Arte sotto censura: la Bielorussia invisibile arriva alla Biennale di Venezia


Alla 61ª Biennale di Venezia, il Belarus Free Theatre presenta un’installazione immersiva che esplora censura, sorveglianza e repressione politica. Un percorso multisensoriale nella chiesa di San Giovanni Evangelista racconta la cultura bielorussa in esilio e il suo rapporto con il potere.

In occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, il Belarus Free Theatre presenta il progetto Official. Unofficial. Belarus., un evento collaterale che si svolge fino al 22 novembre 2026 presso la chiesa di San Giovanni Evangelista, nel sestiere di San Polo. L’iniziativa si inserisce nel programma ufficiale degli eventi collaterali della Biennale e propone un’esperienza immersiva e multisensoriale che affronta il tema della produzione artistica in condizioni di censura, sorveglianza e repressione politica. Il progetto è curato da Daniella Kaliada e da Natalia Kaliada, co-fondatrice e direttrice artistica del Belarus Free Theatre, compagnia teatrale e collettivo culturale attivo a livello internazionale da oltre vent’anni. L’esposizione nasce con l’intento di interrogare le modalità attraverso cui l’arte viene prodotta, controllata o silenziata in un contesto autoritario, offrendo al pubblico la possibilità di confrontarsi con ciò che accade quando la cultura è costretta a esistere al di fuori delle istituzioni ufficiali.

Il punto di partenza concettuale dell’intervento è la condizione della scena artistica in Bielorussia a partire dal 1994, anno dal quale numerosi artisti critici nei confronti del potere sono stati costretti all’esilio, alla clandestinità o a vivere sotto la minaccia della reclusione. L’esposizione dà voce a questa diaspora culturale e si inserisce idealmente in una tradizione più ampia dell’arte bielorussa segnata da spostamenti forzati e limitazioni della libertà espressiva. In questo percorso storico vengono richiamate anche figure fondamentali del modernismo internazionale come Marc Chagall, Chaïm Soutine e Nadia Khodasevich-Léger, oltre alle pratiche dell’epoca sovietica legate al samizdat, alle esposizioni non ufficiali e agli incontri clandestini negli appartamenti privati.

Allestimenti della mostra
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All’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista, edificio storico del centro di Venezia, il progetto costruisce un ambiente sospeso tra tradizione religiosa e presente autoritario. Lo spazio sacro viene trasformato in una sorta di zona liminale nella quale il visitatore è chiamato a un’esperienza sensoriale completa che coinvolge vista, udito e percezione fisica. L’obiettivo dichiarato è quello di evocare la condizione della Bielorussia contemporanea attraverso un linguaggio artistico che supera i confini disciplinari.

Tra le opere presentate figurano nuovi dipinti site-specific di Sergey Grinevich, nato a Grodno nel 1960, che reinterpretano la forma dei pannelli d’altare inserendo una riflessione sulla scomparsa della privacy e sul controllo della vita individuale all’interno di un linguaggio iconografico di matrice religiosa. In questo contesto, la pittura diventa uno strumento di meditazione sul rapporto tra spiritualità e sorveglianza. La componente sonora è affidata a Olga Podgayskaya, compositrice nata a Minsk nel 1981, che realizza “Sounds of Silence”, una composizione per organo che alterna momenti di crescendo a fasi di silenzio assoluto. Il suono, o la sua assenza, diventa parte integrante dell’esperienza espositiva, contribuendo a costruire un ambiente immersivo in cui la percezione del tempo e dello spazio viene continuamente modificata.

Uno degli elementi centrali del progetto è una scultura di grandi dimensioni composta da libri vietati in Bielorussia, compressi all’interno di una pinza di bulldozer schiacciata. L’opera, ideata da Nicolai Khalezin, cofondatore del Belarus Free Theatre, raggiunge i due metri e mezzo di altezza e rappresenta una riflessione sulla cancellazione silenziosa della letteratura e delle idee nei contesti autoritari, dove la censura si manifesta spesso senza clamore pubblico. In uno spazio adiacente, un cimitero privato ospita un’installazione sonora immersiva composta da testimonianze di prigionieri politici bielorussi recentemente liberati. Le registrazioni si diffondono nell’ambiente e si intrecciano con nuove sculture realizzate da Vladimir Tsesler, artista nato a Slutsk nel 1951, che utilizza sbarre di prigione per costruire opere di grandi dimensioni. Le strutture richiamano la tradizione del ragno di paglia bielorusso, simbolo domestico di protezione e armonia, qui reinterpretato come oggetto di confinamento e controllo.

Il progetto include anche un momento partecipativo affidato allo chef Rasmus Munk, nato a Randers nel 1991, che propone un’interpretazione sensoriale del tema della privazione. L’esperienza gastronomica è pensata come riflessione sulla condizione dei prigionieri politici e sulla privazione imposta dai regimi autoritari, trasformando il cibo in linguaggio narrativo e politico.

In un ulteriore elemento partecipativo, i visitatori sono invitati ad accendere candele e collocarle su un altare appositamente predisposto, contribuendo a creare un’atmosfera dominata da una fragranza pensata per evocare controllo e repressione. Anche l’olfatto diventa così parte integrante del percorso espositivo, ampliando la dimensione multisensoriale del progetto. All’esterno della chiesa viene installata la scultura Surveillance Crucifixion, concepita da Daniella e Natalia Kaliada. L’opera è realizzata interamente con telecamere di videosorveglianza analogiche disposte a forma di croce e rappresenta una riflessione sullo sguardo del potere e sulla sua presenza costante nella vita contemporanea. La struttura mette in discussione il confine tra osservatore e osservato, suggerendo una forma di violenza silenziosa che si esercita attraverso il controllo visivo e l’interiorizzazione della paura.

Nel testo di presentazione, Natalia Kaliada sottolinea come il progetto intenda affermare la centralità della cultura indipendente bielorussa rispetto alla narrazione ufficiale dello Stato. Secondo la cofondatrice del Belarus Free Theatre, il collettivo riunisce artisti in esilio che provengono da un contesto culturale ricco e articolato, e che intendono restituire al pubblico internazionale una rappresentazione della Bielorussia non mediata dal potere politico. L’insieme delle opere, afferma, costituisce una sorta di costellazione artistica impossibile da ignorare, destinata a proiettarsi oltre il tempo della Biennale e a immaginare un futuro di riconoscimento per la cultura bielorussa.

Durante tutto il periodo espositivo, il Belarus Free Theatre si farà inoltre carico del restauro di quattro dipinti antichi conservati nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, tra cui il Martirio di Santa Barbara di Pietro Ricchi e San Giacomo Apostolo di Antonio Vassilacchi detto Aliense, contribuendo così alla conservazione del patrimonio artistico del luogo che ospita l’installazione.

Il Belarus Free Theatre, fondato come compagnia teatrale indipendente e oggi attivo anche nel campo del cinema, delle arti visive e dei progetti educativi, presenta questo intervento come parte della propria missione internazionale. Con oltre cinquanta produzioni realizzate e rappresentate in più di quaranta Paesi, il collettivo è riconosciuto per il suo approccio fisico e politico alla performance, spesso focalizzato sui temi della libertà, della repressione e dei diritti umani.

Informazioni sulla mostra

Titolo mostraOfficial. Unofficial. Belarus.
CittàVenezia
SedeChiesa di San Giovanni Evangelista
DateDal 09/05/2026 al 22/11/2026
CuratoriDaniella Kaliada, Natalia Kaliada
TemiArte contemporanea



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