Una nuova scoperta archeologica nel Marocco nord-occidentale riscrive in parte la conoscenza degli insediamenti preistorici del Nord Africa. Nel sito di Oued Beht, un’équipe internazionale coordinata anche dal CNR – Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (CNR ISPC) ha infatti individuato quello che, sulla base delle evidenze disponibili, è il più antico sistema difensivo finora noto in Nord Africa. Le strutture risalgono a oltre 3.500 anni fa e offrono nuove informazioni sulla storia di uno dei più importanti insediamenti preistorici del Mediterraneo occidentale.
I risultati arrivano al termine della terza campagna di scavo dell’Oued Beht Archaeological Project (OBAP) e sono stati pubblicati sulla rivista Libyan Studies. Alla ricerca hanno partecipato, insieme al CNR ISPC, l’Institut National des Sciences de l’Archéologie et du Patrimoine del Marocco, l’Università di Cambridge e l’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente. Il progetto è diretto da Giulio Lucarini, Youssef Bokbot e Cyprian Broodbank.
Le nuove evidenze contribuiscono a delineare un quadro più complesso dell’antico insediamento di Oued Beht. Le dimensioni del sistema difensivo e la sua configurazione suggeriscono infatti un elevato livello di pianificazione dello spazio e coordinamento del lavoro, elementi che rimandano a una società capace di organizzare in maniera strutturata il proprio ambiente di vita. L’evoluzione dell’abitato sembra inoltre raccontare una precisa strategia di adattamento alle esigenze di protezione. In una fase iniziale il principale nucleo insediativo occupava infatti la zona settentrionale, caratterizzata da un’area più aperta. Successivamente, il centro dell’abitato venne trasferito verso sud, su uno sperone roccioso che offriva condizioni più favorevoli dal punto di vista difensivo.
Il cambiamento della posizione dell’insediamento non appare quindi casuale, ma sembra essere legato alla necessità di sfruttare una conformazione naturale maggiormente protetta. Le strutture individuate dagli archeologi restituiscono così l’immagine di una comunità in grado di intervenire sul territorio e modificarne l’organizzazione sulla base di esigenze strategiche.
La scoperta non riguarda soltanto le modalità con cui Oued Beht veniva difesa. Le nuove informazioni raccolte durante la campagna di scavo permettono infatti di ampliare la riflessione sui rapporti tra l’insediamento e le regioni circostanti. Oued Beht emerge sempre più come un sito centrale per comprendere le dinamiche che interessavano il Mediterraneo occidentale nella preistoria. La sua estensione, la capacità di organizzare lo spazio e ora anche la presenza di un articolato sistema difensivo costituiscono elementi importanti per ricostruire il livello di complessità raggiunto dalle comunità che abitavano quest’area oltre tre millenni e mezzo fa.
La ricerca apre quindi nuove prospettive sul ruolo dell’insediamento e sulle relazioni che poteva intrattenere con altri territori, contribuendo a superare una visione delle società preistoriche nordafricane come realtà semplici e scarsamente organizzate.
L’indagine archeologica è condotta nell’ambito dell’Oued Beht Archaeological Project, realizzato in collaborazione con il Ministero della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione del Marocco e con la comunità locale di Aït Siberne, Khémisset. Il progetto è sostenuto finanziariamente dal CNR, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero dell’Università e della Ricerca, dal McDonald Institute for Archaeological Research e dall’Università di Cambridge.
“Il sito di Oued Beht ha attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale sin dal 2021 quando, su un crinale che domina l’omonimo corso d’acqua nella provincia di Khémisset, è venuto alla luce un insediamento esteso su circa dieci ettari, databile tra la metà del IV e gli inizi del III millennio a.C., dove viveva una fiorente comunità di agricoltori che intratteneva rapporti fin nella penisola iberica”, ha spiegato Giulio Lucarini dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale del CNR e dell’ISMEO.
“Rimanevano da accertare l’epoca di costruzione e la funzione delle strutture difensive che delimitano un’ampia area quadrangolare nel settore meridionale del sito. Al di sotto della muratura visibile, sono stati individuati un ampio fossato e un terrapieno, realizzati tra l’inizio e la metà del II millennio a.C., circa 3.500 – 4.000 anni fa. Si tratta della più antica struttura difensiva finora individuata in Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo: il sistema sbarrava l’estremità meridionale dell’insediamento, sfruttando la conformazione naturale del crinale e rendendone più agevole la difesa. Diciassette nuove datazioni al radiocarbonio hanno permesso di ricostruirne la sequenza costruttiva e di definirne con maggiore precisione la cronologia”, ha aggiunto il co-direttore del progetto e primo autore dello studio. “Le comunità del II millennio a.C. del Maghreb nord-occidentale erano quindi in grado di concepire e realizzare grandi opere, su una scala finora non documentata”.
“Nello stesso periodo, anche al di là del Mediterraneo, nella penisola iberica meridionale, le comunità El Argar si organizzavano in insediamenti fortificati, sviluppavano attività metallurgiche e andavano incontro a forme sempre più complesse di organizzazione sociale”, ha concluso Lucarini. “L’imponente muro in pietra di epoca medievale che sovrasta il terrapieno e la scoperta di un cimitero dello stesso periodo documentano una successiva frequentazione del sito, gettando nuova luce sulla storia delle comunità rurali del Maghreb medievale”.
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