Tornare indietro nel tempo non ci è possibile; si può tuttavia ricreare un evento passato, che è stato particolarmente significativo, sia per riportarlo alla memoria di chi lo ha vissuto sia per cercare di spiegarne la portata a chi non era ancora nato o era troppo piccolo, immedesimandolo in una situazione che pertanto non può aver vissuto. Può però una rievocazione ricreare esattamente quel momento, quella determinata situazione? La domanda nasce spontanea a chi come me, per età anagrafica, non c’era all’inaugurazione della mostra Ladies and Gentlemen a Palazzo dei Diamanti di Ferrara cinquant’anni fa, il 25 ottobre del 1975. Posso solo immaginare come dev’essere stato veder comparire Andy Warhol in persona, uno degli artisti americani più influenti e più famosi dell’epoca, il maggior interprete della Pop Art che aveva già ritratto nel suo stile colorato e inconfondibile, tra gli altri, Marilyn Monroe e Mao Tse-Tung e aveva già trasformato oggetti della quotidianità in vere icone pop, come le lattine di zuppa Campbell, a Palazzo dei Diamanti, squarciando in una sorta d’improvvisato happening i manifesti della mostra che erano stati collocati sulle aperture di passaggio tra le sale espositive. E vederlo fare un grande autografo su un pannello all’ingresso della sede espositiva, accompagnato da due lattine di Campbell’s Soup disegnate estemporaneamente, il tutto documentato con foto, ovviamente.
Ora, quando si entra all’attuale esposizione Ladies and Gentlemen (dal 14 marzo al 19 luglio 2026) con cui Palazzo dei Diamanti ha voluto ricordare e celebrare il cinquantesimo anniversario di quella “mostra esplosiva”, come la definì il curatore di allora, Janus, si è accolti da un video che ripropone quella storica inaugurazione su schermo, dal passaggio nella prima sala espositiva che ricorda il citato squarcio dei manifesti da parte dell’artista, e dal carboncino con l’autografo e disegni della zuppa, ma credo che quella atmosfera, quella “grande euforia nell’aria”, come ha ricordato Franco Farina, l’allora direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna di Palazzo dei Diamanti, sia irreplicabile. Perché non c’è più l’elemento novità: la serie delle drag queen afro e latino americane, riproposta ora in mostra e che nell’esposizione del 1975 rappresentava una svolta nella produzione di Warhol, non è più inedita, pur essendo meno presente nelle mostre dedicate all’artista rispetto alle sue più celebri icone. Veder raffigurati soggetti marginalizzati, appartenenti alle sottoculture urbane della scena underground di Manhattan piuttosto che le celebrità entrate ormai nell’immaginario e nella cultura di tutti e soprattutto rappresentarli nello stesso stile con cui Warhol aveva rappresentato i suoi soggetti più famosi era qualcosa di estremamente innovativo, rivoluzionario nella sua produzione. Un’assoluta novità. E secondariamente perché sono cambiati i tempi: Ferrara era in quegli anni punto di riferimento per l’arte contemporanea, grazie alla volontà e all’impegno del direttore Farina, che nei trent’anni della sua direzione, dal 1963 al 1993, portò in città artisti come Roberto Sebastián Matta, Man Ray, Robert Rauschenberg, Emilio Vedova, oltre a molti critici italiani e internazionali.
L’idea di portare Andy Warhol a Palazzo dei Diamanti venne a Farina dopo la grande esposizione al Musée Galliera di Parigi del 1974 resa possibile dalla gallerista Ileana Sonnabend, dove protagonista fu la serie dedicata a Mao Tse-Tung; vennero quindi coinvolti il critico Janus e il proprietario della galleria torinese Il Fauno, Luciano Anselmino, curatori nel 1972 della mostra ferrarese dedicata a Man Ray, per trasferire la mostra parigina a Ferrara, ma nel corso dei preparativi il progetto cambiò radicalmente, poiché Anselmino, di sua iniziativa, dopo aver visto il film Women in Revolt, prodotto dallo stesso Warhol, uscito nel 1971 e diretto da Paul Morissey che aveva come protagoniste transgender legate alla Factory, ovvero il luogo in cui Andy lavorava a New York (significativamente denominato fabbrica, e non studio), commissionò a Warhol una nuova serie di 105 dipinti più 10 serigrafie dedicata proprio alle drag queen. L’artista accettò solo a patto di coinvolgere non le celebri protagoniste del film, ma drag queen anonime afro e latino americane reclutate al Gilded Grape, un nightclub frequentato dalla comunità queer newyorchese. Al reclutamento seguirono poi le sessioni fotografiche: vennero realizzate oltre cinquecento Polaroid, che servirono successivamente come immagini di riferimento per i dipinti definitivi. Le modelle ricevettero un compenso di cinquanta dollari per posare per i ritratti presso la Factory. Dalle Polaroid, molte delle quali esposte anche nell’attuale mostra ferrarese, si nota da parte delle modelle una certa attenzione per gli abiti e la scelta di pose glamour ed esuberanti, ma l’anonimato era veramente un punto fermo dell’intero progetto: inizialmente le loro identità rimasero sconosciute, ma oggi, grazie a una recente ricerca accurata del 2014 della Andy Warhol Foundation si è arrivati a identificare quasi tutte le quattordici drag queen protagoniste della serie Ladies and Gentlemen (solo una resta tuttora completamente sconosciuta) confrontando le firme apposte sulle Polaroid con altre testimonianze. Una sezione in mostra presenta proprio una selezione di Polaroid, con accanto la ricostruzione dell’identità di ciascuna modella, che ha costituito la base del portfolio di serigrafie (esposte di fronte) in cui Warhol ha esaltato con colori intensi a collage sull’impronta fotografica non solo i look vistosi di ognuna, ma soprattutto la loro individualità e personalità. Vi sono dunque Alphanso Panell, Michele Long, Broadway, Easha McCleary, Iris, Lurdes, Ivette, Helen/Harry Morales, Marsha P. Johnson, Kim, Vicki Peters, Monique, e la più famosa, che Andy Warhol ritrasse in cinquantatré Polaroid e raffigurò in settantatré ritratti dipinti: Wilhelmina Ross, soggetto dei grandi dipinti che s’incontrano nella prima sala dell’esposizione provenienti dalla Fondation Louis Vuitton di Parigi e dall’Andy Warhol Museum di Pittsburgh.
La mostra del 1975 fu un “avvenimento eccezionale”, come scrisse Flavio Caroli sul Corriere della Sera dopo l’inaugurazione, in occasione della quale vennero organizzate anche una conferenza stampa e una tavola rotonda (visibili alla mostra ora in corso in un video) alla presenza dell’artista, dell’amico e collaboratore Bob Colacello, del gallerista Luciano Anselmino, del curatore Janus e del direttore di Palazzo dei Diamanti Franco Farina, da cui emerse dal pubblico una fraintesa lettura politica di denuncia di una condizione di sfruttamento delle drag queen. L’esposizione riscosse un tale successo da valerle la proroga di un mese, fino a gennaio 1976, e un ulteriore tappa nella galleria milanese di Anselmino, quest’ultima introdotta dal testo di Pier Paolo Pasolini, uno degli ultimi scritti che l’intellettuale produsse prima del suo omicidio. Una sezione è dedicata dunque al giudizio di Pasolini sui soggetti di Ladies and Gentlemen: “L’impressione è di essere di fronte a un affresco [sic] ravennate rappresentante figure isocefale, tutte, s’intende, frontali. Iterate al punto da perdere la propria identità e di essere riconoscibili, come i gemelli, dal colore del loro vestito […] Il ‘Diverso’ nel suo ghetto permissivo di New York può trionfare a patto di non uscire da un comportamento che lo renda riconoscibile e tollerabile”. Una critica che denunciava la stereotipizzazione e l’omologazione repressiva in favore della diversità, pur essendo i soggetti ritratti apparentemente liberi di esprimere la propria identità.
L’attuale mostra, curata da Chiara Vorrasi, intende essere sì la rievocazione a distanza di cinquant’anni della mostra del 1975, il “reenactment attraverso la rivisitazione non letterale”, nelle parole della stessa curatrice, ma ciò che emerge con una straordinaria potenza è il modo in cui Warhol ha affrontato il tema del ritratto e dell’autoritratto nel corso della sua produzione. È questo l’elemento che emerge in maniera preponderante attraverso le oltre 150 opere esposte. Dai ritratti delle drag queen che, come si è detto, rappresentano le sottoculture urbane della scena underground di Manhattan, si passa a una sorta di galleria interamente dedicata alla serie di Mao Tse-Tung protagonista della citata mostra parigina del 1974 da cui nacque l’idea di portare l’artista americano a Ferrara: Warhol aveva utilizzato l’immagine ufficiale del presidente cinese per poi reinterpretarla in icona pop con colori accesi, trucco eccentrico ed effetto parodistico, e riproducendola in diversi formati. L’immagine così trasformata aveva perso il suo potere propagandistico per entrare nella cosiddetta celebrity culture.
E poi ci si immerge nell’atmosfera rock dei Rolling Stones con il video del concerto Ladies and Gentlemen del 1974. Warhol realizzò infatti ritratti dell’amico Mick Jagger, partendo anche in questo caso dalle Polaroid che scaturirono da diverse sezioni fotografiche in cui il frontman della band espresse tutto il suo appeal, visibili in mostra insieme al dipinto ad acrilico proveniente dall’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, caratterizzato dai riflessi turchesi delle luci, e insieme alle copertine degli album Love You Live e Emotional Tattoo disegnate da Andy. Ritratti che testimoniano una vera contaminazione tra le arti, tra pittura e musica. Nella stessa sala si trovano anche le Polaroid e i ritratti ad acrilico e inchiostro serigrafico che ritraggono Liza Minnelli, un’altra celebrità vicina all’universo di Warhol, entrambi frequentatori dello Studio 54, la discoteca della mondanità newyorchese.
Il tema del ritratto prosegue inoltre nell’ultima parte espositiva, dedicata proprio alla reinvenzione della ritrattistica operata da Warhol tra gli anni Sessanta e Ottanta. Ne sono esempi la celebre immagine di Marilyn Monroe (qui nelle serigrafie della Collezione Luigi e Peppino Agrati di Intesa Sanpaolo) nata dalla foto pubblicitaria dell’attrice per il film Niagara e trasformata artificialmente attraverso diverse combinazioni di colori e di contrasto con lo sfondo, e ancora di Liza Minnelli, dove Warhol cancella le naturali imperfezioni del volto ed esalta il trucco di occhi e bocca. I ritratti di Robert Mapplethorpe sono invece così illuminati da far sparire le linee del volto, mentre l’immagine di Grace Jones assume un aspetto fortemente virtuale. Ma Andy non reinventa solo i ritratti delle altre persone; reiventa anche il proprio autoritratto, come si vede nella penultima sala: il suo volto diventa campo di sperimentazione. Il suo volto si eclissa, si moltiplica, si mimetizza, si staglia su fondo nero quasi come una presenza spettrale. Trasformando e stravolgendo continuamente la propria immagine, Warhol reinventa persino la propria identità.
Pare infine prevedere l’attuale sovraesposizione mediatica e l’incessante produzione di contenuti video che straripa oggi dai social la frase dell’artista americano con cui si conclude la mostra: “Nel futuro saranno tutti famosi per quindici minuti”, diceva. E così in effetti è stato. Una parete di piccoli schermi che trasmettono spezzoni della trasmissione televisiva Andy Warhol’s Fifteen Minutes, in onda su MTV tra il 1986 e il 1987, dove protagonisti erano le celebrità della musica, dello spettacolo, dell’arte. Warhol aveva già intuito come il ritratto cominciasse ad uscire dalle arti visive per entrare inevitabilmente, e con una velocità irrefrenebile, nei nuovi mezzi comunicativi. Il futuro predetto da Warhol è sui nostri smartphone. Ogni secondo.
L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta
Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.
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