“Prima della tutela e della valorizzazione viene la conoscenza”. Parla Filippo Perissinotto


Dalla tutela degli immobili storici agli eventi internazionali, il presidente di Art Events, Filippo Perissinotto, racconta in questa intervista con Noemi Capoccia un modello imprenditoriale che antepone la conoscenza a qualsiasi altro elemento e trasforma la cultura in valore economico senza rinunciare alla conservazione e all’identità dei luoghi.

Con un percorso sviluppato tra finanza agevolata, restauro conservativo ed economia della cultura, Filippo Perissinotto, presidente di Art Events, società che opera nell’organizzazione di eventi culturali, ha costruito negli anni una visione imprenditoriale fondata sulla convinzione che il patrimonio storico possa rappresentare un valore identitario e una risorsa capace di generare sostenibilità economica e nuove opportunità di sviluppo. Dopo una lunga esperienza nel settore del restauro e dell’economia culturale, negli anni Duemila ha dato vita a Valorizzazioni Culturali, realtà specializzata nella tutela e nella riattivazione di immobili storici di particolare rilievo artistico e culturale.

Nel tempo, il gruppo ha ampliato il proprio raggio d’azione attraverso diverse aree di intervento: dalla valorizzazione del paesaggio e del patrimonio agricolo con Valorizzazioni Agricole, alla gestione di luoghi di pregio destinati a eventi culturali e internazionali tramite Art Events, fino ai progetti di recupero e valorizzazione del patrimonio storico sviluppati nell’ambito del real estate culturale. Un modello che coniuga investimenti di lungo periodo e iniziative temporanee, con l’obiettivo di costruire valore economico senza separarlo dalla tutela e dalla conoscenza dei luoghi.

In questa intervista con Noemi Capoccia, Perissinotto riflette sulle potenzialità e sulle criticità dell’economia culturale italiana, soffermandosi sul rapporto tra patrimonio storico, impresa e sostenibilità. Dall’esperienza maturata tra Venezia, Milano e numerosi centri minori emerge una visione che considera la valorizzazione come un equilibrio tra conservazione e uso contemporaneo, nella convinzione che un bene culturale generi valore quando aumenta la conoscenza e la consapevolezza collettiva. Attraverso esempi concreti, come il recupero dell’ex Abbazia della Misericordia a Venezia o la collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia in occasione della Biennale Arte di Venezia, Perissinotto delinea un’idea di economia culturale intesa come sistema integrato, in cui patrimonio, eventi e investimenti concorrono alla costruzione di un impatto duraturo sul territorio e sulle comunità.

Filippo Perissinotto
Filippo Perissinotto

NC. Dopo una lunga esperienza nel settore della finanza agevolata e del restauro conservativo, sin dai primi anni Duemila ha sviluppato il Suo gruppo con la società guida Art Events. Cosa l’ha spinta a costruire un modello che mette in relazione patrimonio culturale, impresa e valorizzazione economica?

FP. Il mio obiettivo è sempre stato quello di contribuire alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano. In quest’ottica, ho ideato e cercato di sviluppare un modello capace di presentare visibilità, divulgazione e opportunità di sostenibilità economica agli immobili storici del nostro Paese, mettendoli in relazione con eventi di grande richiamo internazionale e caratterizzati da una fruizione temporanea, come il Salone del Mobile di Milano e la Biennale di Venezia.

Qual è stato il momento in cui ha capito che il patrimonio culturale poteva essere trattato come un vero asset economico?

Il momento decisivo è maturato nella continua percezione, da parte dei nostri interlocutori, clienti e investitori, in particolare stranieri, di come la fortuna di essere italiani e di vivere nella culla della storia potesse costituire un autentico asset, anche in termini economici. Un asset economico, per essere più precisi.

Oggi si parla molto di valorizzazione culturale, spesso anche in modo astratto. Qual è, secondo Lei, l’errore più diffuso quando istituzioni e privati provano a trasformare un bene storico in valore economico?

Le difficoltà cambiano sensibilmente a seconda che gli interlocutori siano pubblici o privati, e tale distinzione risulta del tutto comprensibile. Nel caso degli attori pubblici, la vocazione istituzionale che giustamente li contraddistingue comporta inevitabili complessità, di natura burocratica ma anche legate a tempistiche che, osservate dal contesto internazionale, possono apparire rallentanti o poco competitive. Nel settore privato, invece, la criticità principale risiede nella forte frammentazione delle azioni, delle proprietà e delle intenzioni, che spesso si traduce in una generale assenza di un approccio metodologico condiviso. In questo quadro, il nostro gruppo ha saputo ritagliarsi una posizione particolare, operando con metodi e tempistiche propri del settore privato, ma mantenendo una visione e obiettivi orientati a una ricaduta collettiva.

Quando si interviene su un bene storico, si crea davvero valore o si rischia di riscrivere la sua identità per renderlo più appetibile al mercato?

Esiste una linea che non può e non deve essere oltrepassata, entro la quale operano, a giusta tutela del patrimonio, tutte le istituzioni pubbliche preposte. Mi auguro che chi ha la fortuna di operare in questo settore mantenga sempre spirito di responsabilità e buon senso. È un principio che ribadisco con assoluta convinzione: la salvaguardia viene prima di ogni altra azione. La coniugazione tra interventi di medio e lungo periodo, come la presa in carico di immobili storici, e l’apporto di manifestazioni temporanee, quali singoli eventi o padiglioni della Biennale, definisce un equilibrio virtuoso tra dimensione temporale e valore culturale. Si tratta, in sostanza, di un binomio armonico tra tempi dell’azione e qualità dell’impatto.

L’uso di dimore storiche e spazi culturali per eventi può generare dibattito. Secondo Lei, quando un evento valorizza davvero un luogo? Quando invece lo consuma?

Innanzitutto viva il dibattito! Anche quando assume toni accesi o polemici. A mio avviso, indipendentemente dalla proprietà, gli spazi culturali e le dimore storiche appartengono in qualche modo alla collettività. È quindi giusto, oltre che costruttivo, che siano oggetto di attenzione da parte di soggetti diversi e secondo prospettive differenti. La prima forma di tutela, così come la prima forma di valorizzazione, coincide con la conoscenza: con la capacità di rendere questi beni visibili, comprensibili e oggetto di interesse pubblico. Non è un passaggio scontato. In questo senso, il lavoro dei divulgatori culturali, a tutti i livelli, rappresenta un contributo prezioso. Alla domanda su quando un evento valorizzi davvero un luogo e quando invece lo consumi, la discriminante è proprio questa: un evento valorizza quando accresce la conoscenza e la consapevolezza del luogo; lo consuma quando ne compromette l’integrità, anche attraverso un uso non coerente con la sua identità o con le sue condizioni di tutela. In altri termini, il rischio si manifesta quando si superano gli obblighi di salvaguardia o quando si adottano modalità di utilizzo di identità non congrue. Detto questo, l’Italia dispone di una tale varietà di beni storici che è sempre possibile individuare il contesto più adatto per ciascun tipo di evento. Questo permette di evitare il sovraffollamento degli stessi luoghi e di ridurre la concentrazione su pochi siti noti, contrastando in modo naturale le dinamiche di overtourism, o, se si vuole giocare con un neologismo, di “over-cultourism”.

Palazzo Smith, sede di Art Events a Venezia. Foto: Giovanni Vecchiato
Palazzo Smith, sede di Art Events a Venezia. Foto: Giovanni Vecchiato
Yu Hong: Another One Bites the Dust, Chiesetta della Misericordia, Venezia, 2024. Foto: Umberto Santoro
Yu Hong: Another One Bites the Dust, Chiesetta della Misericordia, Venezia, 2024. Foto: Umberto Santoro

Nel Suo lavoro convivono agricoltura, eventi e real estate culturale. Quale di questi settori oggi genera il ritorno economico più interessante e quale, invece, resta ancora sottovalutato?

Il paradigma che distingue agricoltura, eventi e real estate culturale è, a mio avviso, corretto e ben strutturato. Colgo l’occasione per riconoscere il lavoro di chi ha contribuito a questa lettura analitica dei settori. Tra questi, quello che oggi appare maggiormente sottovalutato è senza dubbio l’agricoltura. È proprio per questa ragione che, sin dall’inizio, abbiamo sviluppato una realtà di azienda agricola legata alla conduzione di beni storici, denominata Costadilà Articoltura, acronimo di arte e agricoltura. La componente agricola, in particolare quella legata al verde e al paesaggio, è spesso quella meno valorizzata e più difficile da tradurre in termini di tutela, salvaguardia e valorizzazione economica. Diverso è il caso del binomio tra immobiliare culturale e eventi temporanei. Si tratta di due leve complementari che concorrono, in modo diverso ma sinergico, al sostegno del patrimonio. Il real estate culturale, come nel caso della nostra società Culture Studio, intercetta investimenti di lungo e lunghissimo periodo, orientati alla gestione strutturale e alla conservazione degli immobili storici. La gestione degli eventi, invece, attiva risorse e interesse su orizzonti più brevi, contribuendo alla sostenibilità economica attraverso progettualità temporanee e ad alta intensità di fruizione. Un esempio paradigmatico si ritrova nei soggetti internazionali che scelgono di stabilire una presenza stabile a Venezia, acquisendo o detenendo in concessione a lungo termine palazzi storici, rispetto a chi partecipa a iniziative temporanee come i padiglioni della Biennale per periodi limitati. Entrambi gli ambiti rappresentano per noi settori di intervento centrali, nei quali operiamo con convinzione e continuità.

C’è un’operazione che, più di altre, Le ha fatto riconsiderare cosa significhi davvero trasformare la cultura in valore economico?

Abbiamo favorito il recupero di diversi immobili storici, oggi destinati a ospitare numerosi eventi di natura culturale. Tra questi, un caso particolarmente rilevante è rappresentato dal complesso dell’ex Abbazia della Misericordia a Venezia, un luogo caro a chi ama le belle arti e profondamente legato all’identità della città. L’edificio, chiuso e per lungo tempo trascurato, è stato riaperto grazie alle nostre iniziative attraverso un programma di eventi temporanei ma continuativi, che ne hanno restituito visibilità e centralità culturale. Successivamente, il complesso ha attirato un investitore di lungo periodo, che ha avviato un percorso di restauro e ne sta definendo un utilizzo culturale stabile e continuativo.

Se dovesse descrivere il futuro dell’economia culturale in Italia senza usare parole rassicuranti, quali tre criticità strutturali metterebbe sul tavolo senza filtri?

Un primo nodo riguarda la scarsa conoscenza del tema, che rende evidente la necessità di una maggiore attività di divulgazione, sia delle opportunità sia delle criticità. A ciò si aggiungono le difficoltà legate agli interventi di matrice internazionale, che sono di natura pratica o burocratica e legate alla complessità di coordinamento tra sistemi diversi. Un terzo elemento è una sottovalutazione diffusa del potenziale che il sistema economico-culturale italiano è in grado di generare, soprattutto quando viene osservato in una prospettiva olistica e non frammentata sulle singole città. Un esempio importante è rappresentato dalla relazione tra aree come Venezia e Milano, che nei mesi tra aprile e maggio esprimono una concentrazione unica di eventi: dal Salone del Mobile, principale appuntamento mondiale del design, alla Biennale di Venezia. Si tratta di un unicum che va ben oltre la dimensione di distretto culturale ed economico. Più correttamente, si dovrebbe parlare di un universo dell’economia culturale italiana, la cui percezione è ancora oggi parziale e frammentata.

Anish Kapoor, Palazzo Manfrin, Venezia, 2026. Foto: Umberto Santoro
Anish Kapoor, Palazzo Manfrin, Venezia, 2026. Foto: Umberto Santoro
The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2026. Foto: Umberto Santoro
The Invisible Chord. Hans Hartung and Music, Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2026. Foto: Umberto Santoro

Venezia e Milano rappresentano due ecosistemi culturali molto diversi: come cambia, per Art Events, l’approccio operativo e strategico tra queste due città?

Si tratta di ecosistemi diversi, ma complementari. Lo sono in una logica costruttiva, perché esprimono livelli altissimi di posizionamento nei rispettivi ambiti dell’economia culturale. Milano è il riferimento per la moda e il design; Venezia lo è per il sistema delle Biennali e per un insieme articolato di iniziative culturali internazionali. Più che enumerarle singolarmente, è utile considerarle come un sistema integrato di eventi e istituzioni che definiscono un unico calendario culturale di livello globale. In questo senso, Milano e Venezia non competono: si completano, anche in termini di programmazione temporale e di attrattività internazionale. Ogni tanto, però, si tende a dimenticare che si tratta di un universo dell’economia culturale e non di un distretto. Un esempio emblematico risale a pochi anni fa, quando nella stessa settimana si sono sovrapposti eventi di portata internazionale come la Biennale di Venezia, la Design Week di Milano e il Vinitaly. Se allarghiamo lo sguardo in senso geografico, Venezia e Milano rappresentano un paradigma internazionale dell’economia della cultura. A questi poli si aggiunge anche Firenze, che pur con una dimensione diversa, mantiene un ruolo storico e identitario di assoluto rilievo, e rispetto alla quale anche il nostro lavoro si è sviluppato in più occasioni. Ad ogni modo, accanto a queste città-faro, esiste un’Italia diffusa fatta di borghi e centri minori, dove abbiamo ugualmente operato. In questi contesti, pur con una rilevanza economica più contenuta, il valore identitario e l’impatto sul territorio risultano spesso proporzionalmente equivalenti, se non ancora più importanti. Si tratta di modelli diversi, ma coerenti all’interno di un’unica visione dell’economia culturale italiana, che si articola su più scale e livelli di intervento.

Art Events lavora su location esclusive e spesso storicizzate. Quanto pesa, nella riuscita di un evento, il valore simbolico del luogo rispetto al contenuto dell’evento stesso?

È una domanda particolarmente centrata, perché riassume la ratio del nostro modo di fare impresa. Noi cerchiamo infatti di inserire contenuti culturali all’interno degli eventi che presentiamo, anche quando non si tratta di iniziative strettamente legate al mondo della cultura. Alla domanda su quanto questo pesi, la risposta è semplice: non abbastanza. Ritengo infatti che il valore icastico di un contenuto o di un contenitore culturale possa tradursi in un valore economico e aziendale molto più rilevante di quanto oggi si riesca ancora a riconoscere e valorizzare pienamente. Proprio per questo il lavoro che svolgiamo mantiene una forte componente di ricerca e sperimentazione: il futuro della nostra professione è ancora in gran parte da scrivere e da inventare. In questo senso, per noi è un privilegio collaborare, nell’ambito di questa Biennale Arte, con la Fondazione Querini Stampalia, un luogo simbolo in cui il valore storico e architettonico dell’edificio si intreccia con quello dei progetti culturali che ospita. Per chi è cresciuto a Venezia, la Querini è molto più di un museo o di una biblioteca: è parte della memoria della città. Per noi ragazzi aveva quasi un’aura mitica, anche perché era quella biblioteca che rimaneva aperta nottetempo, era un luogo speciale.

The Spirits of Maritime Crossing, Palazzo Smith, Venezia, 2023. Foto: Umberto Santoro
The Spirits of Maritime Crossing, Palazzo Smith, Venezia, 2023. Foto: Umberto Santoro
When the body says Yes, Padiglione dei Paesi Bassi, Chiesetta della Misericordia, Venezia, 2022
When the body says Yes, Padiglione dei Paesi Bassi, Chiesetta della Misericordia, Venezia, 2022

Operando in contesti di alto profilo e spesso di grande valore storico, quanto è difficile mantenere un’identità culturale forte in un settore spesso guidato da logiche puramente commerciali?

Nel processo di progettazione culturale noi siamo chiamati ad operare in quanto imprenditori, pur con una evidente ricaduta collettiva delle attività che realizziamo. Non agiamo dunque come una fondazione a scopo filantropico, ma come soggetti imprenditoriali. Di conseguenza, ritengo che uno degli oneri quotidiani del nostro lavoro sia quello di sublimare la necessaria componente economica, o, se si preferisce, la logica commerciale, trasformandola in un impatto positivo per il bene culturale e, indirettamente, per la collettività. Allo stesso tempo, portiamo avanti in modo continuativo attività di ricerca, sperimentazione e sostegno, finalizzate a comprendere come integrare nel modo più efficace queste due dimensioni. Un esempio concreto di questa impostazione è rappresentato dai nostri immobili: accanto ad attività a carattere commerciale, abbiamo sviluppato un circuito di residenze d’artista, che consente una circolarità virtuosa tra produzione economica e produzione culturale.



Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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