Che cosa significa oggi organizzare una mostra? E soprattutto, che cosa accade quando la mostra stessa diventa oggetto dell’esposizione? È da queste domande che prende avvio Expositio Mundi. La mostra come medium, esposizione di arte contemporanea a cura di Lorenzo Benedetti e Giuliana Pascucci, in programma dall’11 luglio 2026 al 10 gennaio 2027 a Macerata, con opere e interventi di artisti come Giulio Paolini, Felix Gonzalez-Torres, Maurizio Nannucci, Adelaide Cioni, Oliver Laric, Catherine Biocca e Jonathan Monk. Ospitata nei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, allo Sferisterio e nella Biblioteca Mozzi Borgetti, la mostra indaga la storia dell’esposizione non attraverso una ricostruzione cronologica, ma mettendo in relazione documenti, opere storiche e pratiche contemporanee. Al centro del progetto si trova Giuseppe Ghezzi (Comunanza, 1634 – Roma, 1721), pittore, conoscitore e letterato marchigiano che nel 1676 contribuì a organizzare a Roma una delle prime esposizioni pubbliche di dipinti provenienti da collezioni private. A 350 anni di distanza, la sua esperienza diventa il punto di partenza per interrogarsi sui meccanismi che regolano il mostrare: dalla scelta delle opere alla loro disposizione, dall’architettura al ruolo del pubblico. Expositio Mundi guarda così alla mostra come a un vero medium, capace di costruire significati, orientare lo sguardo e generare relazioni. Gli interventi contemporanei dialogano con la specificità dei luoghi, trasformando Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio, la Biblioteca e persino lo spazio urbano in parti di un unico dispositivo espositivo. A completare il progetto è 3500 cm², ideato da Lorenzo Benedetti, che porta il concetto di mostra fuori dalle istituzioni attraverso poster distribuiti gratuitamente e destinati a circolare nella città. Abbiamo parlato di questa storia e delle sue trasformazioni con Giuliana Pascucci, co-curatrice della mostra insieme a Lorenzo Benedetti, soffermandoci sulla figura di Ghezzi, sul rapporto tra opere e spazio e sulle possibilità della mostra contemporanea come luogo pubblico di conoscenza, confronto e partecipazione. Ecco cosa ci ha raccontato.
NC. Expositio Mundi parte da una domanda apparentemente semplice: chi ha inventato le mostre? Cosa racconta la figura di Giuseppe Ghezzi sull’origine dell’esposizione pubblica e sulla necessità, già nel Seicento, di ripensare il rapporto tra arte e pubblico?
GP. Più che individuare un inventore della mostra, Expositio Mundi parte dalla figura di Giuseppe Ghezzi per mettere a fuoco un passaggio decisivo nella storia dell’esporre. Pittore, conoscitore, accademico e uomo di lettere marchigiano attivo a Roma, dal 1676 Ghezzi partecipa all’organizzazione delle esposizioni di dipinti provenienti dalle collezioni private nel complesso di San Salvatore in Lauro, contribuendo alla definizione di uno dei primi modelli moderni di esposizione pubblica. In una città come Roma nella quale una parte straordinaria del patrimonio artistico era custodita nei palazzi aristocratici, rendere temporaneamente visibili quelle opere a un pubblico più ampio significava sottrarle, sia pure per un tempo limitato, alla dimensione esclusiva del possesso. La distanza che Ghezzi contribuisce a colmare non è soltanto fisica, ma anche sociale e culturale. La sua esperienza dimostra con grande chiarezza che mostrare non equivale semplicemente a collocare delle opere in uno spazio, ma organizzare una visibilità, stabilire relazioni, creare occasioni di confronto. È in questo passaggio che riconosciamo uno dei presupposti fondamentali della mostra moderna.
Perché avete scelto di raccontare la storia delle mostre attraverso una mostra? Quali possibilità offre questo dispositivo per interrogare la natura stessa dell’esposizione come forma di conoscenza e come linguaggio?
La mostra, ideata e curata da Lorenzo Benedetti, mette in luce i meccanismi di un’esposizione nel momento stesso in cui essi agiscono sul visitatore, con gli stessi strumenti. Una mostra non è mai una semplice somma di opere, essa produce significato attraverso accostamenti, distanze, sequenze, architetture, luci, testi. Per questo in Expositio Mundi abbiamo scelto di mettere in relazione documenti seicenteschi, opere moderne e interventi contemporanei, evitando una narrazione cronologica. Il visitatore non è chiamato a un discorso definito, ma a verificare come l’allestimento orienti lo sguardo, costruisca relazioni e produca nuove possibilità.
A 350 anni dalla prima rassegna organizzata da Ghezzi nel chiostro di San Salvatore in Lauro a Roma (1676), quali sono secondo lei i principali cambiamenti che hanno trasformato la mostra da modalità di presentazione delle opere a reale linguaggio culturale?
La progressiva consapevolezza che esporre significa anche interpretare. Già negli appunti di Ghezzi troviamo molti elementi che oggi associamo alla pratica curatoriale: la scelta delle opere, i prestiti, la loro disposizione, le gerarchie visive, le spese e l’attenzione al pubblico. L’allestimento non appare quindi come secondario, ma come sostanziale. Nei secoli successivi questa consapevolezza diventa sempre più esplicita e la mostra si trasforma in uno strumento attraverso il quale costruire letture della storia dell’arte, consolidare o mettere in discussione canoni, proporre nuove narrazioni. Nel Novecento, in particolare, artisti e curatori fanno dello spazio espositivo stesso materia di ricerca. Parallelamente cambia anche il ruolo del pubblico, non più semplice destinatario finale, ma parte attiva del processo attraverso cui l’esposizione acquista significato.
Il progetto mette in dialogo la figura di Ghezzi con artisti contemporanei come Giulio Paolini, Felix Gonzalez-Torres, Maurizio Nannucci, Oliver Laric e Adelaide Cioni. Qual è il filo che permette di accostare esperienze artistiche così lontane nel tempo e così diverse per linguaggio?
Che cosa accade a un’opera quando viene mostrata e quale relazione stabilisce con lo spazio e con chi la guarda? Ecco il punto in comune, la domanda condivisa. Paolini, con Ipotesi per una mostra, mette al centro lo spazio potenziale dell’esposizione e lo sguardo del visitatore; Gonzalez-Torres coinvolge il pubblico nella vita e nella circolazione dell’opera; Nannucci utilizza il linguaggio per trasformare l’architettura e la percezione; Laric lavora sulla riproduzione e sulla diffusione delle immagini; Cioni fa dell’allestimento stesso un atto interpretativo. Esperienze diverse, ma tutte interroganti la relazione tra opera, spazio, visibilità e pubblico. Ed è questo elemento che consente di metterle in dialogo con l’esperienza storica di Ghezzi.
Alcuni interventi, come quello di Felix Gonzalez-Torres, oltrepassano i confini fisici delle sedi e coinvolgono direttamente lo spazio pubblico; altri, come quello di Laura Paoletti nella Biblioteca o di Catherine Biocca nella Galleria dell’Eneide, instaurano un rapporto molto stretto con l’architettura. Quanto è stata determinante la specificità dei luoghi nella scelta e nella disposizione delle opere?
La specificità dei luoghi è determinante, lontani dall’idea dello spazio espositivo come contenitore neutro. Ogni sede possiede una propria memoria, una funzione e una diversa relazione con il pubblico. Alla Biblioteca Mozzi Borgetti, per esempio, Les Survivances di Laura Paoletti entra in rapporto con la temporalità del libro, con la storia del sapere e con un ambiente già profondamente stratificato. Il billboard di Felix Gonzalez-Torres sposta invece questa riflessione nello spazio urbano, dove l’opera può essere incontrata anche da chi non ha scelto di visitare una mostra, rendendo più permeabile il confine tra pubblico museale e cittadinanza. Nella Galleria dell’Eneide, il lavoro di Catherine Biocca interviene sull’architettura non come semplice sfondo, ma come presenza sensibile, quasi come un corpo con cui l’opera entra in relazione.
La mostra si concentra sulle opere e sui dispositivi che ne determinano la visibilità: allestimenti, documenti, architetture, installazioni e interventi site-specific. Come avete costruito il dialogo tra opere e luoghi, e quanto la specificità di ciascuno spazio ha condizionato le scelte curatoriali?
Individuando presenze capaci di rendere percepibile la struttura stessa del mostrare. La collocazione è già un atto critico, un’opera cambia in relazione a ciò che la precede, a ciò che le sta accanto, all’architettura che la contiene e alla memoria del luogo che la accoglie. È significativo che questo problema emerga già dagli appunti di Ghezzi, le discussioni sulla posizione dei dipinti mostrano quanto il luogo assegnato a un’opera fosse percepito come produttore di valore, gerarchie e riconoscimento. A Palazzo Buonaccorsi questa riflessione assume un significato particolare, perché il contemporaneo non è stato pensato come un elemento estraneo sovrapposto al museo, ma come uno strumento capace di attivare nuove letture delle collezioni storiche.
Expositio Mundi si sviluppa in tre luoghi molto diversi, Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti, e coinvolge anche lo spazio urbano. Come cambia l’esperienza della mostra quando è la città stessa a diventare parte del percorso espositivo?
È un sistema di luoghi diversi, un unico percorso nel quale la città stessa si connette con le opere. Passando da una sede all’altra, il visitatore sperimenta modalità differenti di attenzione, memoria e partecipazione. Il billboard di Gonzalez-Torres rende particolarmente evidente questo passaggio, trasformando letteralmente lo spazio urbano in un’estensione dell’esposizione. Anche Nannucci, nello Sferisterio, lavora su un luogo di attraversamento, dove le parole luminose vengono percepite da persone che entrano, escono, si incontrano. In questo modo anche il tragitto diventa parte dell’esperienza della mostra.
In che modo Macerata ha influenzato la concezione della mostra e cosa può raccontare la città, attraverso il progetto, sul proprio rapporto con il patrimonio e il pubblico?
La struttura culturale di Macerata ha contribuito in modo sostanziale a determinarne la forma. Palazzo Buonaccorsi, la Biblioteca Mozzi Borgetti e lo Sferisterio sono istituzioni profondamente diverse, ma tutte strettamente legate alla dimensione pubblica della cultura e alla memoria cittadina. A Palazzo Buonaccorsi, in particolare, Expositio Mundi prosegue una riflessione che conduciamo da tempo sulle possibilità di mettere in relazione le collezioni storiche con la contemporaneità. Un museo deve essere pensato come un organismo mobile nel quale il passato incontra il presente. Il patrimonio conserva naturalmente la propria storia e la propria identità, ma continuando a generare interrogativi e nuove possibilità di lettura verso linguaggi, sensibilità e pubblici differenti.
Il progetto 3500 cm² porta la mostra fuori dai suoi luoghi istituzionali attraverso poster distribuiti gratuitamente e pensati per essere affissi e condivisi. Che cosa accade quindi all’opera e al concetto stesso di mostra quando il dispositivo espositivo diventa mobile, accessibile e potenzialmente presente nello spazio quotidiano?
Con 3500 cm², progetto ideato e curato da Lorenzo Benedetti, viene meno l’identificazione tra mostra e luogo fisico. I manifesti diventano dispositivi espositivi a disposizione gratuita del pubblico per essere portati via, affissi in una casa, in una scuola o in un luogo di lavoro, disseminando così la mostra altrove. Cambia anche lo statuto dell’opera, la riproducibilità amplifica la sua capacità di relazione, di tempo e spazio. Ogni manifesto diventa così, potenzialmente, l’origine di un nuovo spazio espositivo.
Uno degli interrogativi al centro del progetto riguarda la possibilità che una mostra possa diventare uno spazio democratico. Secondo lei, quale dovrebbe essere oggi il ruolo di una mostra? Presentare opere, produrre conoscenza, costruire una relazione con il pubblico o mettere in discussione i modi stessi attraverso cui guardiamo e interpretiamo l’arte?
Queste funzioni non possano essere separate. Una mostra deve presentare e tutelare correttamente le opere, ma deve anche produrre conoscenza, costruire relazioni e offrire al pubblico strumenti critici. Definirla democratica non significa soltanto renderla fisicamente accessibile, ma creare le condizioni affinché persone con esperienze e competenze diverse possano stabilire un rapporto significativo con ciò che vedono. Il compito di una mostra non dovrebbe essere semplicemente quello di indicare che cosa guardare, imponendo una lettura univoca, ma anche quello di interrogare i modi attraverso cui guardiamo e interpretiamo le opere. È in questa possibilità di confronto informato, consapevole e plurale che l’esposizione può diventare realmente uno spazio pubblico di conoscenza. Da questo punto di vista l’esperienza di Ghezzi, a tre secoli e mezzo di distanza, conserva una sorprendente attualità.
L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia
Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte
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