Savona si racconta fragile con Connexxion, il festival diffuso d'arte contemporanea


al 18 al 26 settembre la città ospita la quarta edizione del festival ideato da Livia Savorelli, tra Pinacoteca Civica, ex Carcere Sant’Agostino e Villa Cambiaso: installazioni, performance e talk indagano il tema dell’edizione 2026, Elegia della fragilità.

C’è una parola che a Savona, tra il 18 e il 26 settembre 2026, tornerà a essere pronunciata con un significato ribaltato rispetto a quello che le si attribuisce di solito. Quella parola è “fragilità”, ed è il cuore, il pretesto e insieme la lente attraverso cui guardare la quarta edizione di Connexxion, il festival diffuso di arte contemporanea ideato e curato da Livia Savorelli. Il titolo scelto per l’edizione 2026, Elegia della fragilità, non è uno slogan buttato lì per accompagnare il programma: è la chiave che tiene insieme ogni luogo, ogni opera, ogni appuntamento della rassegna, al punto da poter essere considerato il vero filo rosso – anzi, l’unico filo – lungo il quale si dipana l’intera manifestazione.

Prima ancora di entrare nel merito delle sedi e degli artisti, vale la pena soffermarsi su cosa intenda la curatrice quando parla di fragilità, perché è da qui che discende ogni altra scelta del festival. Nella presentazione dell’edizione, Savorelli racconta di essere partita da un disagio personale, un senso di smarrimento nato dall’osservare un presente in cui politica ed economia sembrano muoversi secondo logiche di sopraffazione sempre meno temperate dal diritto internazionale. Da quel disorientamento è nata l’esigenza di rispondere con un gesto culturale: tenere insieme parole e opere per costruire immaginari capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile. È un passaggio decisivo, perché sposta la fragilità dal piano della debolezza individuale a quello della responsabilità collettiva, trasformandola in un atto di resistenza prima ancora che in un tema espositivo.

Santuario di Savona. Foto: Kristina Nikolenko
Santuario di Savona. Foto: Kristina Nikolenko
Ex Carcere Sant’Agostino, Savona. Foto: Matteo Musetti
Ex Carcere Sant’Agostino, Savona. Foto: Matteo Musetti
Villa Cambiaso
Villa Cambiaso

Una fragilità che non si subisce, si sceglie

Il ragionamento curatoriale si appoggia esplicitamente al volume Teoria della Fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto del medico e saggista Roberto Gramiccia, pubblicato nel 2026 da Diarkos, che diventa quasi un testo di riferimento per l’intera rassegna. Gramiccia individua tre forme di fragilità (individuale, sociale ed esistenziale) e per ciascuna riconosce due possibili declinazioni: una passiva, rassegnata, che subisce la propria condizione senza reagire, e una attiva, ribelle, che trasforma la debolezza in leva di cambiamento. È esattamente questa seconda possibilità, la fragilità che si fa forza anziché lasciarsi schiacciare, a dare il nome e il senso all’intera edizione di Connexxion.

Il festival prende dunque le distanze da una lettura consolatoria della fragilità, per proporne una lettura politica: essere fragili, dice in sostanza la curatrice, non significa essere marginali rispetto a uno standard di efficienza che il capitalismo contemporaneo impone a chiunque, ma appartenere a una condizione comune a tutta l’umanità, che può diventare un punto di partenza per ripensare i rapporti di potere. Non stupisce, allora, che il percorso curatoriale dedichi spazio anche al rapporto ambivalente tra tecnologia e fragilità umana: se l’accelerazione digitale ha promesso di superare i limiti fisici e cognitivi dell’uomo, ha anche finito per generare nuove forme di dipendenza, isolamento e mercificazione dell’esperienza personale, replicando su un piano diverso la stessa fragilità che prometteva di risolvere. Gli artisti sono chiamati a misurarsi proprio con questo paradosso, interrogando la cosiddetta techne come strumento che libera e insieme imprigiona.

Martina Fontana, Cocoon, opera frutto di Moire, Special Project Connexxion 2026. Veduta dell’opera installata nella Sala dei Protettori, RSA Santuario. Foto: Diego Santamaria
Martina Fontana, Cocoon, opera frutto di Moire, Special Project Connexxion 2026. Veduta dell’opera installata nella Sala dei Protettori, RSA Santuario. Foto: Diego Santamaria
Clarissa Falco, Ceramoprosthesis, 2026, documentazione fotografica digitale, Italia. Foto: Luca Parodi
Clarissa Falco, Ceramoprosthesis, 2026, documentazione fotografica digitale, Italia. Foto: Luca Parodi
Francesca Catellani, Le luci di Zinöa, Audio MP4, Video 4K, durata circa 30’. Fotografie-Video-Montaggio: Francesca Catellani
Francesca Catellani, Le luci di Zinöa, Audio MP4, Video 4K, durata circa 30’. Fotografie-Video-Montaggio: Francesca Catellani

Quattro luoghi, quattro fragilità da attraversare

È a partire da questa cornice concettuale che va letta la scelta dei luoghi del festival, ciascuno dei quali porta con sé, prima ancora dell’arrivo degli artisti, una propria storia di fragilità fisica, sociale o istituzionale. La formula del festival diffuso non è quindi solo una modalità organizzativa che porta il pubblico a spostarsi da un capo all’altro della città, ma una sorta di dispositivo narrativo: ogni tappa dell’itinerario aggiunge un tassello diverso al discorso sulla fragilità.

Il Santuario di Savona, dove tutto ha avuto inizio con un’anteprima il 3 settembre, è forse il luogo in cui la parola fragilità assume il significato più letterale e immediato. Accanto alla basilica di Nostra Signora della Misericordia, sorta nel Cinquecento in seguito a un’apparizione mariana, si trova infatti una residenza per anziani non autosufficienti gestita da Opere Sociali. È tra quelle stanze che è nato Moire di Martina Fontana, il primo dei due progetti partecipativi della rassegna, costruito insieme ad alcuni ospiti della struttura nei giorni precedenti l’apertura ufficiale del festival e presentato il 3 settembre nella sala dei Protettori, dove è rimasto visitabile fino al 16 settembre. In questo caso la fragilità non è una metafora da illustrare, ma una condizione reale, quella della vecchiaia e della non autosufficienza, che il progetto sceglie di rendere protagonista attiva del processo creativo, anziché relegarla a oggetto passivo di rappresentazione.

Con l’apertura ufficiale del 18 settembre il baricentro del festival si sposterà alla Pinacoteca Civica di Savona, una delle due nuove sedi dell’edizione 2026, allestita all’interno di Palazzo Gavotti in piazza Gilbert Chabrol. Qui la fragilità assume un’altra sfumatura, quella della memoria che rischia di andare perduta e che l’arte prova a custodire: l’edificio, che nei secoli è stato residenza nobiliare, sede del Municipio e biblioteca cittadina, ospita dal 2003 le collezioni civiche savonesi insieme alla donazione di Milena Milani, in un percorso che attraversa sette secoli di pittura e scultura fino a intrecciarsi con la raccolta contemporanea Milani-Cardazzo. La serata inaugurale, alle 18, si apre con la performance Ceramoprosthesis di Clarissa Falco, prosegue con la presentazione del festival e con la visita alle opere di Matteo Mandelli e Martina Fontana (quest’ultima frutto del percorso partecipativo avviato con la RSA del Santuario) e si chiude con la performance The Contact dello stesso Mandelli. Il giorno dopo, la sala conferenze della Pinacoteca ospita un talk a cura di Simone Sensi dal titolo Il diritto all’oblio. La fragilità di ciò che resta, con Max Magaldi e Matteo Mandelli: anche qui il tema torna esplicito, declinato sulla fragilità della memoria collettiva e digitale.

Il pomeriggio dello stesso 19 settembre il festival raggiunge l’ex Carcere Sant’Agostino, in piazza Monticello, che negli ultimi anni è diventato il cuore pulsante della manifestazione e che, in un certo senso, incarna la fragilità in senso urbanistico e sociale. Il complesso, un tempo convento agostiniano e poi istituto penitenziario per due secoli, sorge sulla collina di Monticello, un’area che le trasformazioni urbanistiche del Novecento hanno progressivamente isolato dal resto della città: l’apertura di via Paleocapa prima, la nuova strada per Genova poi, hanno reciso i legami con il tessuto medievale circostante, mentre i bombardamenti bellici e la ricostruzione del dopoguerra hanno finito per relegare il quartiere ai margini. La funzione carceraria, rimasta invariata fino a tempi recenti, è stata soppressa con un decreto ministeriale del dicembre 2015 e la dismissione definitiva è arrivata nel settembre 2017: da allora l’edificio, altrimenti chiuso e inaccessibile, trova in Connexxion una delle poche occasioni per tornare a essere attraversato dalla cittadinanza. È qui che si concentrano le installazioni di tutti gli artisti coinvolti nel progetto, visitabili fino al 26 settembre con ingresso libero, mentre il 20 settembre il Gruppo FAI Giovani Savona propone una visita narrata che ripercorre la storia di questo luogo segnato, letteralmente, da secoli di reclusione e marginalità.

L’ultima tappa, il 26 settembre, è Villa Cambiaso, altra new entry dell’edizione, dove il festival si chiude con il finissage. Anche qui la fragilità trova una sua declinazione, quella della memoria di un quartiere e delle vite che lo abitano: nel pomeriggio, dopo un talk promosso da Banca Generali Private sul rapporto tra intelligenza artificiale e futuro nella Sala Rossa della villa, viene presentato Le Luci di Zinöa di Francesca Catellani, realizzato con l’associazione Zinöa22. Si tratta del secondo progetto partecipativo della rassegna, un podcast audio e video costruito attorno alle voci di alcuni abitanti storici del quartiere savonese di Zinola, che restituisce un mosaico di ricordi e testimonianze su una comunità in trasformazione, accompagnato nella versione video da immagini girate in pellicola e da una ripresa fissa sul mare. Anche in questo caso la fragilità non è raccontata dall’esterno, ma lasciata parlare attraverso le voci di chi quella fragilità (quella di un quartiere che cambia, e quindi di una memoria che rischia di disperdersi) la vive in prima persona. La giornata si chiude con un party su invito riservato agli addetti ai lavori e ai sostenitori del festival.

Camilla Marinoni, Blooming_03, ceramica, vino, vetro soffiato, alluminio, poliestere, 60 x 27x 30 cm
Camilla Marinoni, Blooming_03, ceramica, vino, vetro soffiato, alluminio, poliestere, 60 x 27x 30 cm
Max Magaldi, Vainglory, iMorticelli, Salerno
Max Magaldi, Vainglory, iMorticelli, Salerno
Elisabetta Di Sopra, Attraversamenti, 2026, stampa fotografica su supporto Simona (PVC semiespanso/Forex)
Elisabetta Di Sopra, Attraversamenti, 2026, stampa fotografica su supporto Simona (PVC semiespanso/Forex)
Luca Carlevarino, Cosa hanno in comune l’accumulo di file digitali e una melma verde?, video desktop, 05’59’’. Video still.
Luca Carlevarino, Cosa hanno in comune l’accumulo di file digitali e una melma verde?, video desktop, 05’59’’

Artisti chiamati a misurarsi con un’unica domanda

Alla quarta edizione di Connexxion partecipano quattordici artisti selezionati dalla curatrice: Riccardo Bandiera, Veronica Benedetti, Fabio Bix, Luca Carlevarino, Monica Carrera, Francesca Catellani, Elisabetta Di Sopra, Clarissa Falco, Martina Fontana, Fatma Ibrahimi, Stefania Loreto, Max Magaldi, Matteo Mandelli e Camilla Marinoni. Pur muovendosi con linguaggi e tecniche molto diversi tra loro, tutti sono chiamati a confrontarsi con la stessa domanda di fondo posta dalla curatrice: come si trasforma la fragilità (quella del corpo, quella della memoria, quella della comunità, quella della tecnologia) in una risorsa capace di generare cambiamento, anziché in una condizione da nascondere o da compatire. Le loro opere, distribuite principalmente tra le installazioni dell’ex Carcere Sant’Agostino e gli interventi nelle altre sedi, compongono così un mosaico coerente più per il pensiero che le attraversa che per l’omogeneità formale.

Anche i due appuntamenti collaterali della rassegna restano dentro lo stesso perimetro tematico. Il 17 settembre la Pinacoteca Civica ospita, riservato ai soci Auser, il workshop Blooming di Camilla Marinoni, mentre il 21 settembre l’Aula Magna del Liceo Classico accoglie il workshop Io digitale / Io reale di Max Magaldi, rivolto alle scuole del territorio: un titolo che, da solo, riassume bene la tensione tra fragilità reale e fragilità mediata dagli schermi che percorre l’intera edizione.

Una rete di sostegno larga, per un tema che riguarda tutti

Dietro l’organizzazione di Connexxion c’è una rete piuttosto ampia di enti pubblici e privati, segno che il tema della fragilità - intesa come questione collettiva e non come nicchia culturale - riesce a mettere d’accordo soggetti molto diversi tra loro. Il festival è realizzato dall’associazione Arteam con il patrocinio del Comune di Savona e del comitato Savona 2027, e con il contributo dello stesso Comune, dell’Unione Industriali della Provincia di Savona, della Fondazione De Mari e di Banca Generali Private. A questi si aggiunge il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha inserito la manifestazione tra i progetti finanziati dal bando Festival partecipativi 2026, dedicato a iniziative capaci di allargare la partecipazione culturale a pubblici solitamente meno raggiunti dalle proposte tradizionali - una scelta che, non a caso, premia proprio il carattere partecipativo dei progetti nati al Santuario e a Zinola.

Tra i partner compaiono anche realtà del territorio direttamente coinvolte nei due progetti partecipativi, come Opere Sociali e Opere Sociali Servizi, l’Associazione Museo Villa Cambiaso, Auser Savona, Zinöa22, il Gruppo FAI Giovani Savona, l’Associazione Culturale Tempo Uguale Arte, Sorelle di corpo e Flat farfalle libere: una presenza che non è casuale, perché molte di queste realtà lavorano quotidianamente proprio sui temi della cura, della disabilità e della fragilità sociale che il festival mette al centro. Il catalogo della rassegna sarà pubblicato da Vanillaedizioni, mentre la comunicazione è affidata a Espoarte e Segno come media partner.

L’ingresso alla Pinacoteca Civica di Savona è a pagamento, con apertura al pubblico il giovedì e il venerdì dalle 10 alle 19, il sabato dalle 10 alle 18 e la domenica dalle 10 alle 14; per informazioni sulla biglietteria è possibile chiamare il numero 019 8310256 negli orari di apertura o scrivere a musei@comune.savona.it. L’ex Carcere Sant’Agostino, a ingresso libero, resta invece visitabile la domenica 20 settembre dalle 10 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30, dal lunedì 21 al venerdì 25 settembre dalle 15.30 alle 19.30, e sabato 26 settembre con lo stesso doppio turno del giorno festivo. Il programma completo della manifestazione, comprensivo di tutti gli orari e delle modalità di prenotazione per i singoli appuntamenti, è consultabile sul sito ufficiale di Connexxion.




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