L’archeologia contemporanea ha superato l’immagine romantica della caccia ai tesori per affermarsi come una disciplina scientifica dal rigoroso impianto metodologico, il cui scopo primario consiste nella ricostruzione delle vicende umane e delle relazioni tra le comunità antiche e i loro ambienti. L’indagine sul terreno si configura come un’operazione singolare: diversamente da altre scienze, lo scavo archeologico è a tutti gli effetti una procedura non ripetibile. Nel momento stesso in cui il terreno viene rimosso per mettere in luce resti sepolti, la stratificazione originaria si scompone in modo irreversibile e cessa di esistere nella sua configurazione fisica. Per tale motivo, la documentazione capillare di ogni fase di lavoro e la capacità di stabilire la successione temporale dei depositi rappresentano l’ossatura di qualsiasi ricerca. Datare un reperto archeologico, e quindi assegnare un’epoca un oggetto, a un muro o a un livello di terreno non è una semplice catalogazione, ma il presupposto essenziale per trasformare dei frammenti materiali in una narrazione storica coerente. Per orientarsi nel tempo, la ricerca si avvale di due concetti complementari: la cronologia relativa, che ordina eventi e manufatti in una sequenza temporale indicando ciò che è avvenuto prima e ciò che è accaduto dopo, e la cronologia assoluta o numerica, che consente invece di collegare un fatto o un reperto a una data precisa espressa in anni. La cronologia relativa, come scrive l’archeologo Daniele Manacorda, “permette di stabilire la maggiore o minore antichità di un contesto rispetto ad un altro e ha come obiettivo la costruzione di sequenze che dispongano ordinatamente nel tempo singoli oggetti, strati o eventi a qualunque scala: dal susseguirsi delle diverse glaciazioni nel Quaternario alla ricostruzione della catena di procedimenti artigianali che è alla base della produzione di un manufatto o della costruzione di un edificio”, mentre la cronologia assoluta “consente di disporre gli eventi nelle loro reciproche relazioni e di valutare, ad esempio, la durata di alcuni fenomeni storici fondamentali, la velocità delle trasformazioni che si sono susseguite e la loro eventuale simultaneità nelle diverse regioni del mondo”.
La pietra angolare su cui si regge il lavoro di scavo è il metodo stratigrafico, una procedura derivata dai principi della geologia e rielaborata per comprendere la specifica natura dei depositi antropici. Sul terreno, le tracce delle attività umane e degli agenti naturali si sovrappongono progressivamente nel corso del tempo. Semplificando, si potrebbe dire che la regola della sovrapposizione stabilisce che, in una sequenza indisturbata, lo strato collocato nella posizione più profonda è il più antico, mentre quello situato in posizione superiore è il più recente. “La stratigrafia”, scrive l’archeologa Carolina Megale, “si basa sul principio che lo strato che giace più in basso è più antico di quello che gli sta sopra: la successione degli strati, dunque, può fornire una sequenza cronologica relativa, dal più antico (lo strato più in basso) al più recente (lo strato più alto). Inoltre (anche se non è sempre così semplice) i reperti contenuti in uno strato, che non abbia subito alterazioni successive, si possono ritenere coevi allo strato stesso”. Nel deposito archeologico si distingue tra Unità Stratigrafiche positive, che testimoniano azioni materiali di accumulo o costruzione come la gettata di un terreno o l’innalzamento di un muro, e Unità Stratigrafiche negative, che rappresentano invece momenti di distruzione o sottrazione di materia, come lo scavo di una fossa o la rasatura di un edificio. Riconoscere i confini di ciascuna unità e analizzare i loro rapporti fisici di sovrapposizione o di taglio consente all’archeologo di tradurre la complessità del sottosuolo in uno schema sequenziale astratto: grazie all’impiego del diagramma stratigrafico, dunque, le singole azioni vengono collegate in una sequenza di cronologia relativa e accorpate in attività e periodi storici, fornendo la griglia temporale fondamentale per l’interpretazione del sito.
Il passaggio dalla sequenza di cronologia relativa all’ancoraggio a una cronologia assoluta avviene mediante l’individuazione degli elementi datanti contenuti negli strati. Nelle epoche storiche caratterizzate dall’impiego della scrittura o dall’emissione monetaria, per esempio, la presenza di particolari manufatti recanti messaggi espliciti rappresenta una risorsa di straordinaria rilevanza: una moneta recante il ritratto di un sovrano o l’anno di coniazione, così come un’iscrizione epigrafica datata mediante un’era consolare romana, costituiscono punti fermi di primaria importanza per l’inquadramento temporale. Allo stesso modo, anche manufatti come i laterizi o le grandi anfore da trasporto possono recare impressi bolli di fabbrica in grado di indicare l’officina o l’anno di produzione. Tuttavia, l’uso cronologico di questi oggetti richiede una cautela metodologica legata ai concetti di terminus post quem e terminus ante quem. Il terminus post quem rappresenta il limite a partire dal quale uno strato ha potuto formarsi: la presenza di una moneta coniata nel 10 d.C. indica che lo strato si è costituito contemporaneamente o in un momento successivo a quell’anno, poiché un oggetto non può entrare in un terreno prima di essere stato fabbricato. Al contrario, il terminus ante quem fissa la datazione prima della quale il deposito si deve essere formato. Questa situazione si verifica nei contesti chiusi, dove un evento improvviso come un’eruzione vulcanica, un incendio o un naufragio, oppure un’azione intenzionale come una sepoltura, blocca istantaneamente l’associazione dei materiali in uso in quel preciso momento, come accadde a Pompei nel 79 d.C..
Quando la ricerca opera in contesti privi di fonti scritte o di oggetti recanti date esplicite, la classificazione formale dei manufatti diviene lo strumento primario per la costruzione dei quadri cronologici. Il metodo crono-tipologico consiste nel raggruppare i reperti in tipi definiti sulla base della ricorrenza di caratteristiche morfologiche, tecnologiche e decorative. Tale approccio riposa su due concetti essenziali: il fatto che gli oggetti prodotti in un determinato intervallo temporale condivideranno uno stile coerente, e la constatazione che le trasformazioni stilistiche si svolgono in modo graduale. Ordinando i tipi in sequenze seriali, la seriazione permette di stabilire l’evoluzione cronologica relativa delle associazioni di manufatti. In questo contesto, la ceramica riveste il ruolo di... guida per l’archeologia, la si potrebbe definire: la sua straordinaria abbondanza negli scavi, unita all’inalterabilità della terracotta e alla spiccata sensibilità delle forme rispetto alle mode culturali, rende i frammenti ceramici indicatori cronologici cui si attribuisce un elevato grado di precisione. La redazione di ampie tavole tipologiche per le diverse classi ceramiche, come quelle elaborate per le anfore romane, consente inoltre di praticare la datazione incrociata: il ritrovare manufatti di forma nota in un sito sconosciuto permette di trasferirvi le datazioni già acquisite in altri contesti.
Ci sono poi diversi altri metodi. A partire dalla metà del Novecento, infatti, l’incontro tra l’archeologia e la scienza ha aperto la strada ai metodi di datazione basati su fenomeni naturali, i metodi archeometrici, capaci di fornire valutazioni temporali numeriche indipendenti dai quadri culturali storici. Ad esempio, metodo del radiocarbonio o Carbonio-14, sviluppato da Willard Libby tra il 1945 e il 1955, rappresenta la tecnica più celebre per la datazione di materiali di origine organica come legni, carboni, ossa, tessuti, conchiglie e semi. Il funzionamento di questo orologio nucleare si basa sull’isotopo radioattivo Carbonio-14, generato nell’alta atmosfera dai raggi cosmici e assimilato da tutti gli organismi viventi attraverso la fotosintesi o la catena alimentare. Fintanto che un organismo è in vita, la proporzione tra Carbonio-14 e isotopi stabili rimane in costante equilibrio con quella atmosferica. Con la morte dell’organismo gli scambi cessano e la quota di Carbonio-14 nei tessuti inizia a ridursi in maniera regolare per decadimento radioattivo, dimezzandosi ogni 5730 anni circa. Misurando la quantità di isotopo residuo è così possibile calcolare il tempo trascorso dal decesso. Il radiocarbonio permette di datare reperti risalenti fino a circa 50.000 anni dal presente, anche se occorre naturalmente tener conto del fatto che la datazione al radiocarbonio permette di datare il materiale, non necessariamente il manufatto: un artista potrebbe, per esempio, aver dipinto su di una tavola di due o trecento anni più vecchia di lui.
Per i reperti inorganici sottoposti a riscaldamento o cottura nell’antichità, la tecnica fisica di riferimento è la termoluminescenza, procedimento che si applica a ceramica, laterizi, terrecotte architettoniche, terre di fusione delle statue bronzee e selci bruciate. Le matrici argillose contengono minerali cristallini come il quarzo e i feldspati che vengono continuamente bombardati dalle radiazioni ionizzanti emesse dagli elementi radioattivi naturali del terreno: l’atto della cottura ad alta temperatura azzera completamente l’orologio interno dell’oggetto, liberando gli elettroni accumulati fino a quel momento, e da quel momento comincia un nuovo e regolare accumulo di cariche energetiche. Sottoponendo in laboratorio un piccolo frammento del reperto a un nuovo riscaldamento controllato attorno ai 400 °C, gli elettroni intrappolati si liberano emettendo un debole segnale luminoso. L’intensità della luce emessa risulta direttamente proporzionale alla dose di radiazioni assorbita e al tempo trascorso dalla cottura, e questa caratteristica della materia è in grado di fornire datazioni con un margine di errore compreso tra il 5 e il 10% per un intervallo cronologico fino a decine di migliaia di anni. Un metodo affine ma che evita la distruzione termica del campione è la Risonanza di Spin Elettronico (ESR, Electron Spin Resonance). Questo procedimento misura direttamente il numero di elettroni intrappolati nei difetti del reticolo cristallino senza ricorrere al riscaldamento, sfruttando l’assorbimento di microonde da parte delle particelle immerse in un campo magnetico variabile. La tecnica si è rivelata particolarmente efficace per materiali biologici come lo smalto dei denti, i coralli, le conchiglie e le ossa fossili. Un altro metodo basato sugli effetti della radiazione è rappresentato dalle tracce di fissione nucleare: l’uranio presente in vetri vulcanici come l’ossidiana, in vetri artificiali o in minerali compie scissioni spontanee i cui frammenti lasciano microscopici solchi di danneggiamento nella struttura cristallina; la conta di queste tracce permette di determinare l’età di formazione della roccia o di lavorazione del manufatto.
La vastità delle indagini archeologiche impone spesso il ricorso a ulteriori tecniche chimiche, radiometriche e geofisiche per coprire ambiti materiali e cronologici differenti. Per le rocce vulcaniche di origine antica o per i livelli tufacei intercalati nei giacimenti del Paleolitico, il metodo del Potassio-Argon (K-Ar) sfrutta la lenta trasformazione radioattiva dell’isotopo Potassio-40 nel gas inerte Argon-40, azzerato al momento della solidificazione della lava, permettendo di datare le formazioni geologiche e i resti fossili associati. Il metodo delle serie dell’Uranio (Torio-Uranio), invece, viene applicato a rocce carbonatiche, speleotemi stalagmitici delle grotte e travertini, misurando il disequilibrio tra gli isotopi per coprire l’intervallo tra 500.000 e 50.000 anni dal presente. Un’altra famiglia di metodologie fisiche sfrutta le proprietà magnetiche del pianeta per determinare l’età dei manufatti e dei sedimenti naturali. L’archeomagnetismo si applica alle strutture in argilla cotta conservate in posto, come forni da vasaio, focolari e fornaci: quando l’argilla contenente minerali di ferro viene riscaldata al di sopra della temperatura di Curie, i domini magnetici si orientano secondo la direzione del campo magnetico terrestre del momento; durante il raffreddamento, tale orientamento rimane bloccato nella struttura sotto forma di magnetizzazione termoresidua. Poiché il campo geomagnetico cambia continuamente in direzione, inclinazione e intensità secondo un andamento noto come variazione secolare, la misurazione del magnetismo residuo del campione consente di risalire alla data dell’ultima cottura mediante il confronto con le curve di riferimento regionali. Su scala temporale geologica, il paleomagnetismo studia invece le ampie e periodiche inversioni della polarità del campo magnetico terrestre, registrate nelle rocce e nei sedimenti. In ambito biochimico, il metodo della racemizzazione degli amminoacidi si applica a resti ossei e conchiglie fossili, misurando la lenta trasformazione chimica degli amminoacidi L in amminoacidi D che avviene dopo la morte dell’organismo a velocità condizionata dalla temperatura. Infine, l’idratazione dell’ossidiana misura lo spessore della pellicola d’acqua assorbita dalle superfici della roccia vulcanica a partire dal momento in cui è stata scheggiata dall’uomo per fabbricare strumenti litici.
Infine, l’analisi dei cicli regolari forniti dalla natura offre ulteriori metodi di datazione di straordinaria precisione, basati sul ritmo annuale delle stagioni. Per esempio, la dendrocronologia, ideata da Andrew Ellicott Douglass nei primi decenni del Novecento, studia gli anelli di accrescimento concentrici visibili nella sezione trasversale dei fusti degli alberi. Nelle regioni a clima temperato, infatti, gli alberi producono ogni anno un nuovo anello di legno, il cui spessore varia in funzione dell’età della pianta e delle fluttuazioni climatiche stagionali, e poiché alberi della stessa specie cresciuti nella stessa regione registrano le stesse variazioni ambientali fornendo sequenze di anelli sovrapponibili, è possibile collegare le sezioni di legni progressivamente più antichi partendo da alberi viventi fino a travi e reperti di scavo. Confrontando la sequenza anulare di un reperto ligneo con la curva-campione della regione, la dendrocronologia permette di stabilire l’anno in cui l’albero è stato abbattuto, offrendo un livello di precisione ineguagliabile. Un altro metodo fondato sui ritmi stagionali è la conta delle varve, depositi sedimentari argillo-sabbiosi stratificati sul fondo dei bacini lacustri glaciali. Scoperto da Gerard de Geer, il sistema misura i diversi spessori delle coppie di strisce formate dallo scioglimento estivo e dai congelamenti invernali dei ghiacciai, permettendo di costruire cronologie assolute per le fasi di deglaciazione del Pleistocene recente. Ancora, si può citare lo studio dei resti botanici e in particolare la palinologia: questa disciplina analizza le spore e i granuli di polline fossilizzati, che si conservano per millenni all’interno di bacini lacustri, paludi torbose o sedimenti di grotta. I palinologi studiano la composizione delle piogge polliniche depositate nei vari livelli stratigrafici, ricostruendo l’evoluzione della vegetazione e le fluttuazioni del clima. Le variazioni della presenza relativa delle differenti specie arboree ed erbacee permettono di definire specifiche biozone polliniche, caratterizzate da associazioni vegetali peculiari che riflettono fasi di riscaldamento o di raffreddamento glaciale. Inserendo il profilo pollinico ricavato da un deposito archeologico all’interno di una sequenza pollinica di riferimento regionale, è possibile assegnare al contesto una collocazione cronologica relativa di notevole precisione. Inoltre, l’analisi dei pollini nei siti frequentati dall’uomo consente di identificare gli interventi antropici sul paesaggio antico, come i primi disboscamenti e l’avvio dell’agricoltura. Nelle regioni interessate da eventi vulcanici antichi, la tefrocronologia costituisce un metodo di datazione indiretta di grande efficacia stratigrafica. Il procedimento si basa sullo studio dei tefra, vale a dire l’insieme dei materiali piroclastici di ricaduta (come ceneri, lapilli e pomici) espulsi nell’atmosfera durante le eruzioni e trasportati dalle correnti aeree anche a grandi distanze. La deposizione di un livello di tefra avviene in un arco di tempo estremamente breve dal punto di vista geologico, distribuendosi su superfici territoriali molto vaste. Per questa ragione, uno strato piroclastico intercalato all’interno di una sequenza sedimentaria o archeologica rappresenta una superficie perfettamente isocrona, un orizzonte guida unico. Quando un determinato evento eruttivo viene datato mediante analisi radiometriche dirette sui minerali del tefra o attraverso il radiocarbonio applicato ai materiali organici contigui, lo strato piroclastico diviene un marker temporale indiscutibile. Qualsiasi deposito situato al di sotto del livello vulcanico risulterà antecedente all’eruzione, mentre i livelli sovrapposti saranno posteriori, consentendo correlazioni cronologiche immediate tra siti archeologici distanti tra loro.
L’ampia gamma di metodologie disponibili dimostra come la datazione di un reperto o di un sito archeologico non sia mai l’esito dell’applicazione isolata di una singola formula di laboratorio o di un unico strumento analitico. Ogni dato numerico fornito dalle scienze fisiche o biologiche acquista reale significato storico solo se inserito ed esaminato criticamente nel contesto dell’osservazione stratigrafica di scavo, dello studio tipologico dei manufatti e del confronto con le fonti scritte e iconografiche. I metodi storici, i metodi archeometrici e le scienze della natura non si pongono in alternativa, ma agiscono in costante sinergia, calibrandosi e verificandosi reciprocamente. La capacità dell’archeologo di formulare i quesiti corretti al terreno e di interpretare la sintesi di tutte le risposte costituisce il nucleo autentico della ricerca storica. Interrogare la materia per leggere il tempo rimane la condizione imprescindibile per trasformare frammenti di pietra, terra, ceramica, metallo o ossa nella memoria viva della civiltà umana.
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