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Michelangelo dipingeva con un pennello a più teste, fatto a pettine: la scoperta nella Cappella Sistina

di Redazione 08/11/2026

Categorie: Arte antica / Argomenti: Rinascimento - Cinquecento - Michelangelo - Arte antica


Durante la pulitura del Giudizio universale, i restauratori dei Musei Vaticani hanno scoperto che Michelangelo usava pennelli a più punte, probabilmente costruiti da lui stesso, per ottenere sull’intonaco lo stesso effetto della gradina sul marmo. Il lavoro ha messo in evidenza anche un autoritratto nascosto.

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Un dettaglio che non tornava: Paolo Violini, direttore del Laboratorio di restauro dei dipinti dei Musei Vaticani, si trovava sui ponteggi montati davanti alla parete d’altare della Cappella Sistina, a pochi centimetri dal Giudizio universale. Mentre la pulitura riportava alla luce i colori originali, ha visto una pennellata che deviava leggermente dal suo percorso. Accanto c’erano altre pennellate parallele, e tutte avevano esattamente la stessa ondulazione. All’inizio aveva visto che Michelangelo dipingeva con tratti paralleli per arrivare a quell’effetto di tratteggio incrociato che caratterizza gli affreschi, dopodiché si è accorto che molti tratti paralleli avevano la stessa oscillazione, ragione per cui è stato logico concludere che Michelangelo usava pennelli speciali con più teste, ovvero fatti in modo che ogni testa avesse all’estremità, a sua volta, un piccolo pennello, in modo che con una sola pennellata si potessero eseguire più linee parallele.

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Una mano che traccia una linea, del resto, da sola non ripete mai lo stesso tremolio su dieci segni diversi. Se tutti i tratti si muovono insieme, vuol dire che sono stati fatti nello stesso momento, con un unico strumento. Da questa osservazione è partita una delle scoperte più interessanti fatte sul Giudizio universale negli ultimi anni: per dipingere l’affresco, che conta più di trecento figure tra chi sale al cielo e chi precipita all’inferno, Michelangelo usò sistematicamente pennelli a più punte, simili a un pettine, che con ogni probabilità aveva costruito lui stesso.

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Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani
Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani

Dieci pennelli in uno

Secondo Violini gli strumenti erano di diversi tipi: analizzando gli affreschi della Cappella Sistina sono state riscontrate tracce di un pennello a tre teste, e di altri larghi fino a 15 centimetri, che potevano peraltro riunire assieme ben dieci pennelli piccoli. Il restauratore è convinto che fosse l’artista a fabbricarseli.

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Le ragioni di questa scelta, secondo Violini, sono più d’una: questi pennelli servivano per dipingere più velocemente, certo, ma anche per ottenere quell’effetto di tratteggio incrociato che l’artista otteneva con lo scalpello a più punte quando scolpiva e che era necessario per ottenere sculture più mosse, in grado di riflettere la luce in diversi modi per farla vibrare. Nello specifico, lo strumento a è la gradina, lo scalpello dentato che gli scultori usano per lavorare il marmo e che lascia sulla superficie una serie di solchi paralleli. Michelangelo ne aveva trasferito l’effetto sull’intonaco. Incrociando serie di tratti paralleli in direzioni diverse, otteneva sulla parete una trama simile a quella della pietra lavorata. Il confronto tra i particolari dell’affresco e un calco in gesso della Pietà Bandini, la scultura di Michelangelo, rende evidente la somiglianza tra i due tratteggi: coi pennelli, Michelangelo cercava di ottenere anche sulla pittura i risultati che aveva raggiunto nella scultura.

Da qui nasce anche una differenza importante rispetto agli altri pittori. Di solito le pennellate seguono le forme anatomiche e accompagnano la curva di un muscolo o il volume di una spalla. Michelangelo invece incrociava i tratti, cambiandone di continuo la direzione, perché la luce vibrasse sui corpi. Lo stesso strumento gli permetteva di stendere più in fretta le ampie campiture di colore. Usato sui capelli delle figure che circondano Cristo, il pennello a più punte produceva tratti paralleli in un solo gesto e creava un effetto ondulato.

Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani
Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani
Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani
Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani

Un velo bianco sull’affresco

Per vedere tutto questo è servita un’occasione rara. Tra febbraio e marzo 2026 il Giudizio universale è stato sottoposto a un intervento di manutenzione straordinaria (qui la nostra visita sui ponteggi). La Cappella Sistina è stata chiusa e davanti alla parete d’altare sono stati montati sette piani di ponteggi. Il lavoro, affidato al Laboratorio di restauro dei Musei Vaticani, doveva servire a ripulire l’affresco dai depositi accumulati nei circa trent’anni trascorsi dall’ultimo restauro, quello degli anni Novanta. Alla fine ha permesso anche di capire meglio le tecniche di esecuzione e di rendere visibili alcuni dettagli nascosti.

Il problema principale era un velo bianco e uniforme di lattato di calcio, un sale che si era formato sull’affresco per effetto della traspirazione dei milioni di visitatori della cappella. Per rimuoverlo, trenta restauratori si sono alternati in due turni per trenta giorni, applicando sulla pittura impacchi appositi. Il Giudizio universale ha così ritrovato la nitidezza e i colori vividi che gli sono propri.

L’intervento e i suoi risultati sono raccolti nel volume Michelangelo 2026. La manutenzione straordinaria del Giudizio universale, a cura di Barbara Jatta e Fabrizio Biferali e pubblicato dalle Edizioni Musei Vaticani. Il libro contiene anche il contributo di Fabio Morresi del Gabinetto ricerche scientifiche e spiega nel dettaglio i problemi di conservazione emersi dopo il restauro degli anni Novanta.

Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani
Foto: Governatorato dello Stato della Città del Vaticano / Direzione dei Musei Vaticani

Il volto nascosto nella veste della morte

Il lavoro sui ponteggi ha permesso anche di vedere da vicino un dettaglio già noto, ma finora difficile da distinguere. Nel registro inferiore dell’affresco, sul lato sinistro, Michelangelo dipinse la resurrezione dei corpi: i morti escono dalla terra prima di salire in paradiso o di precipitare all’inferno. Lì si trova un’allegoria della morte, e tra le pieghe della sua veste compare un volto scarnificato che guarda l’osservatore. Secondo Biferali, curatore del Reparto per l’arte dei secoli XV e XVI dei Musei Vaticani, si tratta di un autoritratto nascosto dell’artista. Il volto è infatti del tutto simile ai lineamenti di Michelangelo.

Il volto sul panno indossato dalla morte era già stato notato, ma la pulitura lo ha reso evidente per la prima volta, ha spiegato Biferali al Times di Londra. Lo studioso lega l’autoritratto a un episodio preciso della realizzazione del Giudizio: “È l’ultima parte del Giudizio universale completata da Michelangelo, nel 1541, dopo averlo cominciato nel 1536, e mentre la dipingeva cadde dal ponteggio. Per fortuna si trovava solo a pochi metri da terra, ma si ruppe comunque una gamba e dovette interrompere il lavoro per qualche mese.”

Una volta guarito, Michelangelo avrebbe deciso di lasciare un ricordo di quell’incidente. “Credo che poi abbia dipinto il proprio volto tra i morti che rinascono perché si sentiva rinato dopo l’infortunio, e anche perché si sentiva rinato arrivando alla fine di cinque anni di lavoro”, spiega Biferali. Lo studioso definisce l’autoritratto il segno “muto e parlante” di un artista che si sentiva risorto dopo il tormento dell’opera.

Non è l’unico autoritratto nel Giudizio universale. Nell’affresco Michelangelo raffigurò anche san Bartolomeo, il martire scorticato vivo, mentre tiene in mano la propria pelle, e su quella pelle compare un volto molto simile a quello dell’artista. Sia lì sia nella veste della morte, l’autoritratto è legato al tema del disfacimento del corpo. “Michelangelo”, conclude Biferali, “era ossessionato dalla morte e dalla rinascita”.

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