Una grande villa romana di età imperiale, caratterizzata da raffinati mosaici, decorazioni pittoriche e ambienti straordinariamente conservati, è stata riportata alla luce nella tenuta agricola di Castel di Guido, nella campagna romana, appena fuori Roma. La scoperta è il risultato delle indagini archeologiche avviate dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura a seguito della segnalazione di uno scavo abusivo che aveva gravemente compromesso una parte dell’area.
Il ritrovamento rappresenta una delle più importanti novità archeologiche emerse negli ultimi anni nel territorio romano e restituisce nuove informazioni su un settore del suburbio occidentale della città strettamente collegato all’antica proprietà imperiale di Lorium, luogo legato alla figura dell’imperatore Antonino Pio e frequentato anche da Adriano e Marco Aurelio. Le indagini archeologiche sono state dirette da Alessia Contino, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, e hanno consentito di individuare parte di una vasta villa suburbana probabilmente collegata all’antica via Aurelia attraverso un diverticolo secondario. La scoperta sarà presentata al pubblico il 20 giugno 2026 attraverso un open day organizzato dalla Soprintendenza Speciale di Roma, che consentirà ai cittadini di visitare il sito mediante un trekking archeologico guidato. Un’iniziativa che punta a condividere con il territorio i risultati di un intervento nato come operazione di tutela e trasformato rapidamente in una significativa attività di ricerca scientifica.
A sottolineare il valore dell’operazione è stato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli: “In pochi giorni”, ha dichiarato, “i funzionari del Ministero della Cultura, in collaborazione con i Carabinieri, hanno bloccato un intervento clandestino, messo in sicurezza un’area archeologica, portato alla luce i resti di una splendida villa di epoca imperiale nella campagna romana in cui si trovavano le residenze imperiali della dinastia antonina. Un intervento esemplare di tutela e ricerca che esprime il profondo legame tra le Soprintendenze e il territorio, che si conclude con un open day, una apertura dello scavo ai cittadini per restituire loro la storia della città”.
Per la soprintendente speciale di Roma, Daniela Porro, “la scoperta della villa romana a Castel di Guido dimostra non solo l’eccezionale ricchezza archeologica della nostra città anche fuori dal centro storico – insiste Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma – l’efficacia di una tutela fondata sulla cooperazione e sulla prontezza d’intervento. Siamo particolarmente felici di organizzare un open day per restituire ai cittadini un pezzo del loro patrimonio”.
La vicenda che ha portato alla scoperta della villa ha avuto inizio il 16 febbraio, quando la Polizia della Città Metropolitana di Roma Capitale ha segnalato alla Soprintendenza la presenza di scavi non autorizzati in un terreno di proprietà della Regione Lazio. Nel giro di pochi giorni è stata attivata una complessa operazione di salvaguardia. Il 17 febbraio è stato coinvolto il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il giorno successivo è stato effettuato un sopralluogo congiunto e il 23 febbraio sono iniziate le attività di messa in sicurezza dell’area, accompagnate dall’installazione di sistemi di sorveglianza tramite fototrappole. L’attività clandestina aveva già provocato danni significativi. Gli scavatori abusivi avevano intercettato una struttura archeologica di notevole importanza, danneggiandola con profondi scassi effettuati con mezzi meccanici e benne dentate. Ai margini dello scavo erano stati accumulati enormi cumuli di terra derivanti dall’attività illegale, mentre le strutture antiche risultavano esposte al rischio di ulteriori manomissioni. Di fronte a questa situazione, la Soprintendenza ha attivato una procedura in somma urgenza che ha consentito di ampliare lo scavo per finalità di ricerca e documentazione, delimitare e recintare l’area e avviare immediatamente gli interventi necessari alla conservazione delle strutture emerse.
L’attività scientifica ha permesso di portare alla luce una parte significativa della villa. Sono stati individuati l’atrio monumentale d’ingresso, due stanze decorate e ulteriori ambienti di diversa funzione, oltre alla struttura inizialmente intercettata dagli scavatori clandestini e successivamente completamente scavata dagli archeologi.
L’accesso alla residenza avveniva attraverso un ampio ambiente caratterizzato da un sontuoso impluvium centrale. Il bacino, destinato alla raccolta dell’acqua piovana, costituiva il fulcro architettonico dello spazio e si inseriva all’interno di un complesso decorativo di notevole pregio. Il pavimento era infatti ornato da mosaici con fasce a motivi geometrici e vegetali disposte lungo i lati della vasca. Le decorazioni comprendevano tessere nere arricchite da inserti in marmo policromo e una grande soglia con cornice a treccia e motivi a pelta nera su fondo bianco. Le pareti conservano tracce di una raffinata decorazione pittorica. In particolare è emersa una fascia inferiore dipinta in rosso, mentre numerosi frammenti recuperati tra i materiali movimentati dagli scavatori abusivi suggeriscono che la parte superiore delle pareti fosse decorata con riquadri gialli e probabilmente azzurri, arricchiti da figure antropomorfe e motivi vegetali. Si tratta con ogni probabilità di elementi crollati durante le fasi di abbandono dell’edificio in età antica.
Intorno all’atrio si sviluppano quattro stanze. Tre di esse conservano ancora porzioni significative delle pavimentazioni musive originali. Il primo ambiente presenta un mosaico bianco e nero suddiviso in nove riquadri decorati con motivi geometrici. Il secondo è caratterizzato da una composizione a ottagoni neri su fondo bianco, mentre il terzo mostra una decorazione composta da rettangoli neri dai lati concavi e convessi.
Accanto a quest’ultima stanza gli archeologi hanno individuato una vasca rivestita in cocciopesto, il tradizionale materiale impermeabile utilizzato nell’edilizia romana, e un ulteriore ambiente ancora solo parzialmente indagato. Secondo le prime interpretazioni, quest’area potrebbe essere stata destinata ad attività produttive o agricole, suggerendo che la villa integrasse funzioni residenziali e operative.
Tra le scoperte più significative figura una statua frammentaria in marmo bianco rinvenuta all’interno della vasca dell’impluvium. Alta circa ottanta centimetri, rappresenta un uomo adulto barbuto vestito con una corta tunica e dotato di una cinghia che attraversa la spalla. Sul lato sinistro della figura compare un elemento ancora in fase di studio che potrebbe essere collegato al mondo agricolo. Sulla spalla sembra essere rappresentata una gerla contenente due volatili nella parte anteriore e frutti nella parte posteriore.
Il braccio destro appare piegato in avanti e doveva probabilmente sostenere un piccolo animale domestico. Secondo una prima ipotesi avanzata dagli studiosi, la statua potrebbe raffigurare Silvano, antica divinità agreste associata ai boschi, ai campi e alla protezione delle attività rurali. Non si escludono tuttavia altre interpretazioni. Potrebbe trattarsi di un sileno appartenente al corteo dionisiaco, di una figura stagionale o semplicemente di un pastore. Qualunque sia la sua identificazione definitiva, il soggetto risulta perfettamente coerente con il contesto di una villa suburbana inserita in un paesaggio agricolo.
La qualità della statua, dei mosaici e delle decorazioni pittoriche conferma il livello elevato della residenza. Gli studiosi ritengono che i proprietari appartenessero a un ceto molto alto della società romana. Non si esclude che la villa fosse collegata a famiglie aristocratiche strettamente legate alla corte imperiale o addirittura a membri della famiglia imperiale stessa.
L’area in cui è avvenuto il ritrovamento riveste infatti un’importanza particolare. Ci si trova infatti nel territorio dell’antica Lorium, una stazione di posta situata al dodicesimo miglio della via Aurelia e ricordata dalle fonti come sede di una proprietà imperiale. Antonino Pio trascorse qui parte della propria giovinezza, fece costruire una residenza e vi morì. Anche Marco Aurelio frequentò assiduamente questi luoghi. La presenza della corte imperiale contribuì a trasformare il territorio in un’area privilegiata per la costruzione di dimore di prestigio. Nei dintorni sono già note altre importanti residenze, come la villa delle Colonnacce e la villa delle Olivelle, entrambe individuate anch’esse a seguito di segnalazioni relative a scavi clandestini e successivamente indagate dalla Soprintendenza archeologica di Roma.
Secondo Alessia Contino, la tempestività dell’intervento e la segnalazione proveniente dal territorio hanno consentito di individuare una villa imperiale mai documentata in precedenza e di recuperare uno straordinario contesto decorativo, oltre a una scultura in marmo di particolare pregio. La scoperta rappresenta un nuovo tassello per la conoscenza della storia del suburbio romano e apre prospettive di ricerca ancora in gran parte inesplorate.
Dal punto di vista cronologico, gli archeologi ritengono che la villa possa essere stata edificata e decorata a partire dalla prima metà del I secolo dopo Cristo, periodo nel quale si diffondono nelle residenze aristocratiche i ricchi apparati musivi e pittorici documentati nello scavo. È possibile che l’edificio sia stato progressivamente abbandonato nel corso del III secolo d.C., in una fase che coincide con il declino dell’interesse della famiglia imperiale per quest’area. Solo l’analisi approfondita dei reperti recuperati e il proseguimento delle indagini consentiranno di definire con maggiore precisione la cronologia della villa, le eventuali trasformazioni subite nel tempo e i possibili riutilizzi degli ambienti in età tarda.
La scoperta si inserisce inoltre in un contesto territoriale di grande rilevanza storica. Il XIII Municipio di Roma occupa infatti una vasta porzione di paesaggio compresa tra le antiche vie Aurelia e Cornelia e il fiume Arrone, caratterizzata da colline, vallate e una fitta rete di corsi d’acqua. Se l’urbanizzazione degli ultimi decenni ha profondamente modificato parte di questo territorio, le aree esterne al Grande Raccordo Anulare conservano ancora ampi tratti di paesaggio rurale, oggi inclusi nella tenuta di Castel di Guido e nella Riserva Naturale del Litorale Romano.
Proprio in questo scenario si colloca la villa appena scoperta, destinata ad arricchire ulteriormente il quadro delle conoscenze sull’occupazione antica della campagna romana occidentale. Una scoperta che nasce paradossalmente da un episodio di illegalità ma che, grazie all’intervento coordinato delle istituzioni, delle forze dell’ordine e delle segnalazioni provenienti dal territorio, si è trasformata in un’importante occasione di tutela, ricerca e valorizzazione del patrimonio culturale.
Per condividere questi risultati con la cittadinanza, la Soprintendenza Speciale di Roma organizzerà il 20 giugno 2026 due trekking archeologici gratuiti, con partenze alle ore 17 e alle ore 18. Il percorso, della durata di circa un’ora e mezza o due ore, prevede una camminata di circa un chilometro per raggiungere il sito archeologico, osservare da vicino i resti della villa e ammirare i mosaici attualmente in corso di restauro. La partecipazione è gratuita ma subordinata a prenotazione obbligatoria attraverso la piattaforma Eventbrite. Il punto di ritrovo è fissato all’incrocio tra via di Castel di Guido e via Quarto delle Colonne.
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