Eco e Narciso. Una fanciulla e un giovane legati dal mito. Due vite che s’intrecciano e che portano a un triste e tragico epilogo. Innamorarsi di un amore non corrisposto o impossibile è per loro motivo di struggimento e di morte, ma entrambi non hanno mai smesso di esistere: di lei possiamo ancora oggi sentire la voce, di lui possiamo sentirne ancora oggi il profumo. Sarà capitato a chiunque, soprattutto in montagna, di pronunciare ad alta voce alcune frasi o parole e di sentire immediatamente dopo quelle stesse frasi e parole ripetute da un’eco, o di vedere nei pascoli, nei prati o nei campi il profumatissimo fiore del narciso. Ma per quale strano motivo i due giovani raffigurati nel famoso omonimo dipinto del 1903 di John William Waterhouse, Eco e Narciso, custodito alla Walker Art Gallery di Liverpool, sono stati trasformati per sempre nell’eco che risuona tra i monti, nel fenomeno acustico che si verifica con la riflessione delle onde sonore contro un ostacolo, e in un bellissimo fiore dal profumo intenso?
Noi, osservatori, siamo lì, sull’altra sponda del corso d’acqua, presenti alla scena e immersi nella frescura del paesaggio boschivo, sotto le ombrose chiome degli alberi che emanano un gradevole aroma di resina. Sentiamo la morbidezza dell’erbetta tenera sotto i piedi, qualche filo d’erba più lungo solletica la pelle; il dolce e placido rumore dell’acqua che scorre lenta tra i grandi massi di pietra, e un inebriante profumo di narcisi selvatici, gialli e bianchi, che spuntano vanitosamente in ciuffi eretti vicino all’acqua. Qualche foglia di ninfea, non fiorita, galleggia quietamente sulla superficie del rio dalle tonalità verdastre, per via dei riflessi della vegetazione tutt’attorno, e si percepisce inoltre l’umidità, tipica del bosco, da alcuni funghetti nati alla base dei tronchi degli alberi, accompagnati da muschio.
Alla nostra sinistra, una bella fanciulla dai lineamenti fini e dalla pelle liscia ed eterea è seduta su un grande masso, sulla sponda, su cui poggia anche una mano; anche i piedi nudi sentono la freschezza della pietra. L’altra mano stringe una liana dell’albero sotto il quale siede. I lunghi capelli ramati raffinatamente raccolti e fermati da un piccolo fiore rosso illuminano armoniosamente il biancore della pelle del volto e del corpo, vestito solo di un morbido drappo di color rosa tenue che, dalla spalla, le scende fino ai piedi, lasciandole scoperto un seno. Il suo sguardo fisso è rivolto verso il giovane che vediamo di fronte a noi, che invece sembra non accorgersi per niente della ragazza che lo osserva dalla parte opposta a lui, perché troppo impegnato a guardare la sua immagine riflessa nell’acqua. È disteso sull’erba, con il ventre a terra avvolto in un panneggio rossiccio che gli lascia scoperti il dorso e una gamba, e con il viso rivolto verso il suo riflesso; non distoglie nemmeno per un attimo lo sguardo dall’acqua, mentre prova a muovere una mano per accorgersi in quell’istante che anche l’immagine della mano riflessa si muove nello stesso identico modo. E che anche il bel giovane che vede riflesso in quelle acque verdognole ha i capelli neri e il capo cinto di una corona di foglie. Accanto a lui si scorge una faretra con ancora all’interno le frecce.
Waterhouse, tra i massimi pittori preraffaelliti dell’Inghilterra vittoriana, possiede la straordinaria capacità di fermare la scena in un preciso momento e di rendere partecipe l’osservatore con un punto di vista ravvicinato, quasi fosse un personaggio presente nella scena senza essere visto. È presente anche qui, insieme a Eco e a Narciso, ma non può fare niente per cambiare le loro sorti. Era tipico del Preraffaellismo rappresentare i miti antichi, come in questo caso, come pure caratterizzare le donne con una lunga chioma di capelli rossi in contrasto con la pelle chiarissima; ambientare la composizione in un’atmosfera poetica, prediligendo temi universali quali l’amore, il desiderio, la seduzione, la cura nei dettagli per la natura, elementi spiccatamente diffusi in questo dipinto.
La ragione della trasformazione eterna a cui sono destinati Eco e Narciso risiede tuttavia esclusivamente nel mito. Anche John Milton, nel suo Comus, chiede spiegazioni alla fanciulla rivolgendole direttamente la parola con tenera partecipazione: “Dolce Eco, dolcissima ninfa”, restituendole una dimensione intima e malinconica.
Il mito è narrato da Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi: figlio di Cefiso e di Lirìope, Narciso fu concepito fra le onde, da una violenza che il dio fluviale fece alla bellissima naiade. Desiderato da giovani e fanciulle per la sua bellezza, fu così superbo da respingere chiunque lo seducesse. Un giorno, all’età di circa sedici anni, mentre cercava di spaventare i cervi per cacciarli, lo vide la ninfa dei boschi Eco, che se ne innamorò all’istante. La bella ninfa però era stata punita da Giunone perché, per dare modo di fuggire alle ninfe con le quali Giove la tradiva, Eco intratteneva la dea con lunghi discorsi: per punizione Giunone aveva quindi condannato la ninfa a non parlare mai per prima e a ripetere sempre le ultime parole che un suo interlocutore pronunciasse. Accadde finalmente che la ninfa riuscì ad avvicinarsi al giovane, che in quel momento si era separato dai suoi fedeli compagni, e senza però mostrarsi a lui subito cominciò a rispondergli nella maniera a cui era stata condannata. Ingannato da questo rimbalzare della voce, d’un tratto esclamò: “Qui riuniamoci” e lei, che non aspettava altro, rispose: “Uniamoci!”. Uscì allora dal bosco e gli si gettò con le braccia al collo, ma lui, fuggendo, la rifiutò brutalmente dicendole di togliergli le mani di dosso, di non abbracciarlo, e che piuttosto di darsi a lei avrebbe preferito morire! Lei, respinta, si coprì allora il volto di foglie dalla vergogna e si nascose nei boschi, in antri sperduti. Il brutale rifiuto fu tuttavia per lei tormento incessante, che la fece deperire e struggere, al punto che di lei rimase solo la voce, mentre le ossa si tramutarono in pietre. Narciso, invece, era stato precedentemente punito da Nemesi, dea della vendetta, per via del suo disprezzo nei confronti di tutti coloro che lo desideravano: la dea aveva accolto la preghiera di un giovane rimasto vittima del figlio di Cefiso e di Lirìope, che gli aveva augurato di innamorarsi ma di non riuscire mai a possedere chiunque amasse. Stanco dal caldo e dalle fatiche della caccia, Narciso trovò un giorno sollievo a una fonte in mezzo al bosco e, sdraiandosi per calmare la sete, s’innamorò dell’immagine di lui che vide riflessa nell’acqua, contemplando, elogiando e desiderando quindi un’immagine senza corpo, che in un primo momento non riconobbe essere la sua stessa figura riflessa. Quando se ne rese conto, ne rimase sconvolto. Sfinito d’amore, giunse al completo struggimento. Il suo corpo non fu mai più quello di un tempo, ma Eco, ogni volta che lo vedeva e malgrado la rabbia del ricordo, se ne addolorava e ripeteva i lamenti del suo Narciso. Finché lo raggiunse la morte su quel prato verde in cui si trovava la fonte; venne accolto negli Inferi, ma mai smise di contemplarsi nelle acque dello Stige. Piansero tutte le ninfe, e con loro anche la ninfa dei boschi Eco. Il corpo di Narciso scomparve, ma al suo posto venne trovato un fiore, il fiore del narciso.
Eco e Narciso è un mito che parla di un amore non corrisposto, quello della ninfa rifiutata dal giovane Narciso troppo vanitoso e superbo, e di un amore impossibile, perché rivolto verso un’immagine senza corpo, quello di Narciso che è incapace di amare un’altra persona all’infuori di se stesso. In entrambi i casi sono amori che non sono e non possono essere ricambiati e che portano al dolore, al deperimento, allo struggimento, fino alla morte. Sono, seppur in maniera opposta, forme nocive di amore, perché in un caso ci si ama troppo, nell’altro caso non ci si ama per niente.
Ma sono anche amori che finiscono nella rete dell’illusione: da una parte, l’eco della voce della ninfa provoca illusione nel suo cuore, perché crede di essere ricambiata da Narciso prima del brutale rifiuto; dall’altra, l’immagine riflessa del giovane lo illude di aver trovato l’amore, ma in realtà non è così.
È inoltre un mito che vede il susseguirsi di diverse punizioni e metamormosi, che trasformano la presenza stessa dei due giovani, ma saranno proprio questi mutamenti, in un altro stato d’essere, a renderli eterni. Una voce e un fiore.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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