Michael Armitage e la pittura che si cuce sulle ferite della storia e del presente


Michael Armitage, pittore di origini kenyote, dipinge sul lubugo, una corteccia usata tradizionalmente in Uganda per abiti rituali e sudari. Cuciture, strappi e fibre diventano parte della pittura, e trasformano la superficie in un luogo dove memoria, politica e storia coloniale prendono corpo. L’articolo di Federica Schneck.

Ci sono superfici che accolgono il colore, e poi ci sono superfici che lo mettono alla prova. Quando ti trovi davanti a un dipinto di Michael Armitage (Nairobi, 1984), la prima cosa che capisci è che la pittura, lì, ha dovuto negoziare il proprio spazio. Nato a Nairobi nel 1984 e attivo tra Kenya e Regno Unito, Armitage dipinge su lubugo, una corteccia battuta proveniente dall’albero di fico ugandese. Non è una tela neutra, né una scelta decorativa: il lubugo è un materiale vivo, irregolare, segnato da cuciture, strappi, cicatrici naturali. Tradizionalmente usato in Uganda per abiti rituali, sudari e contesti cerimoniali, porta con sé una memoria culturale e spirituale che precede l’immagine dipinta.

La pittura, su questa superficie, non si distende: si adatta, scivola, si interrompe, riprende. Le pieghe e le lacerazioni diventano parte della narrazione visiva. L’opera non nasce quindi su un campo liscio, ma su una pelle che respira e resiste. Davanti a un lavoro come The Conservationists (2015), il lubugo non è un semplice supporto: diviene un territorio. La scena, ispirata a una scultura coloniale britannica che celebrava il “dominio” sulla natura, viene trasportata in un paesaggio africano ambiguo, attraversato da figure che sembrano apparire e dissolversi tra vegetazione, acqua, carne e sogno. Le cuciture del lubugo attraversano i corpi, spezzano le continuità, rendono instabile ogni certezza visiva. La storia coloniale, la violenza, il controllo sul territorio non sono solo temi: si incarnano fisicamente nella superficie ferita del dipinto.

Michael Armitage, The Conservationists (2015; olio su lubugo, 170 x 149,5 cm; Oslo, Nasjonalmuseet). Foto: Nasjonalmuseet/Børre Høstland
Michael Armitage, The Conservationists (2015; olio su lubugo, 170 x 149,5 cm; Oslo, Nasjonalmuseet). Foto: Nasjonalmuseet/Børre Høstland
Michael Armitage, The Promised Land (2019; olio su lubugo, 221 x 421 cm; Londra, Tate)
Michael Armitage, The Promised Land (2019; olio su lubugo, 221 x 421 cm; Londra, Tate)

Armitage lavora spesso a partire da fotografie di cronaca, memorie personali, folklore dell’Africa orientale, politica contemporanea kenyota; eppure le sue immagini non si offrono mai come illustrazioni dirette. In The Promised Land (2019), ad esempio, un gruppo di figure si muove all’interno di uno scenario confusionario. Il riferimento alle migrazioni, alle promesse politiche tradite, ai viaggi senza approdo è percepibile, ma la scena scivola continuamente verso il sogno, l’allegoria, l’incubo. Il lubugo qui amplifica tutto: assorbe il colore in modo irregolare, crea zone opache e altre più sature, lascia intravedere la fibra vegetale sotto la pittura. È come se la storia stessa fosse instabile, cucita insieme a fatica.

Un altro dipinto chiave, Pathos and the Twilight of the Idle (2017), prende spunto da un fatto di cronaca violento avvenuto in Kenya: la scena, però, si svolge in uno spazio sospeso, quasi teatrale, dove figure nude o semi-nude si muovono in un’atmosfera crepuscolare. Non c’è un realismo documentario, c’è una tensione emotiva che attraversa i corpi, resa ancora più intensa dalla superficie del lubugo, che si piega, si tende, a volte sembra lacerarsi insieme alle figure rappresentate.

Il materiale non permette illusioni perfette in quanto ogni immagine resta consapevole del proprio essere pittura su corteccia. Le cuciture, necessarie per unire più pezzi di lubugo e ottenere formati monumentali, corrono verticali o orizzontali come cicatrici. Interrompono volti, dividono paesaggi, attraversano cieli. Anziché nasconderle, Armitage le integra nella composizione, facendole divenire confini, fratture politiche, divisioni sociali, memorie traumatiche. Anche nei lavori più intimi, come alcune scene notturne o immagini legate a rituali e danze dell’Africa orientale, il lubugo agisce in profondità: il colore non copre del tutto la superficie, lascia zone di respiro, aree dove il supporto emerge con la sua tonalità calda e terrosa.

Michael Armitage, Pathos and the Twilight of the Idle (2019; olio su lubugo, 330 x 170 cm)
Michael Armitage, Pathos and the Twilight of the Idle (2019; olio su lubugo, 330 x 170 cm)
Michael Armitage, Conjestina (2017; olio su lubugo, 220,5 x 170,4 cm; San Francisco, San Francisco Museum of Modern Art)
Michael Armitage, Conjestina (2017; olio su lubugo, 220,5 x 170,4 cm; San Francisco, San Francisco Museum of Modern Art)
Michael Armitage, The Promise of Change (2018; olio su lubugo, 220 x 240 cm; New York, Solomon R. Guggenheim Museum)
Michael Armitage, The Promise of Change (2018; olio su lubugo, 220 x 240 cm; New York, Solomon R. Guggenheim Museum)

Guardare un dipinto di Armitage significa quindi fare esperienza di una pittura instabile, che rifiuta la superficie perfetta della tradizione occidentale. Il lubugo introduce una temporalità diversa: quella della crescita dell’albero, del processo manuale di battitura della corteccia, dell’uso rituale. Ogni opera porta con sé questa stratificazione, anche quando affronta temi urgentemente contemporanei come le elezioni violente in Kenya, le disuguaglianze, il peso delle eredità coloniali o le tensioni tra modernità e tradizione. C’è poi un aspetto fisico, quasi tattile. Da vicino, la superficie vibra, le fibre creano piccole ombre, i punti di cucitura producono rilievi, le zone più sottili del materiale lasciano filtrare la luce. Il dipinto non è mai solo immagine: è oggetto, pelle, reliquia, bandiera, ferita.

Le storie che Armitage racconta, politiche, intime, mitiche, passano sempre attraverso questa materia che ricorda che ogni visione ha un corpo, e ogni corpo porta segni. Alla fine, resti davanti a queste opere con la sensazione che la pittura abbia ritrovato qualcosa di arcaico e insieme attualissimo: il contatto diretto tra immagine e materia viva. E capisci che, sulle superfici irregolari del lubugo, il mondo non viene semplicemente rappresentato, viene attraversato, con tutte le sue fratture, le sue ombre e le sue improvvise e ostinate accensioni di bellezza.



Federica Schneck

L'autrice di questo articolo: Federica Schneck

Federica Schneck, classe 1996, è una giornalista specializzata in arte contemporanea. Laureata in Storia dell'arte contemporanea presso l'Università di Pisa, il suo lavoro nasce da una profonda fascinazione per il modo in cui le pratiche artistiche operano all’interno, e in contrapposizione, alle strutture sociali e politiche del nostro tempo. Si occupa delle trasformazioni del sistema dell'arte contemporanea, del dialogo tra ricerche emergenti e patrimonio culturale, del mercato, delle istituzioni e delle fiere internazionali. Alla scrittura giornalistica affianca quella critica, con testi per artisti, gallerie e collezioni private.



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