Forse la notte non è entrata tardi nella storia dei giardini. È entrata tardi nella storia che noi abbiamo scritto sui giardini. La storia dei giardini è stata raccontata quasi sempre alla luce del sole. Dai recinti sacri dell’antico Oriente alle ville romane, dai giardini islamici ai parchi paesaggistici inglesi, lo sguardo degli storici si è concentrato sulla forma, sull’impianto simbolico, sulla botanica, sull’architettura e sul rapporto con il paesaggio. Molta meno attenzione è stata dedicata a un’altra dimensione, apparentemente ovvia e proprio per questo quasi invisibile: la notte. La domanda da cui nasce questo articolo è semplice solo in apparenza. Esiste una storia del giardino notturno?
Naturalmente ogni giardino continua a esistere dopo il tramonto. Ma questo non significa che sia stato progettato per essere vissuto nella notte. Un conto è uno spazio che sopravvive al buio; un altro è uno spazio nel quale il buio diventa parte dell’idea progettuale. È in questo scarto, sottile ma decisivo, che sembra aprirsi una questione storiografica rimasta finora quasi inesplorata.
Le grandi sintesi dedicate alla storia del giardino hanno studiato con rigore forme, tipologie e significati. Più raramente si sono interrogate sul tempo della loro fruizione. Eppure il giardino è forse l’opera d’arte nella quale il trascorrere delle ore modifica più profondamente l’esperienza dello spazio. La luce cambia il colore della vegetazione, l’acqua modifica il rapporto con il cielo, alcune essenze liberano il loro profumo quando la vista perde precisione. Non muta soltanto il paesaggio: muta il modo di percepirlo.
Non si tratta, dunque, di individuare una nuova categoria di giardino, ma di seguire il momento in cui la notte smette di rappresentare il termine dell’esperienza e diventa parte del progetto. Più che cercare un’origine assoluta, conviene seguire una serie di indizi. Il primo conduce, forse sorprendentemente, all’antichità romana.
Nelle lettere dedicate alle sue ville, Plinio il Giovane descrive con straordinaria attenzione l’orientamento degli edifici, la disposizione dei portici, il rapporto tra gli ambienti e il movimento del sole. La sua preoccupazione non è soltanto estetica. La luce diventa uno strumento dell’architettura, capace di modificare la qualità dell’abitare nelle diverse ore della giornata. Descrivendo la sua villa di Laurentino, nota come lo stesso portico offra “ombra d’estate, sole d’inverno, e nelle sere una luce morbida che non stanca gli occhi”. Un caso emblematico è Villa Adriana, dove l’orientamento dei padiglioni, il dialogo tra architettura e specchi d’acqua e la continua alternanza di luce e ombra mostrano come il progetto fosse pensato per accompagnare il trascorrere delle ore. La proliferazione dei bacini d’acqua, che amplificano la luce e trasformano la percezione dell’architettura nel corso della giornata.
Non è ancora un giardino notturno, ma è uno spazio nel quale il progetto tiene già conto delle continue metamorfosi della luce. La notte non è ancora una categoria progettuale, ma il tempo della luce è già parte dell’architettura. In questo senso è già un giardino pensato nel tempo, in cui ogni padiglione rivela qualità diverse nelle diverse ore della giornata.
Questa attenzione al tempo della luce non si interrompe con il mondo romano. Trasformata dall’eredità ellenistica, riaffiora in Oriente, dove il giardino diventa progressivamente un dispositivo costruito anche per il crepuscolo e per la notte.
Il giardino persiano non è soltanto uno spazio ordinato secondo una rigorosa geometria. È un dispositivo climatico e percettivo. I canali d’acqua rinfrescano l’aria, organizzano lo spazio e moltiplicano i riflessi. La tradizione li ha interpretati come immagine del paradiso coranico o dell’ordine cosmico. Sono letture fondate, ma forse non esauriscono il problema. L’acqua, infatti, non serve soltanto a irrigare: trasforma il modo di percepire il giardino. Durante il giorno amplifica la luce; al tramonto restituisce il cielo; nelle sere estive rende abitabile uno spazio che il calore diurno aveva quasi reso inaccessibile. Il progetto non termina quando il sole cala: cambia semplicemente registro.
Non sappiamo se gli architetti persiani pensassero esplicitamente alla luce della luna. Sarebbe imprudente sostenerlo. Sappiamo però che questi giardini erano vissuti soprattutto nelle ore serali, quando il clima permetteva finalmente la permanenza all’aperto. È un dato apparentemente secondario, ma decisivo: il tempo della fruizione comincia a influenzare il progetto.
Questa sensibilità attraversa il mondo islamico senza perdere la propria coerenza. Dall’Iran all’Andalusia il giardino viene concepito come un ambiente nel quale acqua, vegetazione, architettura e suono costruiscono un’esperienza unitaria. Le descrizioni poetiche insistono meno sulla geometria che sull’atmosfera. Ibn Zamrak, celebrando i giardini dell’Alhambra, parla dell’acqua che canta, della brezza che diffonde il profumo dei fiori e della luce che si riflette sul marmo. Più che descrivere un luogo, descrive una percezione. È forse questo il passaggio decisivo. Il giardino non è più soltanto qualcosa da vedere. Diventa qualcosa da vivere.
Seguendo questa tradizione si arriva all’India moghul, dove l’idea sembra acquistare una consapevolezza nuova. Il Mahtab Bagh, il “Giardino della luce lunare”, sorge sulla riva opposta dello Yamuna, perfettamente allineato al Taj Mahal. Il nome, da solo, merita attenzione. Mahtab: in persiano antico, la luce riflessa, non quella diretta. Bagh: recinto, ma anche luogo del soggiorno. Il nome stesso definisce un’attività: non guardare la luna, ma stare nella luce riflessa. Non è un giardino con la luna: è un giardino per la luna.
Per lungo tempo il complesso è stato interpretato attraverso la leggenda del cosiddetto Black Taj, il mausoleo nero che Shah Jahan avrebbe voluto costruire di fronte al proprio sepolcro. Gli scavi archeologici degli anni Novanta hanno però mostrato un quadro diverso. Il Mahtab Bagh era un giardino fin dall’origine, concepito come parte integrante del progetto paesaggistico. Non un monumento mancante, ma un paesaggio pensato per completare il Taj Mahal.
Osservato da qui, il Taj Mahal non appare come un edificio isolato, ma come il punto culminante di una composizione nella quale il fiume, l’acqua dei canali e la luce lunare partecipano alla costruzione dell’immagine. Il giardino non costituisce un semplice belvedere: completa la percezione del monumento. Il marmo bianco, abbagliante di giorno, diventa quasi immateriale al chiarore della luna. Il progetto moghul presuppone la notte come condizione ottimale della sua fruizione.
È probabilmente qui che una lunga tradizione diventa esplicita. Non perché il giardino notturno nasca in India, ma perché per la prima volta la notte sembra dichiarata come parte del progetto.
A questo punto il confronto con l’Europa diventa inevitabile. Nel Rinascimento e nel Barocco i grandi giardini italiani e francesi sono pensati soprattutto per la piena luce del giorno. La notte compare nelle feste di corte, negli apparati effimeri, nelle scenografie illuminate da migliaia di candele. Nel luglio 1539, il giardino di Palazzo Medici fu coperto da un “cielo” di tela e amorini dipinti per le nozze di Cosimo I. Nel 1668, a Versailles, tremila candele trasformarono i viali in costellazioni artificiali. Ma l’alba smontava tutto: il cielo di carta, le luci di cera, lo spettacolo. Terminata la festa, il giardino ritornava quello di sempre. La luce artificiale produceva un evento, non una diversa concezione dello spazio.
Bisogna attendere il Settecento perché il rapporto con la notte cambi radicalmente.
La svolta non riguarda soltanto il giardino, ma il modo stesso in cui la cultura europea guarda alla natura. Tra la seconda metà del Settecento e il primo Romanticismo, la notte cessa progressivamente di essere percepita come semplice privazione della luce. La riflessione sul sublime, il gusto per il pittoresco e la nuova sensibilità paesaggistica attribuiscono valore estetico all’incertezza, all’ombra e al silenzio. Non è più la piena visibilità a garantire la bellezza del paesaggio, ma la sua capacità di suscitare emozioni attraverso ciò che rimane parzialmente nascosto.
William Gilpin, nel suo Observations on the River Wye (1770), notava che al crepuscolo la “roughness” del paesaggio non svanisce: cambia registro, diventa tattile, sonora, olfattiva. Il giardino non ha bisogno di essere illuminato: ha bisogno di essere abitato con altri sensi.
È nello stesso clima culturale che la pittura romantica affida alla notte un significato nuovo. Nei paesaggi di Friedrich il chiarore lunare non illumina semplicemente la scena: invita alla meditazione. In Turner la luce dissolve le forme, trasformando il paesaggio in atmosfera. Non sono immagini di giardini, ma testimoniano una diversa educazione dello sguardo. Prima ancora che i progettisti, sono gli artisti e gli scrittori a insegnare all’Europa che la notte possiede una propria qualità estetica.
Nello stesso periodo, seppure attraverso una tradizione autonoma, anche il giardino giapponese sviluppava una raffinata cultura del chiaroscuro e della contemplazione serale. Più che ricercare l’illuminazione, essa valorizzava la penombra, i riflessi dell’acqua e la lenta emersione delle forme nella luce lunare, esprimendo quella cultura della penombra che Jun’ichirō Tanizaki avrebbe poi teorizzato nel saggio In’ei raisan (Elogio dell’ombra, 1933), interpretandola come uno dei tratti distintivi della sensibilità giapponese. Anche qui, tuttavia, la notte non costituisce una tipologia di giardino, ma un diverso modo di abitarlo.
Quando, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Gertrude Jekyll iniziò a riflettere sul rapporto tra colore, luce e successione delle fioriture, quel mutamento di sensibilità era ormai compiuto. La progettista inglese non inventò il giardino notturno. Fece qualcosa di più sottile: tradusse in pratica progettuale una diversa maniera di osservare il paesaggio.
Nel Colour in the Flower Garden il colore non possiede mai un valore assoluto. Esiste in relazione alla luce che lo investe. Jekyll scriveva che il bianco “non è assenza di colore, ma presenza di tutta la luce. Al crepuscolo, quando gli altri colori si addormentano, il bianco resta sveglio”. Alcune tonalità si spengono rapidamente al crepuscolo; altre sembrano acquistare una nuova intensità proprio quando il giorno declina. Il progetto del giardino non coincide più soltanto con la disposizione delle piante nello spazio, ma anche con il modo in cui esse saranno percepite nelle diverse ore della giornata.
Questa attenzione al tempo della visione conduce naturalmente a una delle realizzazioni più celebri della cultura del giardino del Novecento: il White Garden di Sissinghurst, progettato da Vita Sackville-West e Harold Nicolson sulla scia della lezione jekylliana.
La scelta di limitare la tavolozza ai bianchi, ai grigi argentati e ai verdi più chiari è stata spesso interpretata come un raffinato esercizio cromatico. In realtà essa risponde anche a una logica percettiva. I fiori bianchi trattengono più a lungo la luce residua del tramonto; i fogliami argentati riflettono il chiarore lunare; molte delle specie selezionate diffondono il loro profumo proprio nelle ore serali, quando la temperatura diminuisce e la vista lascia progressivamente spazio agli altri sensi. Nicotiana alata, che profuma solo dopo il tramonto; Rosa “Madame Alfred Carrière”, il cui bianco trattiene l’ultima luce; Philadelphus coronarius, che riempie l’aria di dolcezza quando il buio è ormai completo. Il giardino, insomma, non cambia struttura. Cambia esperienza.
Se il White Garden aveva tradotto in termini botanici una nuova attenzione per il crepuscolo e per la percezione, il Novecento amplia ulteriormente questa riflessione affidandola anche ad altri linguaggi. Tra questi, il cinema occupa una posizione particolare. Più che rappresentare i giardini, può infatti modificare il modo stesso di guardarli.
Nel 1953 Kenneth Anger realizza Eaux d’Artifice, ambientato a Villa d’Este. Non è un documentario, né una semplice ambientazione scenografica. Attraverso un sofisticato lavoro sulla fotografia, sulla luce e sul montaggio, Anger trasforma il celebre giardino rinascimentale in uno spazio sospeso, nel quale fontane, statue e architetture sembrano appartenere a una dimensione notturna senza tempo.
L’interesse del film non risiede tanto nella ricostruzione storica quanto nello sguardo che propone. Villa d’Este non viene interpretata come il trionfo della prospettiva rinascimentale o dell’ingegneria idraulica, ma come un luogo in cui l’acqua, le ombre, i riflessi e il movimento costruiscono un’esperienza percettiva diversa da quella abitualmente raccontata dalla storiografia. Il cinema non aggiunge nulla al giardino; rende visibile una qualità che era sempre stata presente, ma che raramente era stata posta al centro dell’interpretazione.
Non è necessario sostenere che Villa d’Este fosse stata progettata come un giardino notturno. Più semplicemente, Eaux d’Artifice dimostra come un giardino storico possa essere riletto attraverso una diversa cultura della visione. È forse uno degli esempi più eloquenti di come la notte possa diventare non soltanto un momento della fruizione, ma una chiave interpretativa dell’opera stessa.
La domanda da cui siamo partiti (“quando nasce il giardino notturno?”) probabilmente non ammette una risposta univoca. Nessuna delle esperienze ricordate può essere indicata come un’origine assoluta, né sarebbe corretto costruire una genealogia lineare tra culture tanto lontane nel tempo e nello spazio.
Eppure, osservati insieme, questi esempi sembrano delineare un percorso. Nelle ville di Plinio il tempo della luce entra a far parte del progetto; nei giardini persiani e islamici l’acqua, il clima e la permanenza serale trasformano il rapporto con lo spazio; il Mahtab Bagh rende esplicita la centralità della luce lunare; il Romanticismo insegna a riconoscere valore estetico all’ombra e all’incertezza; Gertrude Jekyll traduce quella nuova sensibilità in un preciso linguaggio botanico; il cinema del Novecento, infine, mostra come uno stesso giardino possa essere nuovamente interpretato attraverso la notte.
Più che la storia di una tipologia, emerge la storia di una diversa sensibilità. Il giardino notturno non coincide necessariamente con un luogo progettato esclusivamente per essere vissuto dopo il tramonto. È, piuttosto, il risultato di una progressiva attenzione al tempo della percezione, alla luce che cambia, ai riflessi dell’acqua, ai profumi, ai suoni, a tutto ciò che il giorno tende spesso a nascondere.
Forse è proprio questo l’aspetto che la storiografia ha lasciato maggiormente in ombra. Per lungo tempo abbiamo raccontato la storia dei giardini attraverso le forme, gli stili e i programmi iconografici. Molto meno ci siamo interrogati sul modo in cui quei luoghi venivano realmente vissuti nelle diverse ore del giorno e della notte.
L’invenzione del giardino notturno non coincide, probabilmente, con la comparsa di una nuova forma di giardino. Coincide con il momento in cui il progetto smette di terminare al tramonto. Da quel momento la luce lunare, i riflessi dell’acqua, i profumi della sera, le ombre e il tempo diventano materiali della composizione al pari dell’architettura e delle piante. Forse, allora, la notte non è entrata tardi nella storia dei giardini. È entrata tardi nella storia che noi abbiamo scritto sui giardini.
L'autore di questo articolo: Andrea Bruciati
Andrea Bruciati (Corinaldo, 1968), storico dell'arte, critico d'arte e curatore, si è laureato in conservazione dei beni culturali presso l'Università degli studi di Udine con una tesi su Lucio Fontana e Piero Manzoni e da allora ha indirizzato le sue ricerche sull'arte del Novecento e sull'arte contemporanea. Nel 2002 è stato nominato direttore della galleria comunale d'arte contemporanea di Monfalcone[1] e dal 2009 al 2012 è stato ideatore del format On Stage all'interno della rassegna scaligera ArtVerona di cui diviene direttore artistico dal gennaio 2013 al febbraio 2017. Dal marzo 2017 al maggio 2025 è stato alla guida dell'istituto autonomo del Ministero della Cultura "Villæ" (nome che lui stesso ha dato all'ente nel 2018), e che include, tra gli altri siti, Villa Adriana e Villa d'Este a Tivoli. A Tivoli ha organizzato convegni su Leonardo da Vinci, Adriano, Nerone, la natura antiquaria del giardino storico, ha ideato il Villae Film Festival, Extravillae.Per inviare il commento devi
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