Chi ha inventato le mostre? Lo racconta una rassegna diffusa nella città di Macerata


Dal prossimo 11 luglio 2026 fino al 10 gennaio 2027, la rassegna Expositio Mundi a Macerata analizza l’evoluzione dello spazio espositivo a trecentocinquant’anni dalla prima mostra moderna codificata da Giuseppe Ghezzi. Il percorso unisce documenti d’archivio e interventi di diciannove artisti internazionali.

Dal prossimo 11 luglio 2026 fino al 10 gennaio 2027, la città di Macerata ospiterà il progetto espositivo collettivo intitolato EXPOSITIO MUNDI Lo spazio come medium. La rassegna, curata da Lorenzo Benedetti insieme a Giuliana Pascucci, si svilupperà attraverso un percorso diffuso che interesserà tre importanti sedi cittadine: i Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti. L’iniziativa è promossa e organizzata dal Comune di Macerata, dall’Accademia di Belle Arti di Macerata e dall’Università degli Studi di Macerata tramite la Scuola di Studi Superiori “G. Leopardi”.

L’obiettivo scientifico del progetto è quello di indagare la storia delle mostre e i meccanismi del mostrare, analizzando come l’esposizione si sia evoluta nel tempo quale linguaggio culturale, pratica pubblica e dispositivo civico di relazione. Il fulcro teorico dell’indagine è legato alla figura di Giuseppe Ghezzi, pittore, curatore e letterato vissuto tra il 1634 e il 1721.

Nel 1676, Ghezzi organizzò nel chiostro di San Salvatore in Lauro a Roma una rassegna di dipinti rinascimentali provenienti da collezioni private, inaugurando di fatto il concetto moderno di mostra pubblica intesa come strumento di diffusione culturale e di conoscenza condivisa accessibile alla collettività. A trecentocinquant’anni da quell’evento, il progetto maceratese si interroga sui mutamenti di target, budget e dinamiche democratiche legati all’uscita delle opere d’arte dai palazzi privati, istituendo un parallelo ideale tra l’operato storico di Ghezzi e le successive pratiche curatoriali contemporanee.

Michele Ciacciofera, Pathosformel (2026). Su concessione di Building Gallery
Michele Ciacciofera, Pathosformel (2026). Su concessione di Building Gallery

Il percorso documentario ed espositivo si avvale della presenza di manoscritti originali di Ghezzi, che includono i primi documenti noti relativi all’organizzazione di una mostra, completi di dettagli gestionali, modalità operative e valori assicurativi dell’epoca. Accanto alla documentazione d’archivio e ai dipinti dello stesso Ghezzi, inseriti all’interno di una struttura concepita dall’artista Adelaide Cioni, la rassegna propone opere e interventi di diciannove autori che hanno ridefinito l’esposizione come linguaggio autonomo e pratica critica.

La selezione artistica unisce diverse generazioni e metodologie espressive. Giulio Paolini è presente con l’opera Ipotesi per una mostra, mentre Felix Gonzalez-Torres propone un lavoro basato sulla necessaria interazione con il pubblico. Michele Ciacciofera offre una reinterpretazione della pittura antica, che dialoga con l’installazione al neon di Maurizio Nannucci e con l’esperienza olfattiva sviluppata da Jonathan Monk. La critica alle convenzioni istituzionali e alla figura dell’artista è affidata alla narrazione ironica di Nedko Solakov, a cui si contrappongono la dimensione silenziosa e introspettiva di Laura Paoletti e l’indagine di Fabrizio Cotognini, che trasforma lo spazio espositivo in un teatro della memoria.

Tra gli artisti figurano inoltre Ed Atkins, Joseph Beuys, Catherine Biocca, Paolo Chiasera, Jason Hirata, Oliver Laric, Dimitar Solakov, Veit Stratmann e Agnès Thurnauer, che contribuiscono a trasformare lo spazio urbano in un laboratorio sull’atto di mostrare tramite sculture, installazioni, video e dispositivi site-specific.




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