Donald de Decker (ddd) è un artista visivo e graphic designer originario di Bruxelles. Al centro della sua ricerca si colloca il progetto Acousma, nato dall’incontro con la musica acusmatica e progressivamente trasformatosi in un’indagine sul concetto di “riproducibilità modulanti”, un sistema aperto in cui le forme si evolvono senza un originale assoluto. Le sue opere, realizzate digitalmente e distribuite anche attraverso gli NFT, esplorano il rapporto tra variazione, autenticità e spazio, interrogando il modo in cui un’immagine può essere percepita quasi come un’esperienza sonora.
In questa intervista, Donald de Decker racconta la genesi del progetto, il passaggio dalle composizioni digitali alle future installazioni fisiche, il ruolo del bianco e nero nella sua ricerca e la sua riflessione sul valore dell’opera nell’era della riproducibilità digitale. Un percorso che unisce rigore teorico e sperimentazione visiva, senza ricorrere all’intelligenza artificiale come strumento creativo. De Decker lavora come graphic designer freelance, collaborando con clienti in ambito culturale, privato e istituzionale. Il suo background spazia dalle arti (letteratura, cinema, musica, danza, fotografia) al design (tessile, grafica, architettura), e ha esperienze nel settore degli eventi, nella pubblicità e persino nel comparto sanitario.
GL. Donald, come è nato il tuo progetto e perché?
DDD. Il progetto Acousma si inserisce nel percorso di sviluppo artistico che mi ha portato a crescere professionalmente. Ho avuto una formazione nelle arti visive, plastiche e spaziali, orientata verso la grafica, e da oltre quindici anni svolgo la professione di graphic designer freelance. Parallelamente a questa attività, mi è sempre sembrato fondamentale mantenere un filone di ricerca più sperimentale e personale. Per lungo tempo, questo filone è rimasto discreto e frammentario, e si è manifestato in prove, intuizioni o tentativi rimasti incompiuti. Tra questi esperimenti, una linea di ricerca risalente ai miei studi all’ERG (Scuola di Ricerca Grafica) si è gradualmente rivelata particolarmente fertile. A mio avviso, questo esercizio, legato alla musica acusmatica, affrontava sia questioni formali sia una riflessione più teorica sulla composizione. Il rapporto con la musica acusmatica ha quindi giocato un ruolo determinante nella genesi del progetto. Ha rappresentato un punto di partenza, uno stimolo che mi ha permesso di orientare e strutturare le mie intuizioni iniziali. Nel tempo, questa ricerca si è evoluta nel progetto Acousma, il cui nucleo non risiede unicamente in questo riferimento musicale, ma nel concetto di “riproducibilità modulanti”, che ora struttura l’intero corpus di opere.
Cos’è la musica acusmatica e come interagisce con la tua arte?
La musica acusmatica è un genere musicale reso possibile dalle tecniche elettroacustiche. I suoni vengono registrati, trasformati e composti in studio, quindi diffusi nello spazio tramite dispositivi di spazializzazione (Acousmonium). Originariamente concepita per l’ascolto dissociato da qualsiasi sorgente sonora visibile, mira a favorire un’attenzione più acuta e a incoraggiare la costruzione di immagini mentali nell’ascoltatore. Nel mio lavoro, questa relazione è invertita: oggi non si tratta più di produrre immagini a partire dal suono, ma piuttosto di suggerire una forma di ascolto attraverso una composizione. Tutto questo diventa perciò un supporto per la proiezione percettiva, e invita lo spettatore a interrogarsi sulla propria capacità di “ascoltare” un’immagine, di percepire una sonorità al suo interno. Un processo di ricerca visiva, attraverso il lavoro sulla linea, mira a far emergere una sensazione di vibrazione all’interno delle composizioni, contribuendo a stimolare questo tipo di percezione. Questo approccio, pertanto, non rientra strettamente nella pratica musicale, ma piuttosto in una trasposizione e interpretazione dei principi acusmatici nel campo delle arti visive.
Puoi spiegare il concetto di “riproducibilità modulanti”?
Le forme sono concepite come strutture trasformabili, matrici in evoluzione, capaci di generare una molteplicità di stati, senza che nessuna di queste manifestazioni sia considerata originale o derivata. Questa logica di modulazione si basa su un insieme di operazioni (ritaglio, ridimensionamento, distorsione, deformazione, addizione o fusione) che, singolarmente o in combinazione, permettono l’emergere di nuove composizioni a partire da una o più matrici iniziali. Si inserisce in una dinamica di esplorazione sistematica, in cui la moltiplicazione delle variazioni produce composizioni, modificandone costantemente lo stato. Richiama inoltre alcuni principi della musica acusmatica, dove i suoni vengono composti, fissati su un supporto e poi ridistribuiti nello spazio secondo diverse configurazioni. Questa modalità di diffusione non mira unicamente a riprodurre l’opera, ma a offrirne un’interpretazione. La spazializzazione del suono le conferisce quindi una rinnovata dimensione percettiva. Attraverso questi processi, Acousma mette in discussione la tensione tra riproducibilità e singolarità, proponendo forme capaci di modulazione pur mantenendo una distinta identità, all’interno di un sistema generativo aperto. Queste ricerche contribuiscono a un’estetica della variazione spinta al suo limite estremo, dove le forme, sottoposte a questi processi di riconfigurazione, tendono a stati di densificazione o riduzione, potenzialmente conducendo a composizioni che raggiungono soglie estreme, tra saturazione e cancellazione. L’obiettivo è quindi quello di esplorare le condizioni in cui questo sistema può evolversi fino a testarne i limiti.
Finora abbiamo visto progetti creati digitalmente. Come intendi sviluppare il tuo lavoro?
Il progetto si è inizialmente sviluppato in un ambiente digitale, che offre uno spazio privilegiato per la sperimentazione e la diffusione. Le opere digitali, presentate come simulazioni fotografiche e distribuite tramite NFT, costituiscono la prima espressione del progetto. Rappresentano la sua versione fondativa, precedente agli sviluppi fisici, e fanno parte di un processo artistico che combina disegno vettoriale, manipolazione algoritmica e composizione digitale. Oggi sto progressivamente esplorando le possibilità di materializzazione fisica di queste forme. Questa fase prevede la sperimentazione di diverse modalità di produzione, tecniche, supporti e contesti espositivi. La questione non risiede unicamente nella trasposizione di un’opera digitale in un oggetto fisico, ma anche nel modo in cui queste composizioni possono esistere in maniera diversa, a seconda della loro modalità di apparizione, e si sviluppano attraverso vari media.
Finora, il tuo lavoro si è sviluppato esclusivamente in bianco e nero. Perché questa scelta?
Il nero costituisce un punto di partenza: una base operativa che permette di testare la struttura e la coerenza delle forme. Unifica il sistema e svolge un ruolo stabilizzante. Da questa base, le forme vengono modulate e iscritte nel concetto di “riproducibilità modulanti”. Agisce come intensificatore percettivo, rafforzando la presenza delle composizioni e rivelando una tensione strutturale più immediata. Questo spazio cromatico attiva meccanismi di associazione e coinvolge una lettura più intuitiva, aprendo così una zona di ambiguità referenziale che può innescare una carica simbolica nello spettatore. Questa carica simbolica non è né pensata né costruita in anticipo. Non riconosco necessariamente le associazioni di idee che le composizioni possono evocare. Attraverso queste immagini, percepisco operazioni grafiche derivate da principi che codificano una certa estetica. Durante il processo creativo, queste operazioni orientano in parte l’espressione formale. Nel progetto si inscrive uno spazio tra le mie affinità plastiche e l’autonomia del sistema. Il processo, alla fine, impone determinati elementi.
Le immagini nei tuoi progetti hanno spesso dimensioni ambientali che sembrano suggerire relazioni specifiche con gli ambienti in cui appaiono. Come entrano in gioco le dimensioni spaziali e, di conseguenza, temporali nel tuo lavoro?
La temporalità non risiede solo nell’esperienza dello spettatore, ma nel divenire stesso di queste strutture, nella loro capacità di apparire diverse a seconda del contesto. Acousma cerca di osservare come una composizione modifichi la propria presenza in base alle condizioni in cui è situata. Una singola composizione può esistere come immagine digitale, stampa monumentale, scultura, installazione, animazione o dipinto. Lo spazio può quindi essere considerato una modulazione capace di trasformare la modalità di lettura e la temporalità della stessa matrice visiva. Ogni trasposizione da un mezzo all’altro fa sì che la composizione si evolva attraverso un ciclo di reinterpretazioni, generando perdite e guadagni successivi. La presentazione digitale delle composizioni tramite simulazioni fotografiche costituisce una di queste modulazioni e non si limita a essere un semplice strumento di diffusione. Tradizionalmente, l’opera esiste prima nello spazio fisico, prima di essere fotografata, distribuita e archiviata digitalmente. Qui, le composizioni appaiono nell’ambiente digitale ancor prima di materializzarsi fisicamente. Il digitale non documenta più l’opera: ne diventa la prima modalità di esistenza. L’immagine digitale cessa di essere la rappresentazione di un oggetto preesistente e si afferma come stato della forma, un’“ipotesi visiva”. Altri tipi di modulazioni rivelano temporalità già latenti nella struttura iniziale. Un ritaglio, ad esempio, fa emergere uno spazio di lettura già contenuto all’interno di una composizione. Questa trasformazione può indurre compressione, espansione o sospensione del tempo. Una zona precedentemente percepita come un dettaglio viene così esposta come una composizione a sé stante. Questi elementi, tuttavia, coprono solo una parte delle relazioni con lo spazio e la temporalità che attraversano il progetto. Mi sono sembrati i più appropriati da condividere inizialmente.
Utilizzi la tecnologia NFT? Questo vale anche per la vendita di queste immagini?
Sì, l’intera collezione digitale è disponibile su OpenSea. L’uso degli NFT mi ha interessato principalmente per l’ambiguità che introducono attorno ai concetti di rarità e autenticità in un ambiente intrinsecamente legato alla duplicazione. Questa ambiguità riecheggia alcune questioni sollevate in Acousma riguardanti la riproducibilità, la variazione e lo stato dell’“originale”. Questi interrogativi sono particolarmente stimolanti quando mettono in discussione e mettono in tensione il nostro modo abituale di pensare all’unicità, alla copia o all’autenticità nel campo dell’arte.
Vorrei chiederti di approfondire la questione dell’autenticità e quali siano i tuoi interessi a questo riguardo.
La questione dell’autenticità mi interessa nella misura in cui si interseca con quella dell’originale. Tuttavia, è la natura “in evoluzione” della nostra concezione dell’originale che cattura la mia attenzione. I criteri in base a cui un’opera viene riconosciuta come tale si sono continuamente evoluti nel corso della storia dell’arte. Da questa prospettiva, lo status dell’originale mi appare come una qualifica i cui contorni possono essere ridefiniti in base a contesti storici, tecnici, legali, culturali e istituzionali. La storia dell’arte offre numerosi esempi che dimostrano come questi criteri siano costruiti e stabilizzati attraverso convenzioni consolidate. Nel campo della scultura, più fusioni dello stesso bronzo possono essere riconosciute come opere originali quando soddisfano determinate condizioni. In Francia, fino a otto fusioni numerate, a cui possono aggiungersi le prove d’artista, sono generalmente considerate originali. La qualificazione di un’opera come originale non si basa quindi solo sulla sua unicità materiale, ma anche sulla limitazione della tiratura e sul processo di produzione, regolamentati da appositi quadri normativi. Anche la grafica, la fotografia e la litografia hanno dimostrato che un’opera può essere moltiplicata pur mantenendo il suo status di originale. I ready-made di Marcel Duchamp, le serigrafie di Andy Warhol e alcune forme di arte generativa hanno, a loro modo, soppiantato il concetto di originale. Per quanto riguarda l’autenticità, i casi di falsificazioni considerate autentiche evidenziano il ruolo dei meccanismi di validazione, competenza, provenienza e riconoscimento istituzionale nella sua costruzione. Oggi, gli NFT contribuiscono a una riconfigurazione di alcuni di questi meccanismi, introducendo nuove procedure tecniche di certificazione e tracciabilità. Il modo in cui questi concetti vengono interpretati nel tempo rivela quindi le tensioni nel nostro modo di pensare all’opera d’arte, alla sua riproduzione e al suo valore. In Acousma, queste tensioni possono manifestarsi come effetti strutturali del processo di modulazione spinto all’eccesso.
Utilizzi l’intelligenza artificiale per creare le tue immagini?
Le composizioni sono frutto di interventi artistici personali e non si basano su programmi di intelligenza artificiale.
L'autore di questo articolo: Gabriele Landi
Gabriele Landi (Schaerbeek, Belgio, 1971), è un artista che lavora da tempo su una raffinata ricerca che indaga le forme dell'astrazione geometrica, sempre però con richiami alla realtà che lo circonda. Si occupa inoltre di didattica dell'arte moderna e contemporanea. Ha creato un format, Parola d'Artista, attraverso il quale approfondisce, con interviste e focus, il lavoro di suoi colleghi artisti e di critici. Diplomato all'Accademia di Belle Arti di Milano, vive e lavora in provincia di La Spezia.Per inviare il commento devi
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