La cultura si mobilita: primo sciopero nazionale del settore per salari adeguati e maggiore stabilità


Per la prima volta il mondo della cultura si mobilita unito in tutta Italia per rivendicare diritti, stabilità occupazionale e riconoscimento professionale.

Oggi la cultura italiana si è fermata per un giorno per chiedere più diritti, salari adeguati e maggiore stabilità occupazionale. Lavoratrici e lavoratori del settore culturale si sono mobilitati per il primo sciopero nazionale dell’intero comparto culturale, promosso da FP CGIL e NIdiL CGIL con il sostegno dell’associazione Mi Riconosci?. Una mobilitazione che ha coinvolto professionisti con differenti forme contrattuali, dai dipendenti pubblici ai lavoratori somministrati, dai collaboratori alle partite IVA, uniti dalla richiesta di maggiori tutele, stabilità occupazionale e riconoscimento professionale.

La giornata di protesta rappresenta il punto di arrivo di un percorso costruito nell’arco di oltre un anno da organizzazioni sindacali e associazioni di settore, impegnate nel dare voce a una realtà lavorativa spesso caratterizzata da frammentazione, precarietà e salari insufficienti. “La Cultura italiana non esiste senza le persone che la producono ogni giorno. Eppure, le lavoratrici e i lavoratori dei settori della Cultura operano troppo spesso in condizioni inaccettabili dovute ai ripetuti tagli al finanziamento pubblico: carenze di organico strutturali che agevolano i processi di esternalizzazioni e precarietà, sottoremunerazione, contratti impropri o inesistenti, precarietà strutturale, assenza di tutele previdenziali e sociali per chi è precaria/o. È un paradosso che un Paese come l’Italia, che deve alla Cultura una parte essenziale della propria identità e del proprio valore nel mondo, tratti in questo modo chi quella ricchezza la costruisce e la preserva e la valorizza ogni giorno”, con queste parole FP CGIL e NIdiL CGIL hanno proclamato in una nota il primo sciopero nazionale del settore cultura.

Al centro dell’intera giornata di sciopero vi sono cinque richieste principali: il riconoscimento della dignità professionale ed economica del lavoro culturale attraverso contratti adeguati e una contrattazione collettiva più forte; il superamento strutturale della precarietà mediante la reinternalizzazione dei servizi esternalizzati e la stabilizzazione dei lavoratori precari con un piano straordinario di assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle istituzioni pubbliche; la piena applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza anche per chi opera con contratti atipici o discontinui; infine, l’istituzione di un reddito di discontinuità per tutte le professioni culturali caratterizzate da forme di lavoro intermittente. A questi punti si aggiunge una denuncia politica netta: “è inaccettabile che il governo scelga di tagliare i finanziamenti alla Cultura per alimentare la corsa al riarmo. Noi scegliamo la Cultura, il Lavoro, la Pace”, commentano le categorie confederali.

La mobilitazione ha avuto effetti concreti in numerose città italiane. Presidi e assemblee si sono svolti da Roma a Milano, da Napoli a Torino, da Venezia a Bari, fino a Genova e Cagliari. Ed è in costante aggiornamento l’elenco dei luoghi della cultura che partecipano allo sciopero: a Firenze sono rimasti chiusi l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi delle Gallerie degli Uffizi; a Venezia alcuni padiglioni della Biennale non hanno aperto al pubblico; a Milano la Biblioteca Nazionale Braidense ha ridotto le attività nel pomeriggio, mentre a Roma sono stati chiusi il Museo dei Fori Imperiali, il call center turistico e diversi punti informativi. A Brescia cinema sono rimasti chiusi, mentre a Ravenna chiusi i presidi culturali del Battistero degli Ariani, Mausoleo di Teodorico, Ravennantica e Museo Nazionale.

Soddisfazione da parte dei sindacati FP CGIL e NIdiL CGIL: “Oggi, per la prima volta, le lavoratrici e i lavoratori del settore culturale, uniti, si sono fermati in tutto il territorio nazionale contro tagli, precarietà e bassi salari”.

“Il settore della cultura in Italia è da troppo tempo sottofinanziato, non riconosciuto nella sua specificità professionale, con un ricorso continuo alla precarietà. Un settore frammentato, invisibile e spesso ricattabile. Questa mobilitazione serve a rompere quel silenzio: serve a dire che un Paese che non rispetta chi produce cultura non merita di chiamarsi civile”, ha affermato Roberta Turi, segretaria nazionale NIdiL CGIL.

“Questo sciopero è un primo passo, non un punto d’arrivo. Le lavoratrici e i lavoratori dei settori culturali hanno scioperato e si sono mobilitati per chiedere al Governo un’altra politica culturale per il Paese, dopo anni di tagli. Servono maggiori risorse e investimenti per valorizzare le tante professionalità che ogni giorno sono impegnate a custodire, valorizzare, restaurare, rendere accessibile e produrre il patrimonio culturale”, ha commentato Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil. “Chiediamo risorse e assunzioni di personale per il Ministero della Cultura, tutte le istituzioni pubbliche e i servizi culturali impegnati a svolgere una funzione essenziale che garantiscono con aperture continuative e che non è più sostenibile ricevano stanziamenti come fossero attività accessorie. Chiediamo investimenti pubblici per contrastare il continuo ricorso alle esternalizzazioni e agli appalti, con applicazione di contratti impropri, crescita della precarietà che in alcuni ambiti diviene strutturale, e la generalizzata diminuzione dei salari, dei diritti e delle tutele delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura”.

“Oggi è solo l’inizio di un percorso di mobilitazione”, concludono i sindacati. “Il mondo del lavoro culturale — dipendenti pubblici, somministrate/i, collaboratrici e collaboratori, lavoratrici e lavoratori autonomi — ha dimostrato di potersi unire al di là della frammentazione contrattuale che le controparti hanno finora usato come strumento di divisione. Nuove mobilitazioni seguiranno”.

Foto: FP CGIL
Foto: FP CGIL



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