Fino al 22 novembre 2026 il Padiglione dell’Armenia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ospita The Studio, progetto personale dell’artista Zadik Zadikian (Erevan, 1948) che trasforma lo spazio espositivo in un laboratorio creativo permanente. La partecipazione nazionale armena propone infatti un’esperienza in cui il processo di produzione artistica diventa esso stesso opera, mettendo il pubblico a diretto contatto con la nascita, l’evoluzione e la trasformazione delle forme. Il progetto è presentato dalla Repubblica di Armenia con la commissaria Svetlana Sahakyan e la curatela condivisa di Tony Shafrazi e Tina Chakarian. La mostra è ospitata all’interno dell’Arsenale Militare di Venezia, un complesso che per oltre nove secoli ha rappresentato il cuore della potenza navale veneziana e che, per l’occasione, si trasforma in uno spazio dedicato alla riflessione sul fare artistico, sulla materia e sulla continua ridefinizione dell’opera.
Al centro dell’iniziativa vi è la figura di Zadik Zadikian, artista nato a Erevan nel 1948, la cui ricerca attraversa oltre cinquant’anni di attività. Con The Studio l’autore propone una riflessione sul significato dello studio d’artista, sottraendolo alla tradizionale dimensione privata per renderlo un luogo aperto, condiviso e osservabile. Durante l’intero periodo della Biennale, infatti, il pubblico assisterà direttamente alla realizzazione delle opere, seguendo un processo creativo che non si conclude con l’inaugurazione ma prosegue quotidianamente fino alla chiusura della manifestazione.
L’esposizione si sviluppa come uno studio pienamente operativo. All’interno del padiglione, Zadikian e i suoi collaboratori realizzeranno centinaia di elementi in gesso che verranno progressivamente colati, assemblati, smontati e ricomposti. I principali materiali utilizzati saranno mattoni in gesso di differenti dimensioni e pigmentazioni, destinati a formare strutture composite in continua trasformazione. Ogni installazione nasce dall’accostamento e dalla sovrapposizione di singole unità modulari che restano sempre mobili e indipendenti. Questa caratteristica consente una continua ridefinizione dell’opera e rende il cambiamento una componente essenziale del progetto. Nulla viene fissato in maniera definitiva: ogni configurazione può essere modificata, ampliata o reinterpretata nel corso dei mesi, sottolineando il carattere dinamico della creazione artistica.
La scelta del mattone come elemento fondante della ricerca di Zadikian affonda le proprie radici in un episodio risalente alla fine degli anni Settanta. In quel periodo l’artista collaborava con Tony Shafrazi, figura centrale del mercato internazionale dell’arte contemporanea e oggi co-curatore del padiglione. La loro relazione professionale ebbe inizio a Teheran, in occasione della prima mostra personale di Zadikian ospitata nella neonata galleria di Shafrazi, poche settimane prima della caduta dello Shah e dell’inizio delle profonde trasformazioni politiche e sociali che avrebbero interessato l’Iran.
Fu proprio durante quel soggiorno che il giovane artista osservò un gruppo di operai impegnati nella produzione di mattoni d’argilla in un impianto situato a circa trecento chilometri dalla capitale iraniana. Gli uomini impilavano con precisione i manufatti lasciandoli essiccare all’aria aperta. Quella scena colpì profondamente Zadikian, che in seguito avrebbe ricordato di essere rimasto affascinato dalla capacità di creare forme assimilabili a sculture senza avere consapevolezza di star producendo arte.
Da quel momento il mattone è diventato un elemento centrale della sua poetica. La ripetizione del gesto, la serialità della produzione, il rapporto tra lavoro manuale e costruzione collettiva sono temi che hanno accompagnato l’intero percorso dell’artista e che oggi trovano una nuova sintesi nel progetto veneziano. The Studio si colloca inoltre all’interno di una tradizione artistica che dialoga con alcune delle principali esperienze del modernismo e del post-minimalismo. L’utilizzo di moduli ripetuti, l’attenzione alla presenza fisica dell’opera e il rapporto tra forma e spazio richiamano infatti le ricerche di artisti come Richard Serra, Sol LeWitt e Carl Andre. Tuttavia, il progetto non si limita a una riflessione formale, ma estende il discorso alla dimensione sociale e relazionale dell’arte.
Attraverso la visibilità del processo produttivo, Zadikian mette in discussione l’idea dello studio come luogo separato dal pubblico e intende ridefinire la pratica artistica come esperienza condivisa. I visitatori non osservano semplicemente un’opera conclusa, ma diventano testimoni di una trasformazione continua che rende evidente il lavoro, il tempo e le scelte che stanno alla base della creazione. In questo senso, The Studio vuole richiamare anche alcune esperienze legate alla Pop Art e alle celebri factory degli anni Sessanta e Settanta, in particolare quella fondata da Andy Warhol. Se però in quei contesti la produzione artistica assumeva spesso una dimensione spettacolare e mediatica, il progetto di Zadikian si concentra sulla manualità, sulla continuità del lavoro e sulla costruzione lenta delle forme.
Con The Studio, il Padiglione della Repubblica di Armenia propone quindi una riflessione sul fare artistico che supera la distinzione tradizionale tra opera e processo. L’installazione si presenta come un organismo in continua evoluzione, destinato a modificarsi giorno dopo giorno attraverso il lavoro dell’artista e dei suoi assistenti. Il pubblico sarà chiamato a confrontarsi non soltanto con gli oggetti prodotti, ma con il loro stesso divenire.
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