Due vasi realizzati a Firenze nella seconda metà del Cinquecento riportano al centro dell’attenzione una delle imprese più singolari della corte di Francesco I de’ Medici: il tentativo di produrre in Europa quella porcellana che per secoli era arrivata dall’Oriente e di cui ancora non si conoscevano bene i segreti. Si tratta di un boccale con ansa a forma di serpenti e una brocchetta con due manici serpentiformi, entrambi databili a un periodo compreso tra il 1575 e il 1585 circa: sono stati donati al Museo di San Marco di Firenze e dal 29 settembre saranno esposti nella Sala Greca.
La loro storia è legata direttamente al Casino di San Marco, il complesso voluto da Francesco I non lontano dal convento domenicano e concepito anche come luogo di sperimentazione. Qui, nella seconda metà del Cinquecento, il granduca riunì artisti, artigiani e studiosi impegnati in esperimenti che comprendevano anche la ricerca della formula per ottenere la porcellana. Agostino del Riccio, nel 1595, ricordava la presenza nel giardino del Casino dei maestri che realizzavano “i bei vasi di porcellana, vasi regi, che erano con foggie belle e rare”. I due oggetti appena arrivati al Museo di San Marco sono una testimonianza materiale di quella ricerca.
La manifattura fiorentina era riuscita nel 1575 a produrre i primi esemplari di quella che sarebbe stata chiamata “Porcellana Medici”, una porcellana a pasta tenera che rappresentò il primo tentativo europeo riuscito di riprodurre il materiale orientale. L’impresa ebbe però vita breve: le temperature molto elevate richieste dalla cottura e gli alti costi di produzione contribuirono a limitarne lo sviluppo, e la manifattura cessò l’attività dopo la morte di Francesco I, nel 1587, così che il risultato fu una produzione quantitativamente molto limitata (gli inventari della corte medicea registravano circa trecento pezzi, ma oggi se ne conservano nel mondo soltanto sessanta o settanta). È in questo contesto che va collocata la donazione dei due vasi al Museo di San Marco, che amplia una presenza già estremamente rara nelle collezioni pubbliche toscane.
Entrambi i vasi recano sul fondo il marchio della manifattura: la cupola di Santa Maria del Fiore dipinta in azzurro, sormontata dalla lettera “F”, iniziale che identifica Firenze. È uno dei tratti che permettono di riconoscere la produzione legata alla corte di Francesco I e che lega immediatamente gli oggetti alla sperimentazione condotta nel capoluogo toscano. Il primo vaso è un boccale, o mesciroba, alto 16 centimetri. Ha un corpo globulare, un lungo collo cilindrico e un beccuccio versatore dalla particolare sezione triangolare, mentre l’ansa è formata da due corpi anguiformi accostati, una soluzione che conferisce all’oggetto una fisionomia particolarmente elaborata. La superficie bianca è decorata in blu intenso con peonie, margherite e fiori di loto. La decorazione guarda in particolare alla porcellana cinese della dinastia Ming e al periodo Yongle, ma il modello orientale non è l’unica fonte a cui guarda l’oggetto. Le forme dei fiori derivano infatti da una tradizione decorativa che aveva già avuto rapporti con i vasellami islamici in metallo, mentre la struttura del recipiente richiama i mescirobe ispano-moreschi ad alto collo e corpo sferoidale prodotti nell’area di Valencia tra XIV e XV secolo.
Il vaso riunisce dunque in un unico oggetto riferimenti molto diversi: la manifattura fiorentina cercava di imitare la porcellana orientale, ma lo faceva attraverso forme e motivi che appartenevano anche alla cultura ceramica europea e mediterranea, ed è proprio questa sovrapposizione di modelli a caratterizzare molti degli oggetti usciti dalla manifattura medicea. Un documento della Guardaroba medicea sembra inoltre descrivere un recipiente molto vicino a quello oggi donato al museo: “un boccaletto di porcellana di Firenze, con suo manico a serpe rotto in bocca, alto 1/4”. La descrizione della forma e dell’ansa offre quindi un possibile riscontro documentario per il tipo di oggetto rappresentato dal boccale.
Leggermente più grande è invece il secondo manufatto, alto circa 20 centimetri, e presenta una forma diversa. È un vaso dal corpo ovoidale, con due anse serpentiformi contrapposte e un tubetto versatore esagonale che sporge dal corpo (la sua forma trova un confronto nelle maioliche urbinati decorate a grottesche che facevano già parte delle collezioni medicee dal 1569). Anche in questo caso gli inventari della corte offrono un riferimento particolarmente significativo. Una descrizione della fine del Cinquecento parla infatti di una “brocchetta con dua manichi a serpe di porcellana nostrale et il becchuccio nel corpo”, formula che corrisponde in modo molto preciso alla struttura del vaso appena entrato nelle collezioni del museo.
La vicenda della porcellana fiorentina era iniziata alcuni anni prima dei primi risultati del 1575. Già nel 1568 Giorgio Vasari ricordava nelle sue Vite i tentativi di Bernardo Buontalenti di svelare i segreti della porcellana. Fu poi la ricerca promossa da Francesco I, insieme all’intervento di un non meglio precisato “levantino”, a portare alla produzione dei primi esemplari documentati. Nel 1575 l’ambasciatore veneziano Andrea Gussoni registrò nei propri dispacci i risultati raggiunti a Firenze, sottolineando alcune delle qualità che rendevano la porcellana orientale (le “porcellane d’India”, come venivano chiamate) tanto ricercata: trasparenza, durezza, leggerezza e delicatezza. Francesco I, in particolare, era interessato all’alchimia e agli esperimenti scientifici, attività che trovavano un ambiente privilegiato proprio nel Casino di San Marco. La produzione della porcellana si inseriva quindi in un contesto più ampio di ricerca sulle proprietà dei materiali e sulle tecniche necessarie per trasformarli.
Il nuovo allestimento del Museo di San Marco, peraltro, mette in relazione questa storia con un’altra importante componente delle collezioni del museo: i due vasi saranno infatti collocati nella Sala Greca, accanto al repertorio di maioliche rinascimentali appartenute alla spezieria del convento domenicano, così che il confronto consenta di accostare oggetti legati alla cultura materiale della farmacia e della ceramica rinascimentale a manufatti nati invece dalla sperimentazione tecnologica promossa dalla corte medicea. La scelta della sede crea inoltre un collegamento con il Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo, nelle cui collezioni è conservato un raro esemplare di Porcellana Medici: un grande bacino con il marchio della manifattura fiorentina sul fondo, decorato con San Matteo e l’angelo, scena che deriva da un’incisione di Heinrich Aldegrever su disegno di Georg Pencz (il bacino è databile tra il 1570 e il 1580). L’opera appartenne alla collezione dell’ingegnere e architetto Vincenzo Funghini. Dopo la morte della moglie, nel 1935, la raccolta fu destinata al Comune e alla Fraternita dei Laici di Arezzo; dal 1958 il bacino è esposto nelle collezioni del Museo nazionale d’arte medievale e moderna della città.
Con l’arrivo dei due nuovi vasi a Firenze, gli istituti della Direzione regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura arrivano pertanto a custodire tre esemplari della Porcellana Medici. E al Museo di San Marco arrivano due oggetti che possono essere letti su più livelli: come esempi della ceramica di corte del Cinquecento, come testimonianze dell’interesse mediceo per la cultura materiale orientale e, soprattutto, come documenti di una ricerca tecnica che cercava di riprodurre a Firenze un materiale allora ancora circondato da un’aura di eccezionalità.
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