – 1821), si ascrivono il monumento a Pietro Leopoldo I Granduca di Toscana per Livorno ed alcuni raffinati busti ritratto dello stesso, mentre il padre Carlo Antonio (Carrara, 1774 – 1851) fu attivo nella produzione in serie di busti imperiali per il governo napoleonico.
Ferdinando, dopo le prime esperienze con il nonno, a lungo insegnante in Accademia, aveva studiato a Roma con Pietro Tenerani (Carrara, 1789 – Roma, 1869), che lo riteneva il suo allievo più dotato, per poi affermarsi presso la corte modenese. Divenuto direttore della locale Accademia di Belle Arti, ne guidò le sorti per tutta la seconda metà dell’Ottocento (1846-1892). La lapide lo ricorda come “Professore” “Commendatore” e “Statuario”, ricordandone il ruolo accademico (“per oltre 50 anni maestro e direttore ammiratissimo”) e affiancando a un motivo ornamentale di matrice art nouveau, un’elegantissima testa di Minerva, omaggio alla tradizione neoclassica che dominò la scuola di scultura locale per tutto il XIX secolo.
Poco prima di risalire in superficie si incontrano le lapidi di due altri statuari di fama, Giuseppe Lazzerini (Carrara, 1831 – 1895) e il figlio Alessandro (Carrara, 1860 – 1942): i sepolcri dei Lazzerini raccontano una storia fatta di ascesa e caduta, comune a molti artisti attivi nel periodo tra le due guerre. Anch’essi potevano vantare un pedigree artistico di lunghissima tradizione, con avi coinvolti a vario titolo nel mercato della scultura perlomeno dalla fine del Seicento: Francesco (Carrara, 1748 – 1808), personaggio dal profilo quasi leggendario, era stato scultore di buon successo, attivo tra Parigi, Roma e San Pietroburgo. Giuseppe, che ne era nipote, aveva studiato in Accademia con Pelliccia e a Roma con Tenerani. Tornato in patria diresse a lungo lo studio di famiglia in corso Rosselli, dal quale inviò lavori in Irlanda, Danimarca, Francia, Gran Bretagna ecc. Il successo arrise presto al figlio Alessandro, grazie al felice esito del Monumento funebre ai Principi di Borbone (1888) per la Villa Reale di Marlia (LU): a soli ventinove anni fu in grado di aprire uno studio personale a Firenze, dividendosi tra questo prestigioso atelier e il laboratorio paterno, e raggiunse la piena affermazione con una lunga serie di monumenti pubblici, da quello per Guido Mazzoni a Prato (1897), a quello a Jesi dedicato a Giovanni Battista Pergolesi (1910), fino al Giorgio Vasari (1911) e al Petrarca (1928), per Arezzo. Tra i suoi lavori più noti anche il monumento funebre dell’imprenditore Carlo Fabbricotti, presso la tenuta di famiglia a Marinella di Sarzana (1912). Come molti della sua generazione lavorò anche per l’America (suoi il monumento a Benito Juarez per Città del Messico – 1910 – e quello al maresciallo Sucra per L’Avana – 1930), e con molti condivise le amare conseguenze della crisi degli anni Trenta. Seriamente danneggiate dalle politiche monetarie di Mussolini (1926) le esportazioni dei marmi e delle sculture subirono un durissimo colpo in seguito alla crisi finanziaria internazionale del 1929. Alessandro Lazzerini fu costretto ad abbandonare lo studio fiorentino e a vendere le case e i laboratori carraresi. La lapide, tutto sommato modesta, riflette le difficoltà di questa sua ultima stagione: realizzata da un suo modello, include una figura femminile dolente, reclinata su sé stessa in atto di coprirsi il viso mentre sfiora con la mano destra gli strumenti della statuaria. Quasi un genio della scultura che piange, riflettendo sulla fine di una stagione irripetibile per l’arte dello scalpello.
Tornati all’aperto ci si imbatte presto, tra le molte lapidi a muro, in una scena assai singolare: accanto al ritratto di Corinto Bellotti (Carrara, 1911 – Siracusa, 1940), un bassorilievo raffigura un aereo in fiamme con due ali d’angelo che sembrano scaturire dalla carlinga. La visione dell’artista rimanda alla tragica scomparsa di Bellotti, pilota di grande esperienza, deceduto durante una missione di aeroambulanza per la quale si era offerto volontario. Era il dicembre del 1940 e il volo, dall’Africa alla Sicilia, doveva ricondurre in patria sedici feriti: durante la traversata un incendio si sviluppò nella cabina di pilotaggio ma Bellotti, resistendo al dolore, mantenne i comandi fino all’atterraggio, spirando poco dopo ma salvando la vita a tutti i passeggeri. La vicenda ebbe grande risalto all’epoca, tanto da essere celebrata in un aeropoema di Filippo Tommaso Marinetti: “Girellando crudelmente le fiamme della carlinga intaccano un tacco di scarpa di Corinto Bellotti // Bollire // Affumicatolo mordere un calcagno umano cuoio pelle tendini legnosi osso fili serici di nervi assopiti // Preoccupatissimo d’una sua speciale distrazione Corinto Bellotti sorveglia con sedici precauzioni ogni dettaglio dello scarlingare ad uno ad uno i sedici feriti gravi // E poi decidersi // Carbonizzato fino all’inguine // Decidersi a morire”. Il rilievo è opera firmata di Alterige Giorgi (Carrara, 1885 – 1970), allievo di Leonardo Bistolfi a Carrara (Casale Monferrato, 1859 – La Loggia, 1933) e di Giuseppe Guastalla (Firenze, 1867 – Roma, 1952) a Roma: Marcognano conserva molte sue invenzioni, animate da profonda sensibilità e inesauribile fantasia, e la sua stessa sepoltura.
Poco più oltre si nota una lapide dal tono assai diverso, profondamente incisa: fu realizzata da un giovane Nardo Dunchi (Carrara, 1914 – 2010) per il fratello Carlo (1916 – 1945) ed è nota come Le nuove beatitudini. Il rilievo unisce ricordi del Trecento toscano, da Giovanni Pisano a Giotto, alla lezione del maestro Arturo Martini (1889 – 1947), che lo scultore aveva conosciuto presso lo studio Nicoli nel biennio 1936-37. Il titolo rimanda alle Beatitudini evangeliche e sembra auspicare un nuovo inizio, morale e civile, per l’umanità uscita dal secondo conflitto mondiale. Nardo Dunchi, ricordato anche per le sue Memorie Partigiane pubblicate nel 1957, abbandonò in seguito lo stile figurativo: dopo un periodo trascorso a Parigi rientrò in Italia e continuò a produrre opere monumentali per spazi pubblici fino a tarda età.
Tornati nei pressi della cappella centrale si svolta nuovamente a sinistra dirigendosi verso il declivio della collina, dove si scorge la prima maestosa sequenza di monumenti funebri di inizio Novecento: a poca distanza l’uno dall’altro i sepolcri di Cesare Faggioni (Carrara, 1843 – 1912), Carlo Nicoli (Carrara, 1843 – 1915), Emilio Bernabò (Carrara, 1848 – 1912) e Erminia Maggesi (Carrara, 1833 – 1903) creano un insieme di grande fascino e di rara coerenza stilistica. Non è un caso, le quattro sepolture, realizzate in un arco temporale piuttosto ridotto, sono tutte animate da presenze angeliche in marmo e riconducibili, in varia misura, all’attività del glorioso studio Nicoli di scultura.
La cappella dei Nicoli, ultimata nel 1899, non è solo la più antica del gruppo ma anche la prima in assoluto ad essere stata eretta a Marcognano: ha carattere pienamente architettonico, con un sepolcreto ipogeo e un’edicola in stile bizantino che conclude la composizione e conserva le spoglie dell’architetto ornatista Urbano Castelpoggi e della moglie Anna. Sull’ampia terrazza, che funge da collegamento tra i due spazi, si muove un angelo di bronzo, il passo eternamente sospeso e il volto rivolto alla semplice iscrizione funeraria: CARLO NICOLI // PER SE E PER I SUOI. L’espressione è concentrata mentre un dito sfiora la bocca dell’angelo, invitando a riflettere sulla caducità delle fortune umane e le sorti degli artisti, che osano sfidare i secoli con le loro creazioni.
Nicoli fu il fondatore (1876) del più importante laboratorio artistico della città, l’unico rimasto attivo fino ai nostri giorni. Allievo di Ferdinando Pelliccia in Accademia, si perfezionò nello studio fiorentino di Giovanni Duprè (Siena 1817 – Firenze, 1882) prima di dedicarsi a una fortunata carriera autonoma: tra le sue moltissime realizzazioni a carattere monumentale ricordiamo, per brevità, le sculture e i gruppi in marmo per la Galleria Umberto I di Napoli, la statua di Miguel de Cervantes per Alcalà de Henares (1876), quella di Francisco Jiménez de Cisneros per Madrid (1881) e un fortunato modello della Regina Vittoria replicato più volte in marmo (Brighton, Durban, Melbourne ecc.). A Carrara lasciò un vigoroso monumento a Giuseppe Garibaldi (1889) considerato tra i più significativi del suo genere. La tradizione del suo studio, che ha ospitato nel tempo artisti del calibro di Ettore Ximenes, Leonardo Bistolfi, Arturo Martini, Francesco Messina, Henry Moore, Lorenzo Viani, Carlo Sergio Signori, Anish Kapoor, Louise Bourgeois e molti altri, è stata portata avanti con successo da eredi e nipoti.
Anche Cesare Faggioni era un maestro dello scalpello ma poche sono le notizie sul suo conto: partecipò all’Esposizione Generale Italiana di Torino, nel 1884, inviò alcuni monumenti funebri in Uruguay e fu attivo a lungo nell’atelier Nicoli. Il sepolcro ha carattere prettamente scultoreo: ogni elemento architettonico è concepito in funzione della grande figura centrale alata, un angelo della resurrezione o un angelo custode del sepolcro, assorto e silenzioso. La tromba posa a terra, il volto è grave, siamo nuovamente invitati a riflettere sull’effimera gloria terrena dell’artista, destinata a sopravvivere soltanto nell’eco delle sue opere.
Il deposito di Bernabò, professore, architetto e imprenditore, è invece impostato su un grande sarcofago rettangolare: la figura centrale, in questo caso, rientra nella tipologia dell’Angelo severo, che sbarra le porte dell’aldilà. Se ne riconduce la paternità a Carlo Nicoli, capace di operare una personale sintesi tra il prototipo della tomba Pigni (Milano, Cimitero Monumentale, 1877) di Odoardo Tabacchi (1831-1905), e i toni sensuali del celebre Angelo Oneto (1882) di Giulio Monteverde (1837-1917) a Staglieno. Notevoli anche i ritratti di Emilio Bernabò e della moglie Clotilde (1865-1912), in medaglioni con abiti e acconciature caratteristici dell’alta borghesia di inizio secolo.
Chiude la serie l’imponente sepolcro di Erminia Maggesi, ricordata dall’epigrafe come COSTANTE E GENEROSA // SOCCORRITRICE DEI POVERI: la scultura, nuovamente protagonista, è un Angelo butta fiori (così definito dallo stesso Nicoli). La veste, scendendo verso il sarcofago, disegna un elegantissimo motivo Art Nouveau, mentre il gesto rende l’insieme vivace, quasi narrativo, e meno greve.
Sulla parete di fondo, tra le sepolture a Colombario (per usare un’espressione cara a Leandro Caselli) spiccano tre vivaci ritratti entro medaglioni: si tratta di Pietro Lazzerini (Carrara, 1837-1917), della figlia Olga e della moglie Paolina. Ne abbiamo già incontrato il cugino (Giuseppe) e il nipote (Alessandro): anch’egli scultore di buon successo, inviò opere a Roma, Londra, Parigi, Dublino e Vienna. Nel duomo di Carrara si conserva il suo altorilievo con i Santi Quattro Coronati (1861), patroni degli scalpellini e degli scultori.
Più in basso, nello stesso settore, si trova uno degli angoli più solenni e coinvolgenti di Marcognano: dieci semplici lapidi accomunate da un’unica data di morte: 19 luglio 1911. Quattordici cavatori, intenti a consumare il loro pasto frugale, portato da casa, furono sommersi dal crollo della montagna sotto la cui ombra avevano cercato refrigerio dal calore estivo. La tragedia, avvenuta in località Bettogli, costò la vita a dieci di loro: il più anziano aveva 71 anni, il più giovane appena tredici.
Si salgono alcune ripide rampe di scale, attorniati da lapidi di inizio secolo di squisita fattura, fino a raggiungere la prima lunga terrazza, dove si è accolti dallo scenografico spettacolo offerto delle più antiche cappelle funerarie di Marcognano. L’effetto d’insieme è notevole e vario, lo stile è generalmente eclettico ma l’ispirazione declinata in modi assai differenti, dal neo gotico al gusto per l’antico Egitto, fino al Liberty e all’Art Déco.
Procedendo da sinistra a destra si incontra per prima la cappella di Paolo di Ferdinando Triscornia (Carrara, 1853 – 1936), eretta dallo stesso nel 1914 per ospitare le spoglie dei genitori. Ultimo erede di una dinastia di scultori attiva sin da fine Settecento (i Triscornia mantennero una galleria/laboratorio a San Pietroburgo fino al 1875!) Paolo è ricordato sia per la produzione di preziosissime sculture di piccole e medie dimensioni, destinate a una raffinata clientela europea, che per la lavorazione in scala industriale di ornati e elementi architettonici in marmo, nel suo grande laboratorio in località San Martino. Mentre il vocabolario architettonico e decorativo esterno rispecchia un’Egittomania dal tono simbolista, e alimenta un immaginario sospeso tra esotismo, mistero e suggestioni esoteriche, l’interno è dominato da un’originale Cristo porta croce prossimo al linguaggio lineare e geometrico dell’Art Déco.
Ha invece il carattere di una vera e propria chiesa gotica in miniatura l’adiacente cappella Forti (facoltosi imprenditori nel settore del marmo e delle granaglie) caratterizzata da motivi di chiara ispirazione neo medioevale e da finissimi ornati a motivi geometrici e vegetali.
Di tutt’altra natura il sepolcro dell’industriale marmifero Antonio Mattioli: un massiccio tronco di piramide rivestito da enormi blocchi bugnati. Un insieme enigmatico, ben calato nelle atmosfere del simbolismo di inizio Novecento, ma con evidenti echi massonici.
Segue la maestosa cappella dei Cucchiari realizzata nel 1906 dallo scultore Giuseppe Garibaldi (Carrara, 1857 – 1910). Motivi romanici, gotici e suggestioni bizantine convivono con estro e libertà, in un monumento che vuole ricordare la figura del generale Domenico Cucchiari (Carrara, 1806 – Livorno, 1900), protagonista delle guerre di indipendenza, deputato e senatore del Regno (1861-1900). Fu eretto dal nipote Giovanni Battista (Carrara, 1861 – 1919), il quale affidò a Leandro Caselli la progettazione del palazzo di famiglia, oggi sede della Fondazione Giorgio Conti e sede espositiva di pregio.
Di gusto non dissimile l’adiacente cappella Salvini, voluta nel 1904 per ricordare la figura di Francesco Salvini (Livorno, 1835 – Carrara, 1899), protagonista di una fulgida ascesa nella Carrara dell’Ottocento. Giunto in città per lavorare alle dipendenze dell’industriale britannico William Walton (1786 – 1873) ne divenne prima responsabile di filiale poi socio: i figli arriveranno a rilevare la attività carraresi della ditta Walton Goody & Crips, nel 1922. La facciata è dominata da un imponente Angelo reggi cartiglio, opera firmata di Carlo Nicoli, tra i simboli più noti del camposanto. Nell’ipogeo un bel ritratto in bassorilievo di Francesco Salvini, eseguito dal già incontrato Pietro Lazzerini.
Imponente l’architettura del monumento funerario del notaio Augusto Marchetti (Carrara, 1847 – 1929), a lungo direttore della Cassa di Risparmio di Carrara. Mentre l’angusto portale anteriore immette al sepolcreto, la cappella vera e propria si trova al livello superiore, e si raggiunge risalendo due ampie rampe di scale. L’insieme, dal gusto classicista, è severo e solenne.
Superata la cappella Orsini, che riecheggia quella Triscornia nell’uso di un vocabolario architettonico e decorativo ispirato all’antico Egitto, ci si trova di fronte a uno dei monumenti più celebrati di Marcognano. Il sepolcro della famiglia Berring Nicoli è impostato su un’alta edicola interamente realizzata in marmo e sovrastante la cappella funeraria vera e propria, alla quale si accede da una doppia rampa di scale posteriore. Al centro un’eterea figura angelica che diventa la vera protagonista della composizione. Domina l’insieme un gusto iper decorativo, tipico dell’epoca, in un incontro tra repertorio ornamentale Art Nouveau e forme classicheggianti che riflette il profilo aggiornato e internazionale del laboratorio di famiglia.
Eretto tra 1907 e 1909, il monumento onora la figura di Alex Berring Nicoli (1857 – 1906), scultore e abile imprenditore nel settore del commercio e della lavorazione artistica del marmo: rifornì di marmi molti artisti francesi (tra i quali Auguste Rodin) e realizzò nel suo studio carrarese importanti commissioni per Lucien Pallez (1853-1933), Jacques Froment-Meurice (1864-1947), Henri-Édouard Lombard (1855–1929) ed altri. Morì in circostanze tragiche nel 1906, a 39 anni: non è da escludersi che il modello per l’Angelo orante sia stato fornito proprio da uno degli autori francesi con i quali era solito collaborare.
Chiudono la magniloquente serie di cappelle storiche quelle della famiglia Gattini, in stile neo rinascimentale, e l’altra dei Bufalini, dalle possenti forme Déco.
Risalendo la collina fino alla terrazza più alta (ma si possono utilizzare anche gli ascensori posti nel settore centrale, più moderno, della struttura), e superate le sepolture dei tanti Caduti per la Libertà, i partigiani morti nella lotta per la liberazione tra 1944 e 1945 (la provincia di Massa Carrara è stata la prima in Italia a essere decorata con la medaglia d’oro al valore militare, nel 1947, e il comune di Carrara ha ottenuto la medaglia d’oro al valore civile nel 2007), si raggiunge la suggestiva cappella funeraria dello scultore Giovanni Beretta (Carrara, 1867-1931).
Si ha l’impressione che il sepolcro sia scolpito nella nuda roccia e l’avanzare della vegetazione, siamo al limitare del bosco, accentua l’effetto scenico. L’affascinante atmosfera neoclassica nasconde però un significato più profondo, nel riecheggiare l’analoga architettura del mausoleo di Giuseppe Mazzini a Staglieno (1874). Non solo una dichiarazione di fede mazziniana ma un preciso riferimento all’esecuzione dell’opera, disegnata dall’architetto Gaetano Vittorio Grasso (1849-1899) e alla cui realizzazione aveva partecipato lo stesso Beretta.
A fianco uno degli angoli più cupi e discussi di Marcognano: un altare, quasi un’ara pagana, scandito da fasci littori in bronzo ricorda i fascisti caduti nei moti di Sarzana del 1921. Il monumento, sotto il titolo di Sacrario dei Martiri della Rivoluzione Fascista, doveva essere completato da un busto colossale di Mussolini, che non risulta sia mai stato eseguito. I dati sono comunque molto scarsi; le ombre della storia ancora avvolgono uomini e monumenti collegati a quei tragici frangenti.
La discesa avviene attraverso il settore nord del cimitero. Qui, tra sepolcri di aspetto più moderno, si nasconde un originale manufatto: un gruppo scultoreo, Padroni del campo, vincitore del premio Fabbricotti (ambito riconoscimento nella Carrara tra Otto e Novecento) nel 1906.
L’opera, eseguita da Pietro Raffo (Carrara, 1866 – 1912), si trova nella cappella di famiglia e rappresenta un gruppo di quattro gatti che giocano e si stiracchiano, rovesciando un cesto di vimini e rompendo un piccolo vaso. Completa l’insieme un basamento in bardiglio con originali decori Art Nouveau (ci sono coppie di topi che sembrano danzare!) e permette alla scultura di ruotare su se stessa.
Più a valle si torna ad essere circondati da sepolture di inizio secolo: segnaliamo, tra le moltissime lapidi, quella della maestra Assuntina Dini (Carrara, 1890-1918), con bassorilievo del fratello Ezio (Carrara, 1887-1966) e una pregevole epigrafe dettata dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova, 1871-1919). Se ne fornisce la trascrizione integrale in attesa di un restauro che restituisca dignità all’originale: “Una quieta fanciulla io era: e uno stormo di bimbi / moderavo tra i primi studi e l’ansia di giuochi / e nell’età crescendo che alle fanciulle offre un serto / di rose io mi rinvenni tra i cipressi di Eliso. / Colà rivivo serena; e chiamo: e ancor garruli bimbi / a me corron che senza un bacio vagan tra l’ombre / dettò Ceccardo Roccatagliata Ceccardi”.
Poco discosta la cappella Pocherra, dalle forme in bilico tra razionalismo e Art Déco, dominata da un monumentale Cristo Redentore di Carlo Fontana (Carrara, 1865 – Sarzana, 1856): vi riposa l’avvocato Bernardo Pocherra (Carrara, 1885 – 1968), politico, sindaco di Carrara (1922-23) e deputato (1934-39), direttore della società editrice Messaggerie Italiane. Degne di nota le vetrate artistiche colorate e la lapide con i due grandi putti a sorreggere un elaborato festone.
Singolare, e avvolto da un alone di mistero, il monumento eretto dallo scultore Adolfo Ottavio Ponzanelli (Carrara, 1879 – 1952) in memoria del padre Cesare. Allievo a Parigi di Auguste Rodin, Ponzanelli si stabilì in Messico nel 1906, dove aprì un fortunato studio di scultura, tutt’ora in attività. L’insieme è caratterizzato dall’uso eclettico di un vocabolario classico e dal continuo insistere sui raffinati intagli in marmo, e culmina nel sentito busto ritratto del padre dell’artista. L’elemento più curioso, e sfuggente, si trova però nella parte posteriore del monumento, dove appare la figura di una religiosa in preghiera. L’iscrizione annessa recita: “LA REV.DA MADRE ANTONIA MAYLEN / SUPERIORA GENERALE DELLE FIGLIE DI MARIA / IMMACOLATA DI GUADALUPE / VENNE A PREGARE IN QUESTA TOMBA CHE DESIDERAVA SUA / L’IMMAGINE SCOLPITA QUAL VENERANDO RICORDO / A.P. 1931”.
La vicenda rimane avvolta nel mistero, e non ci è dato sapere – almeno per il momento – che ci facesse una madre superiora messicana a Carrara, e per quale motivo desiderasse trovare sepoltura nella tomba di famiglia dei Ponzanelli.
Il percorso giunge alla sua naturale conclusione, tornando a lambire il tempio centrale, davanti al granitico monumento funebre di Arturo Dazzi (Carrara, 1881 – Pisa, 1966) e della moglie Andreina Vannoni detta Gri (1889 – 1982). Protagonista assoluto del Novecento italiano, Dazzi realizzò opere monumentali, spesso in collaborazione con l’architetto Marcello Piacentini (Roma, 1881 – 1960), e apprezzate sculture dal tono più intimo, tra le quali il celebre Cavallino (1928), replicato più volte e del quale si conserva un esemplare non finito nei pressi dell’ingresso al camposanto. Suo il monumento (detto anche obelisco o antenna) a Guglielmo Marconi all’EUR, opera di impressionanti dimensioni (45 metri di altezza) e dalla lunga e travagliata realizzazione (1939-1959). L’austera sepoltura, dapprima del tutto spoglia, fu in seguito arricchita, per volontà della vedova, di una traduzione in marmo del modello di Dazzi per una Sant’Agnese (1951, messa in opera nel 1971).
Preservare e promuovere il patrimonio culturale dei cimiteri monumentali è una sfida attuale e complessa che solleva interrogativi di non facile risposta, toccando pregiudizi e tabù profondamente radicati nella nostra società. Alle funzioni primarie del commiato e della memoria si affiancano oggi esigenze di ordine storico e conservativo, mentre cresce l’interesse verso nuove forme di fruizione culturale, civile e ambientale di questi luoghi così peculiari.
Recentissimi studi dimostrano come, a fronte di un calo complessivo delle visite ai cimiteri, gli italiani siano oggi più disponibili ad estenderne la funzione con visite guidate su temi storici o pedagogici, mentre rimangano più scettici, se non apertamente contrari, all’organizzazione di iniziative di altro genere, siano attività di gruppo (yoga, meditazioni), teatro, presentazioni o concerti (dati ufficiali nel rapporto Gli italiani e la morte. Pratiche, opinioni, credenze, Istituto Cattaneo, Bologna, maggio 2026).
Un camposanto monumentale non può certo essere trattato alla stregua di un parco pubblico, ma nemmeno l’abusata formula del Museo a cielo aperto vale a restituirne la complessità o a guidarne le modalità di fruizione. Il successo delle iniziative organizzate in tutta Europa durante la Settimana per la scoperta dei cimiteri europei (Week of Discovering European Cemeteries, rassegna annuale dell’ASCE - Association of Significant Cemeteries in Europe) o, per rimanere in Italia, degli Staglieno Days a Genova, mostrano tuttavia come i luoghi della memoria possano diventare spazi vivi per la città: un equilibrio delicato.
Mentre, a livello comunitario, la European Cemeteries Route è stata integrata negli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa (Cultural Route of the Council of Europe), sin dal 2010, in Italia esiste dal 2018 un Atlante dei cimiteri significativi italiani. Nato da un protocollo d’intesa tra Utilitalia SEFIT e il Ministero della Cultura, il documento viene aggiornato annualmente e include, al momento, trentanove strutture.
L’aggiunta di Marcognano al prestigioso Atlante (edizione maggio 2026) ha costituito il primo passo di un più ampio percorso di valorizzazione voluto da Nausicaa Carrara, società multi servizi del Comune di Carrara che gestisce, tra le altre cose, i servizi cimiteriali del territorio. L’intento è quello di rafforzare la conoscenza e la fruizione del complesso monumentale, riconoscendone il valore storico, artistico e identitario.
Il portale www.cimiterodimarcognano.it (settembre 2026) segna un’ulteriore tappa di questo cammino e si presenta come strumento fruibile a più livelli: una mappa interattiva guida il visitatore tra oltre 80 punti di interesse, mentre sezioni storiche, con documenti d’archivio inediti e un’adeguata bibliografia, aiutano ad approfondire la storia del complesso. Sei chiavi di lettura completano il quadro, dai 14 monumenti in evidenza, accompagnati da schede storico-artistiche approfondite, ai 5 percorsi tematici per orientarsi all’interno di Marcognano. Carrara e gli scultori celebra gli artisti dello scalpello che hanno fatto la storia della scultura carrarese; I mestieri del marmo racconta un legame importante, quello di chi ha lavorato il marmo con le proprie mani, cavatori, scalpellini, lustratori ecc. Ideali, politica e appartenenze insegue le tracce del credo politico e civile affidate ai monumenti funebri, mentre Memoria Civile e Tragedie Collettive attraversa le vicende e i lutti che hanno segnato la memoria civile della comunità locale. I volti della città, infine, conduce tra atmosfere più intime e storie quotidiane, quelle delle persone comuni, più o meno note, degli artigiani e dei professionisti, ma anche di chi fece della cultura, o dell’impegno sociale, la chiave di volta della propria esistenza. Un invito a leggere Marcognano come un enorme libro di marmo, che racconta le storie dei personaggi che più hanno inciso nella Carrara del Novecento.
L'autore di questo articolo: Andrea Fusani
Andrea Fusani, storico dell’arte, si occupa principalmente di scultura, mercato e storia del lavoro artistico nel lungo Settecento. Dopo la laurea in Beni Culturali, conseguita a Pisa nel 2001, ha lavorato a lungo nel settore privato organizzando eventi, mostre e spettacoli. Dal 2019 è tornato a dedicarsi a tempo pieno alla ricerca e, nel 2023, ha conseguito il Dottorato di ricerca interuniversitario toscano (Università di Firenze, Pisa e Siena) con una tesi sul mercato della scultura tra Carrara e i paesi europei (1742-1814). È stato borsista dottorale, borsista di ricerca e collaboratore a contratto presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, lavorando nell’ambito della convenzione tra l’Ateneo e la Galleria degli Uffizi. Ha pubblicato vari saggi scientifici e il volume Pietro Leopoldo I Granduca di Toscana, un ritratto inedito. Domenico Andrea Pelliccia (1736-1821), Milano, 2024. È perito stimatore iscritto al ruolo e collabora con gallerie di alto antiquariato. Dirige il progetto di valorizzazione, apertura e restauro di Palazzo Sarteschi Del Medico Staffetti a Carrara.
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