Biennale 2026, il Padiglione Arabia Saudita porta un grande mosaico come riflessione sulla perdita


Biennale di Venezia, il Padiglione dell’Arabia Saudita presenta “Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre”, una monumentale installazione di Dana Awartani composta da oltre 29 mila mattoni d’argilla che riflette sulla fragilità del patrimonio culturale minacciato da guerre e distruzioni.

Alla Biennale di Venezia 2026 il Padiglione dell’Arabia Saudita, negli spazi delle sale d’armi all’Arsenale, si presenta come uno spazio di raccoglimento, memoria e riflessione sul patrimonio culturale minacciato dalla guerra, dalla distruzione e dall’oblio. Il progetto, intitolato Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, è affidato all’artista Dana Awartani (Gedda, 1987), con la curatela di Antonia Carver e la committenza della Visual Arts Commission del Ministero della Cultura saudita. Al centro dell’esposizione si trova una monumentale installazione a pavimento composta da 29.221 mattoni di argilla, un’opera che intreccia arte contemporanea, tradizione artigianale e memoria storica in una riflessione sulla vulnerabilità dei luoghi simbolici del mondo arabo.

L’opera prende ispirazione dai motivi decorativi di mosaici appartenenti a diversi siti di importanza sociale e culturale disseminati nel mondo arabo. Si tratta di luoghi che custodiscono una storia millenaria, in alcuni casi lunga oltre tre millenni, oggi però segnati da conflitti, devastazioni o minacce legate alle guerre contemporanee. L’installazione costruisce così una geografia simbolica della perdita, evocando città, monumenti e testimonianze storiche che rischiano di scomparire o che sono già state danneggiate irreversibilmente. Il titolo stesso dell’opera, Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre, richiama la poesia araba classica e si configura come un invito a non dimenticare. Per Awartani il gesto del soffermarsi davanti alle rovine non rappresenta soltanto un atto contemplativo, ma una pratica attiva di memoria e consapevolezza. Le pietre diventano depositarie di storie, identità e relazioni culturali che attraversano il tempo e superano i confini politici contemporanei.

Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia

L’installazione si sviluppa come un grande mosaico percorribile. I visitatori sono invitati a entrare nello spazio, camminare lungo sentieri di terra battuta e sostare all’interno dell’opera quasi come in un immaginario sito archeologico. L’esperienza proposta dall’artista non si limita all’osservazione estetica, ma coinvolge direttamente il pubblico in una riflessione collettiva sul rapporto tra patrimonio materiale, memoria e distruzione. Sedersi accanto ad altre persone, attraversare lentamente i percorsi o fermarsi davanti ai dettagli del mosaico diventa parte integrante del progetto espositivo.

Ogni elemento dell’installazione nasce da un lungo processo di ricerca, progettazione e collaborazione artigianale. Awartani ha lavorato insieme a trentadue artigiani in uno studio situato tra le montagne nei dintorni di Riad. Per la realizzazione dei mattoni sono state utilizzate quattro diverse argille provenienti da differenti aree geografiche dell’Arabia Saudita. Le terre, caratterizzate da tonalità naturali differenti, sono state modellate attraverso intricati stampi in legno e lasciate essiccare al sole di Riad, secondo un procedimento che recupera tecniche tradizionali legate alla lavorazione della terra cruda.

Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia

La scelta di non utilizzare agenti leganti riveste un ruolo centrale nel significato dell’opera. Con il passare del tempo i mattoni sono destinati a sviluppare crepe e fratture naturali, trasformando il deterioramento in parte integrante del lavoro artistico. Le fenditure diventano metafora della fragilità del patrimonio culturale contemporaneo e del rischio costante di cancellazione della memoria collettiva. In questa prospettiva l’opera non ambisce alla permanenza immutabile, ma accetta la vulnerabilità come condizione inevitabile della materia e della storia.

Per Dana Awartani il processo collaborativo rappresenta un elemento essenziale della pratica artistica. L’artista riconosce negli artigiani i custodi di conoscenze ancestrali tramandate nel corso dei secoli. Il progetto veneziano nasce quindi da una co-creazione multigenerazionale che intreccia sapere manuale, tradizione e contemporaneità. Attraverso questa collaborazione il Padiglione saudita pone l’accento anche sulla necessità di preservare il patrimonio immateriale rappresentato dalle competenze artigianali, spesso minacciate dalla standardizzazione e dalla perdita delle pratiche tradizionali.

La riflessione di Awartani si estende inoltre alla relazione storica tra le culture del Mediterraneo e del Medio Oriente. L’artista ricorda come il mosaico, nato in Mesopotamia, sia stato adottato e reinterpretato nel corso dei secoli da numerose civiltà, compresa quella veneziana. Attraverso questa genealogia condivisa il progetto mette in evidenza le connessioni profonde tra storie apparentemente distanti, suggerendo che il patrimonio culturale appartenga a una memoria comune e interconnessa.

Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell'Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia
Padiglione dell’Arabia Saudita, Biennale di Venezia 2026. Foto: Marco Zorzanello / Biennale di Venezia

“Questi siti non sono semplicemente pietre – afferma Dana Awartani – ma contenitori che trasportano le nostre storie e identità nel tempo. L’opera è un composito di molti siti che sono e sono stati sotto attacco e che custodiscono importanti storie condivise che trascendono i confini contemporanei. Proprio come i mosaici sono nati in Mesopotamia e sono stati adottati da diverse culture nel corso dei secoli, inclusa Venezia, le prove materiali e culturali dimostrano che le nostre storie sono molto più interconnesse di quanto molti credano. Invito gli spettatori a unirsi a me come partecipanti attivi in un processo di auto-indagine su come concepiamo il patrimonio culturale, la sua distruzione e la sua conservazione. È stato inoltre un immenso privilegio lavorare con una comunità di così tanti maestri artigiani di grande talento per realizzare questo progetto. Preservare il patrimonio immateriale che essi custodiscono è fondamentale per la mia pratica, e il sostegno del Padiglione Nazionale dell’Arabia Saudita, che mi permette di metterlo in luce sul palcoscenico internazionale della Biennale di Venezia, significa moltissimo. Spero che questa mostra evidenzi l’urgenza di preservare e proteggere il patrimonio culturale come patrimonio comune”.

La curatrice Antonia Carver costruisce il percorso espositivo attorno all’idea della cura come pratica collettiva. L’installazione si unisce simbolicamente al lavoro di restauratori, studiosi, archeologi e comunità che quotidianamente si occupano della salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale. Il Padiglione saudita si trasforma così in uno spazio dedicato non solo al ricordo delle perdite, ma anche alla responsabilità condivisa della conservazione culturale.




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