Warhol a Ferrara, 50 anni dopo: l'eredità della mostra che anticipò il dibattito sull'identità


Fino al 19 luglio 2026, Palazzo dei Diamanti a Ferrara ospita la mostra “Andy Warhol. Ladies and Gentlemen” che rievoca la mostra con cui nel 1975 Warhol presentò proprio a Palazzo dei Diamanti, per la prima volta, la sua celeberrima serie con anticipò temi come identità, rappresentazione e diritti civili. Ce ne parla la curatrice Chiara Vorrasi nell’intervista con Federico Giannini.

Fino al 19 luglio 2026, Palazzo dei Diamanti a Ferrara ospita la mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, che rievoca la mostra con cui nel 1975 il grande artista americano presentò proprio a Palazzo dei Diamanti, per la prima volta, la sua celeberrima serie, grazie all’interessamento dell’allora direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna di Ferrara, Franco Farina. Ladies and Gentlemen rappresenta un momento di svolta nella produzione dell’artista americano, in cui lo sguardo si sposta dallo star system alle identità marginali della New York underground: le opere dedicate alle drag queen afroamericane e latinoamericane aprono infatti un nuovo fronte nella riflessione sull’identità, sulla rappresentazione e sui linguaggi della cultura visiva contemporanea. La mostra attuale ricostruisce non solo il nucleo originario del ciclo, ma anche il contesto storico e curatoriale che rese Ferrara un centro internazionale dell’arte contemporanea negli anni Settanta. Ce ne parla la curatrice Chiara Vorrasi in questa intervista con Federico Giannini.

Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti

FG. La mostra su Andy Warhol è organizzata in occasione del cinquantesimo anniversario della mostra con cui il grande artista americano presentò, per la prima volta, la sua serie Ladies and Gentlemen, uno dei suoi lavori più noti e più importanti. Era il 1975 e la mostra si tenne proprio qui, a Palazzo dei Diamanti. Merito soprattutto di Franco Farina, l’allora direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna, che riuscì a portare a Ferrara molti dei più grandi artisti del mondo, che arrivavano qui a esporre le loro ricerche più recenti, spesso in anteprima. È stata una stagione irripetibile? Come Farina riuscì a far diventare Ferrara uno dei più importanti centri italiani, se non il più importante tout court, per l’arte contemporanea?

CV. Si tratta effettivamente di una ricorrenza di grande rilevanza per Ferrara e abbiamo voluto ricordarla con una mostra che ripercorre tutta la parabola ritrattistica di Andy Warhol attorno al nucleo di Ladies and Gentlemen esposto nel 1975-76. Senz’altro il lavoro di Franco Farina a Palazzo dei Diamanti ha rappresentato un modello propulsivo nel panorama italiano del contemporaneo. Sin dagli anni Sessanta la programmazione alternava figure più o meno storicizzate, come Giovanni Boldini, a protagonisti del dopoguerra, come Emilio Vedova, fino alle nuove tendenze di ambito pop, cinetico o concettuale, mobilitando la critica militante e ottenendo il sostegno dell’amministrazione locale e regionale attorno a un progetto di museo come luogo democratico di educazione e sperimentazione. Con gli anni Settanta il progetto si è radicalizzato: aprono i battenti un pionieristico Centro Video Arte e uno spazio dedicato alle performance e l’orizzonte espositivo si allarga alla scena internazionale, dai decani Duchamp e Man Ray, alle superstar del contemporaneo, appunto Andy Warhol e Robert Rauschenberg, che vengono di persona a Ferrara a presentare i loro lavori recenti. Nel caso di Warhol, Ladies and Gentlemen era stata programmata alla Rotonda della Besana a Milano ma l’amministrazione comunale all’ultimo momento si era tirata indietro. Farina coltivava da tempo il desiderio di portare Warhol a Ferrara ed è stato ben felice di accogliere quella mostra che annunciava un vero cambiamento di rotta. Warhol aveva abbandonato il repertorio dello star system da cui erano scaturite icone immortali come Marilyn e Liz e accendeva i riflettori su figure anonime della scena underground di Manhattan: le drag queen afro e latinoamericane. La vitalità ironica e provocatoria di queste emergenti culture urbane si riflette nella tecnica pittorica warholiana che acquista un’energia del tutto inedita. Sono opere che sembrano annunciare la veemenza pittorica del neoespressionismo degli anni Ottanta. Per non parlare della scelta lungimirante di mettere in scena l’individuo e la sua identità, come un reality o un social media. Questo Farina non poteva saperlo ma il successo mediatico e di pubblico della mostra gli aveva già dato ampiamente ragione.

A Ferrara, oggi, è ancora viva la memoria di quella mostra così importante? Oppure questa rassegna del cinquantenario è stata un po’ una sorpresa anche per i ferraresi?

Ladies and Gentlemen ha sicuramente lasciato un segno vivo e indelebile. Ogni persona che fosse a Ferrara in quegli anni ne ha memoria e anche tra i più giovani stiamo registrando un vivace interesse. I testimoni che abbiamo interpellato nel corso delle ricerche preliminari ci hanno supportato con entusiasmo aiutandoci a restituire il clima dell’evento nelle sale di Palazzo dei Diamanti. Ad esempio Carlo Ansaloni, autore del video Warhol in Ferrara in collaborazione con Lola Bonora, ricorda l’arrivo della superstar e il suo atteggiamento riservato ma sempre sottilmente ironico durante l’affollatissima inaugurazione. Nella mostra ora aperta ai Diamanti, alcune sequenze del video riportano a quello storico momento: al suo arrivo Warhol firma un pannello e disegna due delle sue celebri lattine di zuppa Campbell aggiungendovi, con un sorriso sornione, la parola “spaghetti”. Avevamo preso contatto anche con l’architetto Maurizio di Puolo, ideatore del memorabile dispositivo di allestimento della mostra del 1975-76 che abbiamo voluto rievocare. Warhol aveva immaginato di tappezzare le pareti di Palazzo dei Diamanti con una delle serigrafie della mostra ma il progetto risultò troppo costoso. Di Puolo ebbe l’idea di chiudere i varchi di passaggio tra le sale lasciando a Warhol stesso, la sera dell’inaugurazione, il compito di squarciarli e dare avvio alla mostra con quel gesto di rottura. Nel suo ricordo l’artista si divertì a stare al gioco.

Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Palazzo dei Diamanti
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini
Allestimenti della mostra Andy Warhol. Ladies and Gentleman. Foto: Federico Giannini

Il curatore della mostra del 1975, Janus, interpretò la serie Ladies and Gentleman come un’opera di denuncia: Lei ha ricordato che, per Janus, “il travestimento incarnava l’estrema manifestazione della secolare oppressione razziale da parte dell’egemonica borghesia bianca, e l’inedita irruenza stilistica warholiana ne suggellava l’atto d’accusa”. Non solo: la serie di Andy Warhol, è evidente, si inseriva in un movimento culturale che è stato estremamente significativo per le rivendicazioni della comunità gay e queer (pensiamo soltanto alla disco music, anche se i successi degli artisti di riferimento, da Sylvester ai Village People, sarebbero arrivati più tardi, benché il 1975 sia comunque l’anno di due pezzi fondamentali come Love to Love you baby di Donna Summer e I was born this way di Valentino). Possiamo dire che la serie di Andy Warhol ha un ruolo rilevante nella storia dei diritti civili?

Il ciclo Ladies and Gentlemen era espressione di culture urbane newyorkesi che non avevano un diretto corrispettivo in Italia e per la critica del nostro paese negli anni Settanta risultava complesso colmare quella distanza. Janus si ricollegava ai classici della letteratura afroamericana che denunciavano lo sfruttamento razziale ma probabilmente non conosceva altrettanto l’emergente movimento per i diritti civili. Alcune delle protagoniste del ciclo come Marsha P. Johnson erano state protagoniste dei moti di Stonewall, scoppiati a New York il 28 giugno 1969, che segnarono la prima ribellione delle comunità LGBTQ+ contro le continue retate della polizia, in un contesto in cui l’omosessualità era un reato. Altre, come Wilhelmina Ross, erano performer che mettevano in scena la propria identità secondo quell’estetica teatrale chiamata camp, su cui avevano scritto Susan Sontag ed Ester Newton. Certamente vivevano in una condizione di emarginazione ma difficilmente potevano considerare il travestimento come un’imposizione dell’egemonia bianca: rappresentava piuttosto la bandiera di una identità che sceglievano di interpretare. Warhol ha saputo cogliere e restituire sulla tela o nelle serigrafie la straordinaria galleria di personalità ed etnicità che aveva incontrato, ha dato forma e colore alla loro espressione identitaria. Così facendo ha dato visibilità a figure che non avevamo mai avuto accesso alla storia dell’arte e questo è considerato da molti un apporto determinante alla storia dei diritti civili.

Interessante, anche perché di segno quasi opposto rispetto alla lettura di Janus, è l’interpretazione di Roberto Tassi, che si legge in un articolo riprodotto negli allestimenti della mostra: per Tassi, Ladies and Gentleman non era una serie di denuncia, ma piuttosto una sorta di esercizio di realismo. Un lavoro che riproduceva l’America così com’era, “squallore e mito”, per riassumerla con la sua formula. Per Tassi, insomma, Ladies and Gentleman era una specie di documento.

Sì, credo che Tassi si sia avvicinato molto di più a quanto Warhol ha dichiarato nella sua Filosofia e nelle molte interviste. Warhol era considerato e si considerava uno specchio impietoso della società del proprio tempo: aveva ritratto ossessivamente i miti e i traumi della società dei consumi e dello spettacolo e aveva mimato la crudele banalità del “sogno americano” fino a smascherarne la natura effimera, ma non aveva mai espresso una manifesta denuncia. Nell’attuale mostra ne è un esempio la serie di 10 Marilyn, dove la foto della diva scomparsa è cristallizzata in una traslucida icona mediatica e offerta al consumo di massa. Nella video intervista registrata a Ferrara nel 1975, viene chiesto insistentemente a Warhol uno schieramento politico e l’amico Bob Colacello risponde al suo posto con una frase illuminante: “Quando si è così impegnati ad osservare è veramente difficile giudicare”.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 305 x 205 cm; Parigi, Fondation Louis Vuitton) © foto Primae / Louis Bourjac © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su tela, 305 x 205 cm; Parigi, Fondation Louis Vuitton) © foto Primae / Louis Bourjac © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 127 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross) (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 127 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Visitando la mostra, peraltro, ho potuto riscontrare che una delle sale in cui il pubblico si sofferma più a lungo è quella in cui avete radunato le fotografie delle modelle di Ladies and Gentleman, con le biografie. Di solito le mostre su Andy Warhol, quando espongono le opere della serie, difficilmente si soffermano sulle biografie delle persone che hanno posato per lui, oppure ricordano giusto le figure principali, come Marsha P. Johnson o Wilhelmina Ross. Quali considerazioni vi hanno spinto a raccontare in maniera tanto dettagliata le vite dei “Ladies and Gentlemen”?

Inizialmente le quattordici modelle sono rimaste anonime e sono state quasi tutte identificate dalla Warhol Foundation nel corso delle ricerche preliminari al catalogo ragionato, uscito nel 2014. Naturalmente questo ha aperto una riflessione sulla legittimità di aggiornare i titoli delle opere e rendere note le vicende biografiche che celavano, con il rischio di “tradire” le intenzioni espresse dell’artista. Ci siamo confrontati con l’Andy Warhol Museum, che sin dall’inizio ha supportato il nostro progetto, e abbiamo convenuto che fosse doveroso portare alla luce l’identità e la vicenda di quelle persone che sono protagoniste del ciclo. La forza iconica di Ladies and Gentlemen, la sua potenza pittorica, è scaturita dall’incontro dell’artista con le performance delle modelle. Se Warhol non l’ha riconosciuto cinquant’anni fa può essere dipeso da diversi fattori, come gli accordi economici stipulati, o la volontà di mettere in scena comuni individualità “di strada”, ma probabilmente avrà pesato anche lo stigma sociale e la criminalizzazione che accompagnava le espressioni della comunità queer. E rispetto a questo pensiamo sia giunto il momento di un risarcimento morale e culturale.

A proposito delle identità delle modelle, si potrebbe parlare della lettura di Pasolini che, vedendo Ladies and Gentlemen, riteneva che il “trionfalismo”, così lui diceva, di questi “travestiti” fosse uno sforzo velleitario, poiché tale trionfo veniva loro garantito a patto che il travestito non uscisse “da un comportamento che lo renda riconoscibile e tollerabile”. Per Pasolini, in sostanza, anche una serie come questa confermava il carattere sostanzialmente repressivo della società del consumo?

Esattamente. Pasolini appare il più lucido interlocutore italiano di Warhol, forse l’unico vero interlocutore, non solo per la sua statura critico-letteraria, ma per il confronto stabilito con il contesto americano. Pasolini e Warhol avevano diverse affinità: cattolici e omosessuali, avevano promosso un cinema che fotografa “in presa diretta” le realtà più scomode, andando incontro a una feroce censura. Ma avevano posizioni antitetiche nei confronti dell’american dream e dei media. Pasolini aveva gridato al “genocidio culturale”, denunciando l’omologazione prodotta in Italia dalla diffusione dei modelli consumistici. Così di fronte a Ladies and Gentlemen assume una distanza critica che gli permette di andare al cuore della questione: quella spettacolare espressione identitaria poteva effettivamente dare visibilità sociale alla diversità? O la sua agibilità era di fatto circoscritta a un ghetto? La conclusione è affidata a un’immagine di rara potenza poetica e di altrettanta amarezza: Pasolini paragona i ritratti di Ladies and Gentlemen ai dignitari bizantini in un mosaico ravennate, sfavillanti quanto indistinguibili.

Uno degli elementi più apprezzabili della mostra di quest’anno è la sua capacità di ricreare il contesto. Intanto con gli allestimenti, che in parte riproducono quelli della mostra del 1975. E poi la musica in sottofondo, la sala tappezzata con gli articoli di giornale del tempo... sono carezze per i nostalgici oppure, come è molto facile immaginare, c’è qualcosa di più profondo?

In effetti abbiamo lavorato molto per ricostruire allestimenti e atmosfere. Abbiamo riportato opere esposte nel 1975-1976, prima fra tutte una delle 5 tele monumentali che costituivano il cuore della mostra e ora sono disperse per il mondo, ossia la versione super glam della Fondation Louis Vuitton. L’architetto Lucia Angelini ha riproposto alcuni dispositivi di allestimento di quella mostra e altri eventi, come la celebre esposizione della serie Mao a Parigi del 1974, o l’esplosiva collaborazione con Mick Jagger. L’idea-guida era offrire al visitatore l’esperienza di un viaggio nel tempo ma il fine non era “nostalgico”. Immedesimarsi in quel clima di effervescenza creativa poteva invitare a interrogarsi sull’attualità del messaggio di Warhol. Per questo abbiamo fatto seguire alla ricostruzione del contesto una sequenza di ritratti e autoritratti in cui la riflessione sull’identità giunge a dialogare con i media digitali. Sempre per in questa prospettiva l’esposizione si chiude con una parete di monitor che trasmettono Andy Warhol. Fifteen minutes, andato in onda su MTV tra il 1986 e il 1987: ancora uno specchio di quella celebrità di 15 minuti che sperimentiamo quando aggiorniamo i nostri profili social.

Andy Warhol, Mick Jagger (1975; da Little Red Book no. 275 Polaroid™ Polacolor Type 108, 10,8 x 8,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.3003.2) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; da Little Red Book no. 275 Polaroid™ Polacolor Type 108, 10,8 x 8,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.3003.2) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 101,6 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution Dia Center for the Arts, 1997.1.8a) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
Andy Warhol, Mick Jagger (1975; Acrilico e inchiostro serigrafico su lino, 101,6 x 101,6 cm; Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution Dia Center for the Arts, 1997.1.8a) © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Qual è secondo Lei l’eredità più importante che ci ha lasciato la serie Ladies and Gentlemen di Andy Warhol?

Quel ciclo evoca temi di dibattito la cui portata si è rivelata completamente nella dimensione globalizzata del terzo millennio, basti pensare alla multiculturalità, all’identità di genere, alla manipolazione estetica, alla sovraesposizione mediatica. Forse l’eredità più importante che ci consegna Ladies and Gentlemen è l’invito a considerare l’identità, nostra e di chi ci circonda, non come un’entità codificata e immutabile, piuttosto come qualcosa che si produce ogni volta che ci relazioniamo agli altri o ci raccontiamo attraverso un profilo. Questo ci porta a privilegiare la dimensione dell’ascolto e dell’osservazione. Warhol del resto l’aveva dichiarato a chiare lettere: “Mi limito a guardare, a osservare il mondo”.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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