Per Marta Roberti il disegno non è soltanto uno strumento per rappresentare il mondo, ma un modo per attraversarlo e trasformarsi. Le sue opere nascono da un rapporto profondo con le immagini della storia dell’arte, con le forme arcaiche, il mondo animale e la memoria, in un continuo dialogo tra passato e presente. Al centro della sua ricerca c’è il corpo, quasi sempre il proprio, utilizzato come strumento per incarnare figure, miti e identità diverse. Attraverso l’autoritratto, Roberti diventa così Minotaura, Centaura, dea, animale, mettendo in discussione l’idea stessa di identità. Anche la tecnica, basata sull’uso della carta carbone e di pastelli a olio metallici, contribuisce a rendere il disegno un processo di lenta emersione dell’immagine. I suoi lavori nascono inoltre in rapporto con i luoghi per cui sono pensati, che diventano parte integrante del processo creativo. In questa intervista con Gabriele Landi, l’artista racconta la propria formazione, il rapporto con gli animali e con l’arte antica, la metamorfosi come pratica artistica e la sua particolare concezione del tempo, inteso come uno spazio in cui immagini lontane possono riaffiorare nel presente.
Marta Roberti vive e lavora a Roma. Dopo essersi laureata in Filosofia, ha conseguito il diploma in Cinema e Video presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Il disegno è il suo medium principale, che estende attraverso installazioni e videoanimazioni per esplorare la trasformazione, l’ibridazione e le relazioni tra esseri umani, animali e piante. Radicato nella mitologia, nell’antropologia e nelle filosofie del divenire, il suo lavoro mette in discussione le gerarchie antropocentriche e crea dialoghi tra immaginari orientali e occidentali. Nel 2020 ha ricevuto il contributo Cantica21, promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nel 2026 ha vinto il Primo Premio del Prix Carta Bianca. Le sue opere sono presenti nelle collezioni di istituzioni pubbliche, tra cui l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e l’EMST – National Museum of Contemporary Art di Atene.
Tra le sue principali collaborazioni figura Ancestors of a Time to Come, una monumentale installazione di arazzi ricamati realizzata per la sfilata Dior Haute Couture Autunno/Inverno 2023 al Musée Rodin di Parigi. L’installazione fa parte della Dior Heritage Collection. Le sue mostre personali includono Due mondi e io vengo dall’altro presso z2o Sara Zanin, Roma (2025); Giungla a palazzo presso Palazzo Boncompagni, Bologna (2025); Rivelazioni presso Museo Sant’Orsola, Firenze (2024); When it was now presso l’Istituto Italiano di Cultura, Città del Messico (2023); In metamorfosi presso z2o Sara Zanin, Roma (2021); There is an Elephant in the Room presso la Fondazione Pastificio Cerere, Roma (2020); e Scarabocchio (Becoming_abject) presso il Kuandu Museum of Fine Arts, Taipei (2014). Il suo lavoro è stato presentato in importanti musei e istituzioni internazionali, tra cui MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, EMST – National Museum of Contemporary Art di Atene, Anahuacalli Museum di Città del Messico, MAN di Nuoro, la China Academy of Art di Hangzhou, Palazzo Collicola di Spoleto, Palazzo Strozzi di Firenze e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
GL. Cominciamo dal principio: spesso ci sono degli episodi che risalgono all’infanzia e che a posteriori riconosciamo come fondanti o come i primi sintomi di un modo di stare nel mondo che rivela una certa propensione all’arte, è stato così anche per te?
MR. Mio padre è un pittore paesaggista e, fin da bambina, io e mia sorella siamo state molto incoraggiate a disegnare. Sono cresciuta in una casa circondata dai boschi, dai fiori e dalle piante che mia madre coltivava con passione nel suo giardino, componendolo, quasi come un dipinto. Immaginava accostamenti di colori e forme quando le piante erano ancora soltanto semi sotto terra. Credo che questa capacità di vedere le immagini prima che si manifestassero abbia influenzato profondamente il mio modo di guardare il mondo. Disegnavo continuamente. Ritraevo mia madre nelle sue faccende domestiche, inventavo figure, copiavo i personaggi dei fumetti che amavo e disegnavo le piante del giardino e i membri della mia famiglia. Allo stesso tempo, ero molto consapevole dei limiti delle mie capacità. Guardavo i disegni di mia sorella, di mia cugina o di alcune compagne di classe e mi sembrava che riuscissero a creare immagini più belle con una naturalezza che non avevo. Io invece avevo la sensazione di dovermi impegnare molto per ottenere risultati simili. Il desiderio di riuscire a fare immagini che sentissi all’altezza di quelle che ammiravo negli altri è stato da subito uno dei motori più forti della mia pratica. Fin da allora il disegno è per me un modo di osservare il mondo e di entrare in relazione con ciò che mi circonda.
Vorrei chiederti un approfondimento a partire da questo punto: “Credo che questa capacità di vedere le immagini prima che si manifestassero abbia influenzato profondamente il mio modo di guardare il mondo”.
È come se mia madre, osservando il suo giardino spoglio d’inverno, riuscisse a vedere qualcosa che è ancora soltanto in potenza nella terra. Sa riconoscervi possibilità che ancora non sono visibili: intuisce le forme e i colori di piante viste altrove e immagina come potrebbero trovare posto proprio lì. Non impone un’immagine alla terra, ma ne intuisce le direzioni possibili e le accompagna fino a renderle reali. In un certo senso, il mio rapporto con il foglio nasce dalla stessa esperienza. Dentro di me convivono molte immagini e diverse tradizioni pittoriche. Quando mi pongo davanti a un foglio, l’opera mi è già apparsa come una visione interiore. A volte emerge come se fosse un pesciolino che salta improvviso fuori dall’acqua, e quel pesciolino condensa in sé varie tradizioni e immagini che ho osservato e studiato. Quell’immagine sale alla coscienza come un piccolo miracolo. Talvolta è ben definita, talvolta ne prevedo soltanto un nucleo. Tuttavia quella visione rimane aperta all’imprevisto, perché il caso, la materia e il gesto trasformano continuamente ciò che avevo immaginato, e c’è sempre qualcosa dell’opera che si rivela soltanto nel suo farsi.
Questa tua risposta mi fa venire in mente un’affermazione di Dürer: “Un buon pittore, dentro, è pieno di figure”. In questo tuo modo di procedere c’è qualcosa di sciamanico?
Non conoscevo questa frase di Dürer, ma è un’affermazione in cui mi riconosco profondamente. Mi sento popolata di immagini: mi nutro di immagini, ho bisogno di immagini. Mi riferisco soprattutto a quelle della storia dell’arte e, in particolare, a quelle più arcaiche: la preistoria, l’età del Bronzo, gli Etruschi, i Greci e i Romani, ma anche gli Aztechi e i Maya. Cerco queste immagini visitando i musei archeologici di ogni città o paese in cui mi capita di passare e colleziono libri dedicati all’arte antica, all’arte precolombiana, etrusca e mesopotamica. Ogni giorno trovo in queste immagini un nutrimento. Forse i primi artisti erano anche sciamani: i primi uomini e le prime donne che hanno tracciato immagini di animali e che, attraverso quelle immagini, hanno contribuito a renderci umani. È un’ipotesi che mi affascina, perché quelle figure sembrano nascere da una necessità profonda, da un rapporto con il mondo che precede ogni distinzione tra arte, rito e conoscenza. Io, però, non mi sento una sciamana. Sarebbe bello poter dire di avere la capacità di curare qualcuno attraverso le mie opere: questa è una delle funzioni attribuite allo sciamano. Mi è capitato, però, che una collezionista mi raccontasse di quanto vivere ogni giorno accanto ai miei disegni le trasmettesse un senso di benessere e di quiete. Se questo accade, ne sono profondamente felice. L’arte è certamente un’attività di trasformazione interiore per chi la pratica. Se questa trasformazione può avvenire anche in chi incontra le opere di altri, credo che dipenda dal fatto che ogni opera trattiene qualcosa dell’intensità, dell’attenzione e dell’energia con cui è stata generata. In questo senso, un’opera continua ad agire ben oltre il momento della sua realizzazione.
Questo tuo interesse per il mondo animale come nasce?
Credo che il mio interesse per il mondo animale nasca dal desiderio di entrare in contatto con una dimensione della vita che precede le separazioni e le categorie attraverso cui normalmente definiamo il mondo. Non guardo l’animale come un simbolo o come qualcosa di esterno all’umano, ma come una presenza che ci mette in relazione con una forma più profonda e impersonale della vita. In questo senso mi sento molto vicina all’idea dell’“It” di Clarice Lispector: quella dimensione neutra e originaria dell’esistenza che precede la distinzione tra io e altro, tra umano e non umano. L’incontro con l’animale diventa allora un incontro con qualcosa che ci supera, con una vita che non appartiene a un singolo individuo, ma che attraversa tutte le forme viventi. Mi interessa anche il concetto di metamorfosi che descrive bene il filosofo Emanuele Coccia: l’idea che la vita non sia una successione di specie separate, ma una continua trasformazione della materia vivente. Ogni essere porta in sé una storia di forme precedenti, una memoria profonda di altre vite. L’umano non è un’entità isolata, ma una delle molte configurazioni attraverso cui la vita si manifesta. Forse il mio rapporto con gli animali nasce proprio da questa percezione: dal sentire che nell’animale non incontriamo semplicemente un “altro”, ma qualcosa di familiare e allo stesso tempo misterioso, una parte antichissima della vita che continua a manifestarsi attraverso forme diverse. L’animale; così come l’animale umano è una soglia, un luogo di passaggio e di trasformazione, dove l’identità si apre e diventa metamorfosi. In questo senso sento un legame profondo con il modo in cui nasce un’immagine nel mio lavoro: non come qualcosa che viene semplicemente inventato, ma come qualcosa che emerge da una dimensione più profonda, da una memoria di forme che precede la coscienza individuale.
La presenza umana nei tuoi lavori è sempre femminile: come mai?
Non soltanto è femminile: sono tutti autoritratti. Le mie prime opere erano video in stop motion e avevo bisogno di un modello per studiare i movimenti del corpo e le espressioni del volto. La persona più accessibile ero io. Così ho iniziato a fotografarmi e a usare il mio corpo come riferimento. Da allora questa pratica non mi ha più abbandonata. Con il tempo, però, ha assunto un significato diverso. Disegno un corpo femminile semplicemente perché è il corpo che conosco dall’interno, quello attraverso cui faccio esperienza del mondo. È il mio primo strumento di conoscenza. L’autoritratto è diventato un modo per abitare altre identità. Nella serie dedicata alle creature mitologiche della Divina Commedia, da cui è nato il mio interesse per la mitologia e l’archeologia, mi sono identificata con figure come il Minotauro, trasformandolo in una Minotaura, il Centauro, diventato una Centaura, e Lucifero divenuto Lucifera e altri esseri ibridi. Lo stesso è accaduto nella serie dedicata alle dee di antiche civiltà. Prima di realizzare ogni disegno c’è sempre una fase performativa. Nel mio studio assumo la postura delle figure che sto studiando, cerco di comprenderne il peso, l’equilibrio e la tensione del corpo. Mi fotografo con degli autoscatti e utilizzo quelle immagini come punto di partenza per il disegno. Ho bisogno di passare attraverso il mio corpo per comprendere quello dell’altro. È un modo di incarnare l’immagine prima ancora di disegnarla. L’autoritratto non serve ad affermare un’identità stabile, ma a mostrarne la continua trasformazione. Il mio corpo diventa uno spazio di passaggio, un luogo in cui immagini, miti, animali e figure archetipiche possono incarnarsi e prendere forma. Per questo, pur essendo autoritratti, spero che chi guarda possa riconoscervi qualcosa di sé. Il mio volto non è il soggetto dell’opera: è il tramite attraverso cui altre presenze diventano visibili. In fondo, l’autoritratto, per come lo intendo io, non è un’affermazione dell’identità, ma il luogo in cui l’identità si mette in discussione e si apre alla metamorfosi.
Mi piacerebbe chiederti di entrare più a fondo in questa idea di metamorfosi che mi sembra sia un aspetto centrale del tuo lavoro.
Per me disegnare significa attraversare delle soglie. Ogni lavoro mi chiede il permesso di oltrepassarne una, di entrare in un territorio che fino a quel momento non avevo ancora abitato. Ricordo, ad esempio, la prima volta in cui ho rappresentato scene esplicitamente sessuali in uno dei miei primi video. Non è stato semplicemente affrontare un nuovo soggetto, ma superare un limite interiore, concedermi la libertà di rappresentare qualcosa che fino a quel momento non avevo osato guardare. Lo stesso è accaduto quando ho iniziato a lavorare sulle creature della metamorfosi nella Divina Commedia. La prima volta che mi sono rappresentata con la testa di un toro, diventando una Minotaura, o quando ho assunto il corpo di una Centaura, ho avuto la sensazione di attraversare un’altra soglia. Non stavo soltanto inventando una figura fantastica: stavo mettendo in discussione la mia stessa idea di identità. Ogni passaggio di questo tipo modifica anche me. Per questo considero il disegno una pratica di trasformazione. Ogni opera mi porta in un luogo che prima non conoscevo e, una volta attraversata quella soglia, non posso più tornare esattamente quella di prima.
Quando allestisci una mostra come procedi? Sulla base di quali nessi accosti i lavori fa loro?
Questa domanda mi piace molto perché mi permette di esprimere un aspetto del mio lavoro che forse non è sempre facile cogliere. I miei disegni possono essere visti in una galleria o in una fiera come opere autonome, ma in realtà nascono quasi sempre all’interno di un progetto espositivo. In questo senso li considero opere site-specific: è il luogo stesso a suggerirne la nascita. Ci sono spazi che hanno avuto un ruolo decisivo nel mio lavoro. Penso, ad esempio, alla chiesa di Sant’Orsola a Firenze o alla chiesa di CARME a Brescia. Sono luoghi che hanno acceso la mia immaginazione in un modo che uno spazio neutro, come il white cube di una galleria, difficilmente potrebbe fare. Alcuni luoghi possiedono una memoria, una stratificazione di vite e di immagini che diventa parte del processo creativo. Nel caso di Sant’Orsola, sapendo che era stata per secoli un monastero, ho immaginato che le monache mi avessero chiamata come pittrice del loro tempo per affrescare quella chiesa. È stato un gioco di immaginazione, ma anche un modo per instaurare un dialogo con la storia del luogo. Da quella fantasia è nata un’intera serie di disegni pensati esclusivamente per quello spazio: sante e santi, sempre costruiti attraverso l’autoritratto, che vivevano in una relazione profonda con gli animali. Erano figure nude, vulnerabili, immerse in una dimensione di metamorfosi e di continuità tra l’umano e il vivente. Sentivo che solo quella chiesa poteva accoglierle. Quando allestisco una mostra, quindi, non penso mai a una semplice disposizione di opere. Cerco piuttosto di ascoltare il luogo, di comprenderne il ritmo, la luce, la memoria, e di costruire un dialogo tra lo spazio e le immagini. Le opere entrano in relazione tra loro, ma prima ancora entrano in relazione con l’architettura che le ospita. Ogni mostra diventa così un organismo unico, che non potrebbe esistere allo stesso modo altrove. Per questo considero l’esposizione parte integrante del processo creativo. Non arriva alla fine del lavoro: ne è l’origine. Le opere non vengono semplicemente collocate in uno spazio, ma nascono perché quello spazio, con la sua storia e la sua presenza, le ha chiamate a esistere.
Come lavori dal punto di vista tecnico?
Ho sviluppato una tecnica personale a partire dalla tradizionale carta carbone. Realizzo le mie carte carbone stendendo strati di pastello a olio su fogli di carta lucida, creando una superficie sottile di pigmento che attraverso i segni che compongo sul retro del foglio si trasferisce per pressione su un secondo foglio, quello di carta che diventerà la superficie in cui realizzare la mia opera. Lavoro senza vedere immediatamente il risultato: l’immagine si forma lentamente, in modo speculare rispetto al disegno tracciato sul foglio superiore, e si rivela solo progressivamente. Questo rende il processo un continuo dialogo tra intenzione e imprevisto, controllo e sorpresa. Utilizzo quasi esclusivamente pastelli ad olio con colori metallici come diverse tonalità dell’oro, del rame e dell’alluminio, che, trasferiti sulla carta nera, reagiscono alla luce rendendo la superficie cangiante e mutevole. Ciò che mi interessa non è soltanto l’immagine finale, ma il suo lento processo di emersione. Il disegno affiora attraverso una successione di piccoli segni. La carta carbone diventa così non un semplice strumento di riproduzione, ma un dispositivo che mi permette di esplorare il gesto, la materia e il caso, lasciando che l’opera emerga dall’incontro tra ciò che prevedo e ciò che accade durante il fare. Il risultato finale produce una qualità cromatica che spesso ricorda quella degli affreschi antichi. Questo accade perché il colore non viene mai depositato in modo uniforme: utilizzo più volte la stessa carta carbone, che, avendo già rilasciato parte del pigmento nei passaggi precedenti, trasferisce sulla superficie quantità di colore sempre diverse. Ogni utilizzo conserva inoltre la memoria dei segni precedenti, che rimangono incisi sulla carta e riaffiorano nelle impressioni successive. È proprio questa stratificazione a generare profondità, texture e una superficie vibrante, in cui il tempo del fare rimane visibile. Mi interessa che il disegno non appaia come un’immagine appena prodotta, ma come qualcosa che sembra essere emerso lentamente, quasi fosse già esistito e il tempo ne avesse lasciato traccia.
Ho notato che i tuoi lavori sono costituiti da una serie di fogli incollati fra loro: come mai?
I miei disegni sono quasi sempre composti da più fogli incollati tra loro. Questo nasce innanzitutto da un’esigenza pratica: preferisco lavorare su fogli di dimensioni più contenute, anche quando il disegno finale è molto grande. Mi permette di mantenere una maggiore libertà e precisione nel gesto. Ma la ragione più profonda è un’altra. Non considero mai il foglio come un formato chiuso, un limite entro cui l’immagine deve necessariamente stare. Per me ogni foglio è un nucleo iniziale da cui il disegno può continuare a espandersi. Se, mentre lavoro, sento che l’immagine ha bisogno di altro spazio, aggiungo un nuovo foglio. La composizione cresce insieme al pensiero. Per questo i miei lavori rimangono a lungo aperti. Finché sono nel mio studio, possono sempre essere modificati: aggiungo carta, ritaglio parti, le sposto, le ricompongo l’insieme. È un processo molto vicino al collage, anche se il risultato finale spesso non lascia intuire tutte queste trasformazioni. Mi interessa che il disegno conservi questa possibilità di diventare altro. Anche quando sembra concluso, continua a portare dentro di sé la memoria delle sue trasformazioni. In fondo, anche questa è una forma di metamorfosi: l’opera non nasce da un formato prestabilito, ma cresce seguendo una necessità interna, come un organismo che continua a svilupparsi finché trova il proprio equilibrio.
Lavori su più disegni simultaneamente o preferisci concentrare la tua attenzione su un singolo lavoro alla volta?
Quando sto realizzando un disegno che mi piace già immagino il successivo, comincio a studiarlo ed è spesso una prosecuzione del precedente. Mi piace lavorare per serie.
Qual è la tua idea di spazio e tempo?
La mia idea di tempo è lontana da quella di una successione lineare di eventi. Mi sento vicina ad Aby Warburg e alla lettura che ne offre Georges Didi-Huberman, secondo cui le immagini sopravvivono, ritornano, riaffiorano in diverse epoche. Attraversano i secoli come correnti sotterranee e, in un determinato momento, trovano una nuova forma in un altro presente. Questa idea di ritornanza delle immagini si lega anche alla mia concezione del tempo, che sento vicina al pensiero di Henri Bergson e alla sua immagine del cono della memoria. Per Bergson il passato non è separato dal presente, ma una dimensione viva che continua a esistere dentro di noi. L’immagine del cono rappresenta questa compresenza: alla base più ampia si trova la totalità della memoria, l’insieme delle esperienze, delle immagini e delle percezioni accumulate durante tutta l’esistenza; il vertice coincide invece con il presente, il punto in cui la memoria si contrae e viene selezionata in funzione dell’azione. La vita quotidiana, con le sue necessità pratiche, la velocità e il bisogno di reagire continuamente al mondo, ci porta spesso a vivere sulla punta del cono. Siamo concentrati sul presente immediato, su ciò che deve essere fatto, e una parte molto ampia della nostra memoria rimane sullo sfondo, come una riserva silenziosa. Al contrario, in momenti di sospensione, di contemplazione o di meditazione, possiamo allargare la nostra percezione e avvicinarci alla parte più ampia del cono: uno spazio in cui le immagini, le memorie e le associazioni possono emergere liberamente, senza essere immediatamente subordinate all’utilità o all’azione. Ho sentito parlare di persone, quando vivevo in Asia, che con la pratica della meditazione continuativa riuscivano addirittura a ricordare vite precedenti! È forse questo lo stato che ricerco attraverso la pratica del disegno che diventa così un esercizio di dilatazione del tempo. Non sono più soltanto nel presente immediato, ma entro in contatto con una profondità temporale in cui passato e presente convivono. Il gesto del disegno permette alla punta del cono di aprirsi nuovamente verso la sua base più vasta. È in questo spazio dilatato che sento emergere le immagini. Non come invenzioni completamente nuove, ma come forme che appartengono a una memoria più ampia e che, attraverso il mio gesto, trovano una nuova incarnazione. Nel tempo lento del disegnare, l’attenzione si apre e permette a immagini lontane, archetipiche e dimenticate di riaffiorare. Mi è capitato una volta di aver realizzato un’immagine che è nata dalla mia immaginazione e che poi ho trovato in un libro di arte egiziana antica: una donna sdraiata di fronte ad un coccodrillo. Mi capita spesso di ispirarmi ad immagini che vedo nei cataloghi di arte antica, e quindi le rielaboro, le trasformo e ricreo differenti, pur mantenendone una sorta di anima. Ma quella volta quasi non potevo credere che migliaia di anni fa qualcuno aveva immaginato quella stessa postura e situazione e io l’avessi realizzata molto simile pur non avendola vista. È stata una bellissima sensazione, una conferma della vicinanza interiore che sento per quelle pitture murali.
L'autore di questo articolo: Gabriele Landi
Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.Per inviare il commento devi
accedere
o
registrarti.
Non preoccuparti, il tuo commento sarà salvato e ripristinato dopo
l’accesso.