Sui ponteggi del Giudizio Universale di Michelangelo: come rinascono i colori del capolavoro


Una visita speciale sui ponteggi dell’intervento sul Giudizio Universale di Michelangelo: un velo di lattato di calcio, prodotto dall’umidità e dal respiro di milioni di visitatori, aveva opacizzato l’opera. I restauratori dei Musei Vaticani lo rimuovono con acqua deionizzata e carta giapponese, restituendo brillantezza al capolavoro di Michelangelo. Il racconto di Carlo Alberto Bucci.

L’azione è rapida e indolore, il risultato immediato e confortante sotto la volta magnifica della Sistina. Quel velo di bianco che si è addensato esclusivamente sul Giudizio universale di Michelangelo, opacizzando le 391 figure dipinte dal maestro tra il 1536 e il 1541, viene rimosso con il proverbiale colpo di spugna. O meglio, semplicemente stendendo a pennello acqua deionizzata sul doppio strato di carta giapponese che viene applicato sulla superficie dell’affresco dai restauratori e dalle restauratrici dei Musei Vaticani. Due minuti di attesa e, voilà, il gioco è fatto: angeli e demoni, dannati e beati, sante apparizioni e divine figure ritrovano come d’incanto la tinta della pittura stesa da Buonarroti per dare corpo e vita al progetto voluto da papa Clemente VII e portato avanti da Paolo III.

In realtà, le figure del Giudizio finale, realizzato “in buon fresco” con essenziali aggiunte “a secco” da parte dello stesso Michelangelo, stanno riconquistando il colore riapparso trentuno anni fa dopo che i 181 metri quadrati di superficie muraria vennero sanati dall’équipe vaticana di restauratori guidati da Gianluigi Colalucci. Quella squadra, di cui facevano parte anche Maurizio Rossi, Piergiorgio Bonetti e Bruno Baratti, riuscì in quattro anni a togliere le stratificazioni di nero fumo prodotte dai ceri rituali e quelle delle colle animali stese per secoli per ravvivare i colori spenti sulla parete dell’altare. E lo fece dopo aver già messo mano (dal 1981 all’89) agli anneriti affreschi michelangioleschi della volta. L’intervento conclusivo mise a tacere, forte di riscontri scientifici inoppugnabili, le accese polemiche sollevate dallo storico dell’arte americano James Beck (1930-2007) che, appoggiato da artisti d’oltreoceano quali Andy Warhol e Robert Rauschenberg, arrivati a chiedere lo stop dei restauri, era convinto che, con la rimozione della sporcizia e delle ridipinture posticce, si sarebbero perse le ombreggiature a nero fumo eseguite dallo stesso Michelangelo e, più in generale, il senso più plastico che coloristico dei suoi cicli sistini.

Quel cantiere del 1980-1994 fu davvero il restauro del secolo e valse a Colalucci due lauree honoris causa, della New York University nel 1991 e del Politecnico di Valencia nel 1995. L’intervento che riguarda adesso il solo Giudizio (e che, finanziato dal Capitolo della Florida dei Patrons of the Arts in the Vatican Museum, è iniziato a febbraio e si concluderà entro Pasqua) è molto più semplicemente un caso di “manutenzione straordinaria”. Così recita il comunicato della Santa Sede. E così la direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta, non smette di sottolineare, ben contenta di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo e al riparo di dubbi legittimi o critiche pretestuose. “La patina bianca che offuscava il Giudizio, anche se si poteva vedere bene soltanto avvicinandosi alla parete, mentre da lontano la visione dell’opera risultava complessivamente accettabile, ci ha messo in allarme”, spiega la studiosa romana che dal 2017 è alla guida delle collezioni d’Oltretevere. “Abbiamo introdotto una sonda nell’intercapedine che divide la parete dell’affresco dal muro retrostante così da poter escludere la presenza di infiltrazioni. E abbiamo potuto constatare che si tratta di lattato di calcio, ossia del prodotto dalla traspirazione dei visitatori della Sistina. Il rimedio è stato molto semplice e il risultato è sotto gli occhi di tutti”. Intanto, accanto a Barbara Jatta, la restauratrice Angela Cerreta esegue l’intervento di pulitura su una delle “giornate” (sono 456 le stesure di intonaco adoperate da Michelangelo) del Giudizio universale: la rimozione del foglio avviene lentamente, facilmente, e tutto il lattato di calce rimane imprigionato nella carta bagnata.

Cappella Sistina, Giudizio universale, prima dell’intervento. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, prima dell’intervento. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio di un gruppo intorno al Cristo, prima dell’intervento: visibile la patina biancastra che ricopre la pellicola pittorica. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio di un gruppo intorno al Cristo, prima dell’intervento: visibile la patina biancastra che ricopre la pellicola pittorica. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del gruppo intorno a Minosse: visibili i saggi di rimozione della patina biancastra e il recupero del chiaroscuro originale. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del gruppo intorno a Minosse: visibili i saggi di rimozione della patina biancastra e il recupero del chiaroscuro originale. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, il ponteggio con la copertura che riproduce l’affresco. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, il ponteggio con la copertura che riproduce l’affresco. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.

Precisa poi Fabio Morresi, responsabile del Gabinetto di ricerche scientifiche dei Vaticani, a proposito dei reversibili sbiancamenti che hanno fatto temere fenomeni analoghi determinati dal ben più pericoloso salnitro: “Il lattato di calcio è un sale che si è stratificato soltanto sulla superficie più esterna della pittura ed è molto solubile all’acqua: tale caratteristica chimico-fisica rende facile la sua rimozione, garantendo la minima interazione con i pigmenti sottostanti”. E l’acqua non scalfisce neanche le poche parti dipinte “a secco” da Michelangelo, ad esempio la figura della corona di spine sovrapposta alle varie “giornate” dell’affresco, poiché si tratta di colori “ormai polimerizzati e miscelati originariamente con calce mista al pigmento per rendere l’impasto più resistente”, spiega Cerreta.

La “manutenzione straordinaria” coniata dai Vaticani è un ossimoro efficace. L’eccezionalità sta proprio nell’ordinarietà dell’operazione, lasciando che il senso di stupore e meraviglia definisca esclusivamente l’opera d’arte oggetto della cura, “il Dies Irae della Rinascita morente” secondo la felice definizione di Deoclecio Redig de Campos che, sull’onda del gesto imperioso del Cristo-Giudice, nel 1959 sottolineava: “Il nuovo affresco segna, oltrepassandolo, il limite del potere espressivo della forma ‘classica’, raggiunto da Michelangelo stesso nel ciclo della Genesi, venticinque anni prima […]. L’antico equilibrio non è più possibile”.

Gli attuali responsabili dell’intervento di pulitura si sono trovati la strada spianata e facilitata dal restauro, quello sì sotto molti aspetti straordinario, eseguito dai loro predecessori più di trent’anni fa: il direttore generale dei Monumenti, musei e gallerie pontificie, il professor Carlo Pientrangeli (1912-1995); lo storico dell’arte che dirigeva il Reparto di arte bizantina, medievale e moderna dei Vaticani, Fabrizio Mancinelli (1940-1994); il restauratore capo delle pitture dei Musei vaticani, Gianluigi Colalucci (1929-2021). “Io allora ero l’ultima stagista del museo”, racconta Barbara Jatta rievocando le origini dello staff, “mentre Fabio Morresi era già al lavoro nel Gabinetto di ricerche scientifiche che ora dirige [nda: nel ruolo tenuto allora da Nazzareno Gabrielli] e Paolo Violini era un semplice ‘garzone di bottega’ nel grande cantiere della Sistina, mentre adesso è lui il capo restauratore del Laboratorio di restauro dei dipinti e dei materiali lignei dei Musei vaticani”. Il rimando alla terminologia di un’impresa rinascimentale non è fuori luogo, poiché è peculiare dell’équipe vaticana il connubio tra gli antichi saperi, i segreti rimedi della tradizione di bottega e gli apporti scientifici delle moderne tecnologie.

Mentre le frotte di visitatori continuano a sciamare e a vociare, con lo sguardo rivolto verso l’alto per ammirare il racconto della Genesi sulla volta, il ponteggio che copre completamente la parete dell’altare è a sua volta rivestito da un telone che riproduce, ad uso del pubblico, l’intero Giudizio universale. Dietro questo maxi schermo fotografico trasparente si muovono rapidi e silenziosi i dodici restauratori del team vaticano. Ed è lo stesso numero (solo casualmente il medesimo degli apostoli) dei colleghi che alla fine del secolo scorso restituì a questo capolavoro i rapporti cromatici originari della tradizione manierista, liberandoli dall’oscurità di cui parlava Goethe nel suo Viaggio in Italia: “Il due febbraio”, annotava il 16 febbraio 1786 il grande scrittore tedesco, “siamo andati nella cappella Sistina per assistere alla cerimonia della benedizione dei ceri… i ceri, che da tre secoli anneriscono questi affreschi stupendi, ed ecco l’incenso che con santa sfrontatezza, non solo avvolge di vapori il sole unico dell’arte, ma di anno in anno lo offusca sempre di più e finirà per immergerlo nella tenebra”.

Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Cristo durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.

Invece del crepuscolo, ora è l’alba nebbiosa dovuta all’acido lattico delle migliaia di visitatori della Sistina (nel 2025 sono stati sette milioni) ad aver offuscato il sacro Giudizio, determinando, evidenzia Paolo Violini, “un’attenuazione dei valori chiaroscurali e la conseguente alterazione della leggibilità cromatica dell’affresco”. Come nel cantiere terminato nel 1994, ad assistere all’opera di pulitura e di analisi dello stato di conservazione dell’affresco ci sono saltuariamente storici dell’arte, direttori di musei, maestri restauratori per condividere l’emozione della vista ravvicinata del capolavoro eseguito per papa Farnese che stipendiò Michelangelo con 1.200 ducati all’anno. Fabrizio Mancinelli, del resto, nel 1990 scriveva orgoglioso: “La Cappella è stata costantemente aperta ai visitatori e il ponte [nda: quello della volta] studiato in modo da coprire solo una piccola porzione della superficie affrescata così da permettere di seguire l’evolversi della pulitura. E sul ponte è stato sempre ammesso il pubblico, necessariamente ristretto agli specialisti dai quali sono sempre venute preziose indicazioni”.

Lungo le scale e sull’impiantito metallico dell’agile struttura montata in una sola settimana da una ditta di Vicenza va in scena lo scambio tra accademia e arte del restauro, intenditori e maestri, teoria e pratica. Così l’occasione della manutenzione straordinaria offre la possibilità di studiare meglio tecnica e significati della pittura di Buonarroti. Fabrizio Biferali, curatore del Reparto per l’arte dei secoli XV-XVI, sottolinea: “La visione da vicino dell’affresco del Giudizio universale conferma il cambio di tecnica da parte del maestro fiorentino che, a venticinque anni dalla fine del ciclo sistino sulla volta, adotta una pennellata più veloce, con molte parti eseguite a pennello direttamente sull’intonaco fresco e accelerando la rapidità di esecuzione mano a mano che, dall’alto delle lunette con gli angeli che portano gli strumenti della Passione, scendeva in direzione della scena infernale al ridosso dell’altare, rimpicciolendo peraltro le figure verso il basso così da ottenere un equilibrio prospettico”.

Alcune parti verranno risparmiate dalla pulitura dell’équipe di Violini, come fece del resto Colalucci il secolo scorso preservando porzioni minime di pellicola pittorica annerita ma anche, nella testa dell’Ignudo accanto alla Sibilla Persica, quel frammento d’intonaco caduto e reinserito dal Carnevali nel 1570 come riempitivo in una crepa: il lacerto originale e intatto, nascosto per secoli nella malta, dimostrò oltre ogni ragionevole dubbio che l’affresco di Michelangelo aveva la brillantezza dei colori liberati da colle e nero fumo. Allo stesso modo adesso la gamba e il piede di un personaggio che si trova accanto alla figura di san Sebastiano posizionata sopra la porta d’ingresso, manterranno come testimonianza e memento quello che i restauratori hanno ribattezzato, sorridendo, “il calzettone bianco”.

Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Manto della Vergine durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Manto della Vergine durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Manto della Vergine durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.
Cappella Sistina, Giudizio universale, dettaglio del Manto della Vergine durante la rimozione dei depositi superficiali. Copyright © Governatorato SCV – Direzione dei Musei. Tutti i diritti riservati.

Laddove il velo candido del lattato di calcio è stato invece rimosso, si vedono meglio sia il puntinismo del cartone con la tecnica dello spolvero sia i ripensamenti e gli aggiustamenti eseguiti a secco da Buonarroti, ad esempio la linea del fianco sinistro del Cristo-Giudice. Oppure, l’invenzione di figure dipinte nel dettaglio alternate ad altre appena abbozzate così da accentuare la profondità di campo. Infine, tra le molte novità e conferme, l’uso del grigio dell’intonaco come fondo di diversi incarnati, allo stesso modo di quanto fatto da Michelangelo, sulla scia di Beato Angelico, con l’occhio di Adamo nella Creazione del progenitore sulla volta della stessa Sistina. Ma anche l’impiego di un pennello a più punte per realizzare quella trama incrociata di segni pittorici di colori puri che ricorda il tratto della gradina in scultura.

Sul piano della tavolozza (“con l’adozione stavolta di lapislazzuli, lacca, orpimento e giallorino, colori più ricchi e costosi, ottimi per imitare l’oro e la brillantezza”, precisa Biferali), il Giudizio universale registra un arricchimento rispetto alla palette giovanile impiegata per il ciclo sistino del 1508-1512, la cui esaltante parte finale, racchiusa nella figura del profeta Giona e nei personaggi a lui vicini, oltreché nelle finte architetture su quel lato della volta, non ha fatto registrare l’inconveniente del lattato di calcio che ha annebbiato la partitura cromatica sottostante. Né quel velo bianco è apparso sulle pareti affrescate negli anni Ottanta del Quattrocento da Botticelli, Signorelli, Ghirlandaio e compagni lungo i fianchi della Sistina (le scene sulla parete dell’altare, dipinte da Perugino, furono invece come noto distrutte da Michelangelo, insieme a due sue lunette del 1508-12, per spianare la strada al Giudizio); anche perché si tratta di superfici più facilmente raggiungibili e spolverabili dal personale dell’Ufficio del Conservatore, guidato da Marco Maggi, che si occupa del piano di manutenzione ordinaria della Cappella magna.

Meglio protetta (forse a causa della leggera inclinazione in avanti) dalla sedimentazione delle polveri che entrano in Sistina nonostante l’apparato tecnologico che filtra l’aria dal 2014, la muraglia del Giudizio, finita la pulitura, sarà sottoposta a ulteriori analisi tecniche e scientifiche che seguono quelle preventive durate diciotto mesi. La soluzione per il futuro potrebbe essere semplice come quella dell’acqua e della carta giapponese: una migliore circolazione dell’aria. La riduzione del flusso dei visitatori non prevede, infatti, un ulteriore contingentamento. La Sistina si ammira per ultima nel tour ai Vaticani, ma resta l’obiettivo principale delle migliaia di turisti in visita ogni giorno al museo sorto nelle stanze dei papi.



Carlo Alberto Bucci

L'autore di questo articolo: Carlo Alberto Bucci

Nato a Roma nel 1962, Carlo Alberto Bucci si è laureato nel 1989 alla Sapienza con Augusto Gentili. Dalla tesi, dedicata all’opera di “Bartolomeo Montagna per la chiesa di San Bartolomeo a Vicenza”, sono stati estratti i saggi sulla “Pala Porto” e sulla “Presentazione al Tempio”, pubblicati da “Venezia ‘500”, rispettivamente, nel 1991 e nel 1993. È stato redattore a contratto del Dizionario biografico degli italiani dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, per il quale ha redatto alcune voci occupandosi dell’assegnazione e della revisione di quelle degli artisti. Ha lavorato alla schedatura dell’opera di Francesco Di Cocco con Enrico Crispolti, accanto al quale ha lavorato, tra l’altro, alla grande antologica romana del 1992 su Enrico Prampolini. Nel 2000 è stato assunto come redattore del sito Kataweb Arte, diretto da Paolo Vagheggi, quindi nel 2002 è passato al quotidiano La Repubblica dove è rimasto fino al 2024 lavorando per l’Ufficio centrale, per la Cronaca di Roma e per quella nazionale con la qualifica di capo servizio. Ha scritto numerosi articoli e recensioni per gli inserti “Robinson” e “il Venerdì” del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Si occupa di critica e di divulgazione dell’arte, in particolare moderna e contemporanea (nella foto del 2024 di Dino Ignani è stato ritratto davanti a un dipinto di Giuseppe Modica).



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