Noli è un'ombra


Dante la usò per misurare la fatica di una salita. Oggi Noli, antica repubblica marinara del Ponente ligure, si misura con il turismo, le sue torri, il suo lungomare, le sue case vuote e una storia che continua a cambiare ogni volta che qualcuno prova a raccontarla. Un nuovo articolo della rubrica “Le vie del silenzio” di Federico Giannini.

Per far capire al suo lettore quanto fosse scoscesa e malagevole la salita dell’Antipurgatorio, Dante gli suggeriva d’immaginare tutto un repertorio di posti impervî, a cominciare da Noli, la cui raggiungibilità a fine Duecento, volendo fidarsi del quarto canto del Purgatorio, doveva essere d’una scomodità esemplare, dacché paragonata a quella d’altri luoghi ostinatamente remoti, nascosti da esser quasi selvaggi, neppure lambiti dalle strade del tempo: la fortezza di San Leo, la pietra di Bismantova, il monte Cacume nei Lepini. Non ho idea di come s’arrivasse a Noli all’epoca di Dante: presumo che la modalità più confortevole richiedesse un tragitto via mare, perché l’alternativa, seguendo la topografia dantesca, presupponeva il fastidio di doversi calare giù verso l’abitato imboccando qualche ripida mulattiera di crinale che partiva da chissà dove, dato che la via romana più vicina, la Iulia Augusta, che continuò a esser adoperata anche nel Medioevo, con tutta probabilità una volta arrivata a Vado smetteva di seguire la linea di costa, passava in mezzo ai boschi dell’entroterra scordandosi di Noli, e poi si rituffava in mare dalle parti del Finalese. Noli isolata e prospera, chiusa tra il monte Ursino e il capo di rupi brulle, aspre e bianche che la separa da Varigotti: doveva apparire più o meno così. Una riga di torri e di case di pietra e mattoni infilata fra due promontorî, dove comincia a far buio quando dalle altre parti è ancora chiaro, dove tira un’aria dispettosa, un’aria che impigrisce, che interferisce con l’insenatura appena se ne va il sole. Ma va bene così: Noli sembra costruita apposta per aspettare le ombre.

La viabilità oggi s’è fatta più pratica: ci pensa l’Aurelia a scaricare d’estate tonnellate di villeggianti brianzoli e torinesi su quel lembo timido di spiaggia che s’ostina in parte a rimaner dei pescatori che tengono le loro barche in secca, e in parte è roba da bagnanti, striscia di sabbia fine mista a ghiaia che, informano le agenzie di promozione turistica locale, offre ampia scelta di stabilimenti balneari attrezzati, ideale per una vacanza rilassante, ideale per le famiglie con bambini, mare di acque cristalline insignito della Bandiera Blu. Sul lungomare, una giostrina piazzata in faccia ai palazzotti medievali, di quelle che si vedevano ovunque negli anni Novanta, con le astronavi aerografate coi personaggi dei cartoni animati, dichiara subito l’odierna vocazione della città. I più, allora, vanno a Noli per portare la prole al mare, e non si vede perché dovrebbe esser diversamente. E però, se ci si capita fuori stagione, Noli, colma d’inventiva, si rivende la storia della quinta repubblica marinara. Esattamente come Gaeta, esattamente come Ancona, esattamente come Ragusa di Dalmazia, esattamente come tutte quelle città di mare che verso il Due-Trecento avevano statuti autonomi e cinque o sei secoli più tardi hanno avuto la disgrazia d’esser lasciate fuori dal canone ufficiale, d’esser estromesse dallo stemma della Marina Militare, dalla partizione che s’impara alle elementari. Gli abitanti, allora, hanno voluto rivendicare la loro contrarietà alla storiografia ufficiale sbattendo lo stemma cittadino davanti a quelli di Venezia, Amalfi, Genova e Pisa nell’acciottolato che sta in fronte al Palazzo del Comune, e a vedere quel goniometro di sassi vien naturale pensare che la questione sia seria. Ma forse per rendersene conto basta anche posare gli occhi su quelle due grosse arcate a sesto acuto del palazzo, sugli archi ciechi che li sovrastano, sul massiccio squadrato del Municipio: di due-trecentesco non è rimasto praticamente niente, ma i nolesi di tutti i secoli hanno brigato per fare in modo che almeno la facies si conservasse e continuasse ad andar d’accordo con la Torre Civica che gli sta a fianco e ch’è rimasta più o meno intatta dai tempi in cui Dante lamentava la fatica di scendere verso Noli.

Le torri son tra le poche cose che rimangono a Noli dell’epoca di Dante. Ricamando con la fantasia, e facendo ovvio e stanco ricorso alla mitografia locale (com’è per tutte le mitografie, anche qui basta un verso per muovere l’immaginazione), ci si potrebbe figurare il poeta che, sulla via per la Francia, da qualche monte attorno a Noli riesce a intravedere il profilo della città: avrebbe visto, strette fra i boschi e il mare, una settantina di torri in laterizio, affusolate, a segnalare anche da lontano la prosperità d’una città che viveva dei suoi traffici per mare. Fonti attestano che nel Duecento c’erano a Noli settantadue torri, e dobbiamo immaginare una flotta altrettanto consistente, dacché per le leggi comunali chiunque volesse innalzare una torre, nobile o ricco mercante che fosse (eran queste le categorie che si spartivano le torri), doveva possedere per forza una nave. Una nave mercantile o una nave da guerra, non importava: serviva però una nave. Oggi non ci son più navi a Noli: al massimo si vedono i gozzi dei pescatori, buoni per le fotoricordo. E di torri ne son rimaste quattro: quella del Comune, due delle torri che sovrastavano le porte d’ingresso alla città (la Torre di Porta Papona, l’unica rimasta com’era nel Duecento anche all’interno, dacché mai abitata, e la Torre San Giovanni: entrambe vennero innalzate per volere del Comune, quando si pensò di cingere la città d’una cerchia di mura, casomai non fosse bastata l’asperità dei suoi monti a deprimere chi volesse prenderla da terra), e poi la Torre dei Quattro Canti, trentotto metri, la più alta. Per chi è già dentro Noli son difficili da vedere, perché a Noli piace nascondersi. È città che non gradisce le geometrie, è città oscura e introversa, è città che s’è ricordata ogni momento della sua storia e l’ha coperto col silenzio dei suoi caruggi, col buio delle piazzette che s’aprono là dove pensavi che un vicolo s’interrompesse, con gli schiamazzi dei bimbi che giocano con una palla in chissà che anfratto, coi rintocchi d’una campana che non capisci dov’è che stia suonando. Noli stessa è un’ombra.

Veduta di Noli
Veduta di Noli. Foto: Federico Giannini
Spiaggia di Noli
Spiaggia di Noli. Foto: Federico Giannini
La giostra del lungomare
La giostra del lungomare. Foto: Federico Giannini
Torre Civica e Palazzo del Comune
Torre Civica e Palazzo del Comune. Foto: Federico Giannini
Torre di Porta Papona
Torre di Porta Papona. Foto: Federico Giannini
Torre di San Giovanni
Torre di San Giovanni. Foto: Federico Giannini
Torre dei Quattro Canti
Torre dei Quattro Canti. Foto: Federico Giannini
Gli stemmi delle repubbliche marinare davanti alla Loggia della Repubblica Nolese
Gli stemmi delle repubbliche marinare davanti alla Loggia della Repubblica Nolese. Foto: Federico Giannini
Caruggi di Noli
Caruggi di Noli. Foto: Federico Giannini
Caruggi di Noli
Caruggi di Noli. Foto: Federico Giannini
Salita al Vescovado con, sulla destra, l'hotel abbandonato
Salita al Vescovado con, sulla destra, l’hotel abbandonato. Foto: Federico Giannini

Chi volesse trovare altro del tempo di Dante, faticherebbe: c’è il Castello di Monte Ursino, certo, e però quel che si vede adesso non è più il fortilizio medievale, ma il rudere d’una compatta, pesante, imponente costruzione cinquecentesca. Il Palazzo dei Vescovi che sta sotto al castello no, quello è roba tardocinquecentesca rifatta poi due o tre secoli dopo, e vale anche per la chiesetta delle Grazie che s’incontra lungo la salita: ci si va per far le foto di Noli dall’alto e perché in quello ch’era stato il giardino dei vescovi c’è un ottimo cocktail bar (cercando di non farsi arrotare nel tentativo d’arrivarci, perché sotto a quel che rimane delle mura, una volta lasciata Porta Papona per salire al Vescovado, ci hanno costruito una trafficatissima provinciale, e si dà il caso che sia l’unica via per arrivare nelle frazioni più a monte). C’è il Palazzo del Comune, ch’era sede del governo della repubblica di Noli, ma s’è detto che l’hanno ampiamente rimaneggiato nei secoli. Appena decentrata, in mezzo ai villini borghesi, c’è la chiesa di San Paragorio, la prima cattedrale, ch’è uno degli edifici romanici più importanti della Liguria, e dentro c’è anche un crocifisso duecentesco simile al Volto Santo di Lucca, ma la vediamo com’è stata restaurata da Alfredo d’Andrade a fine Ottocento, e poi è più facile trovarla chiusa che aperta, e allora si finisce per guadare il rigagnolo che scorre ai margini del centro (lo scavalla un ponticello di pietra pomposamente detto “Ponte Antico”: i nolesi avran pensato che di ponti vecchi ce ne fossero già troppi, quindi occorreva trovare altro aggettivo) e tornare a nascondersi per i vicoli a cercar dell’altro. C’è qualche casa-torre, al massimo, ma tocca l’incomodo d’immaginarle senza i maquillage che spesso le appesantiscono: Casa Pagliano è la più vistosa, ma è trecentesca, e poi ai primi del Novecento ci ha messo mano un assistente di Alfredo d’Andrade, e allora non si sa più cosa sia gotico e cosa sia neogotico. Casa Repetto andrebbe bene, anzi, è anche più interessante d’altre sue sorelle, perché l’hanno costruita sul moncone in pietra verde d’una torre del dodicesimo secolo, ma è quella meno appariscente. Casa Maglio e Casa Garzoglio pare siano duecentesche, è rimasto poco, ma almeno si vede come dovevano esser fatte le case dei nolesi che vissero agl’inizi della Repubblica: costruzioni con una solida base di pietra e un primo piano più spigliato, rivestito di cotto, ingentilito da bifore e trifore. C’è la Porta di Piazza, ma a fine Settecento è stata affrescata da un pittore spagnolo, un certo Vicente Suárez, una “meteora”, l’ha detto uno storico dell’arte, Massimo Bartoletti, “che prima di scomparire, nel giro d’un paio d’anni o poco più, produsse un numero piuttosto consistente di dipinti religiosi distribuiti tra Noli e la Balagna”, cioè quella zona della Corsica, ruvida, poco abitata e fitta di boschi, che sta attorno a Calvi e al monte Cinto: evidentemente, a Suárez piacevano i posti impraticabili.

A Noli, Suárez ha dipinto l’immagine sulla Porta di Piazza e qualche cosa dentro la bella Cattedrale di San Pietro, che cominciò a diventare la chiesa più importante di Noli dopo il 1572, anno in cui fu trasferita qui la cattedra vescovile, con bolla di papa Gregorio XIII: pale modeste, a cui però i nolesi evidentemente erano attaccati (c’è anche il dipinto con la gloria del patrono, Sant’Eugenio), tanto da insignire lo spagnolo della cittadinanza, era il 6 agosto del 1788 e poco altro sappiano della vita di questa meteora. Dentro alla Cattedrale tardocinquecentesca, che non ama farsi vedere e se ne rimarrebbe volentieri appiattata in mezzo ai caruggi, non fosse per il campanile che ne segnala la presenza, non ci si capita per interesse: si entra nella Cattedrale quasi per caso, o al più per quel dovere di firma che induce ogni visitatore d’un centro storico a intrufolarsi nella chiesa ch’è percepita come la più importante. Ci sono le opere di Suárez, c’è un pulpito barocco di fine Seicento, lavoro di tale Anselmo Quadro, c’è un’Annunciazione d’un Giovanni Battista Maragliano che cerca di rifarsi al più noto Anton Maria ch’era suo parente, e poi c’è sull’altar maggiore un polittico che viene dalla chiesa del Vescovado e che la tradizione attribuisce a Vincenzo Foppa, verosimilmente in ragione d’una vaga somiglianza dei lineamenti della Vergine, assisa su di un trono di marmo a reggere il Bambino mentre angeli suonano attorno a lei liuti, vielle e arpe, con quelli delle Madonne del lombardo. Il problema è che questo pur delizioso polittico è troppo rigido, troppo antiquato, troppo inflessibile per essere un lavoro del maestro che affrescò la Cappella Portinari, che dipinse il San Sebastiano di Brera, che s’inventò la Madonna del tappeto: è, dunque, attribuzione da respingere senza troppi ripensamenti, attribuzione che non può esser presa sul serio. Se proprio occorre trovare un nome, il più plausibile dovrebbe esser quello di Lorenzo Fasolo, al quale s’avvicina il polittico ch’è conservato oggi alla Pinacoteca Civica di Savona e che viene però dalla Santissima Annunziata di Spotorno, il paese appena di là da Noli, e che presenta una struttura identica a quella del polittico di Noli, con la stessa impaginazione, le stesse proporzioni tra gli scomparti, financo la cornice par quasi sovrapponibile. Quello di Spotorno ci è arrivato in condizioni sicuramente migliori di quello che possiamo considerare, senza grossi dubbî, una sorta di suo compagno nolese, e che ci appare però più rovinato, più sbiadito, più spellato. Gl’indizî, ad ogni modo, portano tutti verso Fasolo: i lineamenti delle figure, specie quelle femminili, il modo perpendicolare con cui il pittore fa ricadere i panneggi che paiono quasi pesanti tende di canapone, le muscolature scultoree. Il polittico di Noli è stato evidentemente eseguito onde ringraziare i santi Sebastiano e Rocco, dipinti negli scomparti laterali, santi protettori dalle malattie, per aver fatto scampare a Noli un qualche contagio: gli oranti son lì ai piedi dei santi che pregano rivolti verso la Vergine. Un prodotto affascinante, certo, ma anche un prodotto piuttosto comune al tempo, un prodotto per la devozione d’una piccola comunità, pertanto un prodotto d’una qualità non così elevata da lasciar supporre che sia stato il maestro a occuparsene: convince di più l’idea che si tratti d’un buon prodotto di bottega, o d’un lavoro dipinto da un qualche seguace di Lorenzo Fasolo operativo sulla riviera di Ponente.

Castello di Monte Ursino
Castello di Monte Ursino. Foto: Federico Giannini
Casa Repetto
Casa Repetto. Foto: Federico Giannini
Casa Pagliano
Casa Pagliano. Foto: Federico Giannini
Porta di Piazza
Porta di Piazza. Foto: Federico Giannini
Cattedrale di Noli
Cattedrale di San Pietro. Foto: Federico Giannini
Cattedrale di San Pietro, interno
Cattedrale di San Pietro, interno. Foto: Federico Giannini
Chiesa di San Paragorio
Chiesa di San Paragorio
Ponte Antico
Ponte Antico
Vicente Suárez, Trinità con sant'Eugenio in gloria tra san Fiorenzo e san Vendemiale
Vicente Suárez, Trinità con sant’Eugenio in gloria tra san Fiorenzo e san Vendemiale. Foto: Federico Giannini
Polittico della bottega di Lorenzo Fasolo
Polittico della bottega di Lorenzo Fasolo. Foto: Federico Giannini
Loggia della Repubblica Nolese
Loggia della Repubblica Nolese. Foto: Federico Giannini
Targa con il decreto del 1620
Targa con il decreto del 1620. Foto: Federico Giannini
Lungomare di Noli
Lungomare di Noli. Foto: Federico Giannini

E comunque, per i fedeli che pregano attorno a questo polittico, e che son forse gli unici, assieme agli storici dell’arte, che si potrebbero accalorare per le sue vicende attributive, probabilmente un Vincenzo Foppa vale un Lorenzo Fasolo, o un suo seguace, e va benissimo così: fuori dai musei, si può avere ancora la fortuna di tentar la scrittura d’una storia dell’arte senza nomi. E a Noli non ci sono musei: la sua storia rimane allora celata in mezzo alle sue ombre, e per cercare l’eco dei suoi commerci, dei suoi cantieri, dei suoi vescovi, dei suoi podestà, delle sue famiglie, delle sue guerre, delle deliberazioni del suo Consiglio dei Consoli, dei viaggiatori che l’hanno ammirata, dei navigatori che son partiti dalle sue rive per andare in mezzo agli oceani quando il mare ancora profumava d’ignoto, ecco, per sentire questi suoni forse servirebbe frugare in mezzo alle pietre e ai mattoni. Ma pietre e mattoni, c’è da scommetterci, han poca voglia di rispondere. Il massimo che si può trovare è un qualche cartello screpolato con le indicazioni dei monumenti principali (e, caso raro, le ricette dei piatti tipici una volta che s’è finito di legger la storia del Palazzo Vescovile o della Torre Papona), o al più una targa secentesca, sotto la Loggia della Repubblica Nolese, dove si dice che qualunque forestiero non poteva fermarsi più di tre giorni se non era in possesso di una garanzia, rilasciata dalle autorità, attestante ch’era persona a modo, altrimenti avrebbe dovuto pagare una multa e rischiare pene aggiuntive. La targa reca data 1666, ma il decreto cui fa riferimento, si legge, è del 1620, e ora che son passati più di quattrocento anni si potrebbe rispolverare il provvedimento per ricucirlo sulle misure del turista contemporaneo. I sindaci di tutte le località rivierasche dovrebbero segnare in agenda una gita a Noli.

Qualcuno avrebbe da concludere che l’ospitalità non sia esattamente la specialità del posto. E in effetti qui la cacciata del foresto ha una tradizione più lunga di quella delle acciughe ripiene, se la gioca forse con la pesca alla sciabica. Eppure, se si guarda bene, non è del tutto vero che Noli sia città delle ombre. Forse aveva ragione Camillo Sbarbaro: è solo sdegnosa della terra, e probabilmente lo è diventata a forza di guardare il mare come un gabbiano ferito, a forza di farsi mordere le torri dal vento. La sua oscurità, allora, si dissolve in certe giornate d’inverno o di primavera, quando si capita a Noli e si vedono solo gli abitanti, quelli che son rimasti, e che si domandano cosa fare di tutte le case vuote rimaste nel centro, cosa fare dell’albergo abbandonato che s’incontra vicino al mare, sulla strada che porta al Vescovado, cosa fare d’un patrimonio edilizio che spessissimo non è neppure alla portata di chi vive qui: in quarant’anni, il Comune ha perso un terzo dei suoi residenti, e stando ai dati che il sindaco ha riportato in consiglio comunale qualche settimana fa, i due terzi degli appartamenti di Noli oggi sono disabitati. E poi, l’oscurità si dirada appena comincia quel lungomare che mette d’accordo tutti, quel lungomare dove ci sono gli stabilimenti, i bar, i ristoranti, gli alberghi, le profumerie, quello che rimane delle edicole, quello che rimane dei bazar per i villeggianti, quello che rimane dei locali per la sera, quel lungomare che ha la capacità di essere come una specie di finale della storia. Anche se non si capisce bene quale sia la morale. Ammesso che ci sia.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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