La Kunsthaus di Merano presenta dal 14 giugno all’11 ottobre 2026 Animacies, progetto espositivo collettivo curato da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi che affronta il tema delle relazioni tra Europa e Asia attraverso una rilettura critica dei sistemi interpretativi di matrice occidentale e coloniale. La mostra, articolata attraverso installazioni, pittura, scultura e fotografia, riunisce opere di sette artisti e artiste provenienti da contesti spesso rimasti ai margini delle narrazioni occidentali sul continente asiatico, come Bangladesh, Indonesia, Mongolia, Filippine e Isole Figi.
Animacies costituisce la terza e ultima annualità di The Invention of Europe. A Tricontinental Narrative, programma triennale sviluppato alla Kunsthaus nel periodo 2024-2027 e affidato alla curatela di Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi. Il progetto intende mettere in discussione una visione unitaria e monolitica dell’Europa, proponendo invece una riflessione sulle narrazioni consolidate che ne hanno definito la storia e l’identità.
Il titolo della mostra fa riferimento al concetto di “animacies”, teorizzato nel 2012 dalla studiosa queer sinoamericana Mel Y. Chen nel volume Animacies: Biopolitics, Racial Mattering, and Queer Affect. Il termine, difficilmente traducibile sia in italiano sia in tedesco, indica una condizione condivisa di capacità di agire, vitalità, mobilità e consapevolezza che può appartenere a differenti entità. A partire da questa prospettiva, Chen ha mostrato come la materia, tradizionalmente considerata inerte o priva di vita, possa invece esercitare un’influenza rilevante sulle relazioni sociali, sulle strutture di potere e sulla dimensione culturale. La mostra assume tale impostazione per mettere in discussione opposizioni binarie consolidate, come quelle tra animato e inanimato oppure tra soggetto e oggetto, proponendo un modello relazionale nel quale esseri umani, animali e oggetti risultano coinvolti in dinamiche comuni.
Secondo questa prospettiva, tessuti, piante e alimenti assumono un ruolo attivo e diventano strumenti capaci di trasmettere memoria, generare trasformazioni e creare connessioni. Le opere selezionate affrontano così le implicazioni culturali, politiche, simboliche e spirituali della materia, utilizzandola come chiave di lettura per osservare rapporti di potere, discriminazioni e forme di ingiustizia.
L’itinerario espositivo si apre con i lavori di Shivanjani Lal, nata nelle Figi nel 1982 e residente a Sydney. L’artista utilizza tessuti e oggetti d’uso quotidiano per evocare le vicende dei Girmitiya, lavoratori e lavoratrici trasferiti forzatamente dall’India verso diverse colonie britanniche, tra cui Mauritius, Caraibi e Isole Figi, durante il XIX e l’inizio del XX secolo. Nell’installazione Mere Porvaj [I Am Remembering] del 2024, Lal pone particolare attenzione al lavoro femminile, spesso escluso dai racconti ufficiali, aprendo una riflessione sulla memoria e sui soggetti cui viene riconosciuto il diritto di essere ricordati.
Le piante assumono una funzione centrale anche nei lavori del collettivo Mai Ling, fondato a Vienna nel 2019. L’installazione Not Your Ornament e il video Becoming Stickiness, entrambi del 2023, affrontano gli stereotipi razzisti e sessisti che hanno contribuito a costruire un’immagine della femminilità asiatica come elemento decorativo. Al centro delle opere compare il kudzu, pianta originaria dell’Asia orientale e sudorientale, utilizzata tradizionalmente nei settori tessile, alimentare e medico. Introdotta in Europa e negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento con funzioni ornamentali, la specie è oggi considerata infestante in molte aree occidentali. Il collettivo ne valorizza le caratteristiche di resilienza e trasformazione, interpretandola come elemento di connessione tra esperienze migratorie e pratiche di cura condivise.
La mostra ospita inoltre tre nuove opere di Chathuri Nissansala, nata a Colombo nel 1983 e residente ad Amsterdam. I lavori sono riuniti in un’unica installazione ambientale che affronta temi legati al trauma intergenerazionale, alla violenza coloniale ed etnografica e alle questioni dell’identità di genere, con particolare riferimento alla storia dello Sri Lanka e alle eredità conflittuali che ne derivano. In occasione dell’inaugurazione di Animacies l’artista presenterà anche una performance.
Piante e memoria ritornano nelle opere di Jennifer Tee, nata ad Arnhem nel 1973 e residente ad Amsterdam. La mostra presenta sculture, installazioni e collage. Nella serie Tampan Tulips del 2023 i petali dei tulipani vengono trasformati in elementi tessili dal forte valore simbolico. L’opera richiama da una parte le origini asiatiche del fiore, divenuto emblema dei Paesi Bassi a partire dal XVII secolo, e dall’altra i motivi decorativi dei tessuti cerimoniali indonesiani denominati “Tampan”, caratterizzati dalla presenza di navi che si trasformano in alberi della vita, simboli del viaggio dell’anima. La nave e il tulipano evocano inoltre il percorso migratorio compiuto dalla famiglia dell’artista, giunta nei Paesi Bassi dall’Indonesia via mare negli anni Cinquanta, intrecciando dimensione privata e memoria collettiva. La partecipazione di Jennifer Tee alla mostra è sostenuta dall’Ambasciata e dal Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi.
Al terzo piano della Kunsthaus trova spazio Redeem, progetto avviato nel 2020 e tuttora in corso da parte di Ashfika Rahman, nata nel 1988 a Dhaka, dove vive attualmente. L’installazione consiste in un grande ricamo su tessuto e nasce da una ricerca condotta a partire da materiali d’archivio e da un progetto collaborativo dedicato alle conversioni religiose delle comunità indigene Santal e Oraon in Bangladesh. Attraverso l’utilizzo del ricamo, di materiali raccolti sul territorio e di simboli cromatici, l’opera affronta temi legati all’appartenenza, ai processi di trasformazione e alla complessità delle relazioni interne alle comunità coinvolte.
La Mongolia rappresenta invece il punto di partenza delle sculture zoomorfe della serie 15 Faces, realizzata dal 2024 da Bekhbaatar Enkhtur, nato a Ulaanbaatar nel 1994 e residente a Torino. Le opere prendono spunto da miti e tradizioni del paese asiatico. L’artista ha collegato l’origine della propria ricerca al ricordo di un altare domestico dedicato a una divinità, esperienza che lo ha portato a interrogarsi sulla possibilità che una scultura possa essere considerata un essere vivente e dotato di anima.
“Questa esperienza”, ha affermato l’artista, “ha acceso in me una riflessione profonda su come, in quel contesto, una semplice scultura potesse essere trattata come un essere vivente, dotato di un’anima”.
Il percorso si conclude con il murale site-specific di Elia Nurvista, nata nel 1983 a Yogyakarta e attiva tra l’Indonesia e Berlino. L’opera appartiene alla serie Long Hanging Fruits, sviluppata dal 2020, e prende avvio dalla storia dell’olio di palma, prodotto largamente presente nell’alimentazione contemporanea. L’artista ricostruisce la vicenda della palma da olio, originaria dell’Africa e introdotta in Indonesia durante il periodo coloniale olandese, per riflettere sulle conseguenze ambientali e sociali legate alle coltivazioni industriali.
| Titolo mostra | Animacies | Città | Merano | Sede | Kunsthaus di Merano | Date | Dal 14/06/2026 al 11/10/2026 | Artisti | Artisti vari | Curatori | Lucrezia Cippitelli, Simone Frangi | Temi | Arte contemporanea |
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