Poesiarte
2011, Quinta puntata
1789-94
Gesso, 183 x 87 x 60 cm
Possagno, Gipsoteca
Immagine
L’ultimo intenso sguardo fra due innamorati, quasi consapevoli del loro triste e infelice destino. È proprio questo che il grande Canova rappresenta nel suo “Venere e Adone”: una donna preoccupata dal presentimento di ciò che potrebbe accadere al suo giovane amato; un senso di protezione che si manifesta in una dolcissima e delicata carezza della dea sul volto di Adone.
Lui, con un’espressione dominata da un flebile sorriso, sembra la voglia rassicurare stringendola a sé con un tenero abbraccio. Una scena al di fuori del mito e del divismo, ma appartenente all’amore terreno,
“una favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude”.
La relazione amorosa è una bella favola che dà l’illusione di una piena felicità, ma il dardo tenuto nella mano destra di Adone sarà il simbolo della distruzione di questa illusoria situazione idilliaca. L’io del giovane non ascolta più le parole proferite da Venere, poiché è già proteso a udire le “nuove parole” del bosco circostante, che lo faranno sentire parte integrante della natura che lo accoglierà.
Il grande amore che li accomuna li fa sentire entrambe spiriti silvestri, immedesimati nella natura e nella vegetazione:
“Noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi”. La nudità dei due personaggi, interrotta solo da un leggero drappo, che scivola sulle gambe di Venere, accresce ulteriormente la sintonia dei loro corpi con la natura.
Venere, spogliata del suo essere divino e percepita come semplice creatura umana, subirà il grande dolore della morte che il giovane e amato Adone troverà tra le “nuove parole” sussurrate dal bosco.
Ilaria Baratta