Un cielo che vira dal rosa al grigio, il momento in cui il chiarore del giorno cede al crepuscolo. Sotto questa luce serotina, contro uno sfondo senza architetture, si vede un ragazzo che sorride mentre rovescia, con un gesto brusco e deciso, una cesta intrecciata sopra un tavolo di legno, povero e consumato. È la scena minima e quotidiana di un garzone d’un qualche pescatore che mostra, quasi con orgoglio, il pescato della giornata, e a cui Giacomo Ceruti, nel quarto decennio del Settecento, decise di dare dignità artistica, come fosse il ritratto d’un nobile: ecco, dunque, il suo Ragazzo con cesta di pesci e granseole, sorta di manifesto della fase matura della sua carriera. Eppure per gran parte del Novecento nessuno seppe dire chi lo avesse dipinto, ed è normale che fosse così: si trattava di un dipinto destinato a un qualche privato, opera d’un artista e d’un genere che ebbero il loro momento di voga in quegli anni, dopodiché ci si dimenticò dei pittori della realtà fino alla loro riscoperta, che rimonta alla metà del XX secolo.
Il dipinto, oggi conservato nelle collezioni della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, a Firenze, comparve per la prima volta negli inventari fiorentini nel 1861, segnalato come proveniente dalle raccolte reali di Parma: era arrivato in Toscana come dono della famiglia Savoia, in seguito all’annessione dei ducati parmensi al Regno d’Italia, ma non sappiamo come sia finito in Emilia. Mezzo secolo più tardi, nel 1911, l’opera venne nuovamente censita tra gli oggetti d’arte del palazzo, ma con una dicitura che tradiva l’oblio in cui l’opera era caduta: autore anonimo. Una tela di qualità indubbia, capace di reggere il confronto con i grandi interpreti della pittura di genere settecentesca, era rimasta senza nome per decenni, forse offuscata da una superficie pittorica alterata dal tempo e da vecchie ridipinture.
A restituirle un’identità fu Marco Chiarini, storico dell’arte e allora direttore della Galleria Palatina, che negli anni Ottanta individuò nella tela caratteri stilistici riconducibili a Giacomo Ceruti, il pittore lombardo passato alla storia per la sua predilezione, negli anni giovanili, verso i soggetti popolari e gli emarginati. La conferma sarebbe giunta nel 1982, quando l’opera fu sottoposta a un intervento di restauro condotto dalla restauratrice Nannetta Del Vivo su incarico della Soprintendenza di Firenze: la foderatura della tela, la pulitura della superficie e il ritocco di alcune piccole lacune di colore permisero finalmente di leggere con chiarezza la qualità pittorica dell’opera e di accreditarne senza riserve la paternità a Ceruti. Da allora il dipinto è entrato stabilmente nel catalogo dell’artista, citato dagli studi specialistici, compreso il volume dedicato al pittore pubblicato nel 1987 in occasione di una mostra monografica, ed esposto alle rassegne su di lui, inclusa la grande mostra che il Museo di Santa Giulia di Brescia dedicò a Ceruti nel 2023, mostra in cui il Ragazzo con cesta di pesci e granseole figurava tra i capisaldi dell’ultima fase della pittura di Ceruti.
Chi osserva la tela oggi si trova davanti a un’immagine costruita con pochi elementi ma con grande efficacia narrativa. La scena è quasi tutta occupata da un ragazzo dai tratti marcati, col volto illuminato da un sorriso sincero, la testa coperta da un cappello logoro dalle falde rialzate. Indossa una giacca pesante color cuoio, consunta e sfilacciata, una camicia grigia e pantaloni scuri, abbigliamento tipico di chi lavora all’aperto, al freddo, e non ha nulla da esibire se non la fatica delle proprie mani. Con un movimento carico d’energia, il giovane rovescia sul tavolo una grande cesta di paglia intrecciata, del tipo usato dai pescatori del tempo per trasportare il pesce appena preso, mostrando con evidente soddisfazione il frutto della sua giornata di lavoro.
La costruzione dello spazio pittorico affida gran parte della propria efficacia al trattamento della luce. Un fascio luminoso proveniente da sinistra investe la cesta, ne accarezza la trama intrecciata e scava ombre profonde al suo interno e sul piano d’appoggio, creando un effetto quasi tattile che invita l’occhio a soffermarsi sui dettagli materici prima ancora che sul volto del ragazzo: la luce si posa dunque sugl’intrecci della paglia, sulle zampe della granseola, sulle squame dei pesci. È una soluzione compositiva che rivela, ha scritto Claudia Musso in occasione della mostra di Brescia del 2023, quanto Ceruti fosse debitore, in questa fase della sua attività, della grande tradizione della natura morta nordica, filtrata in Italia da figure come Eberhard Keilhau, il Monsù Bernardo che fu tra gli anticipatori della pittura moderna della realtà, e, soprattutto per quanto riguarda il taglio della composizione, da Jacob van der Kerckhoven, pittore fiammingo attivo in Italia con il nome di Giacomo da Castello, un riferimento che secondo Musso fu particolarmente rilevante per Ceruti negli anni trascorsi in laguna. Le grandi e forti mani del ragazzo, indurite dal lavoro manuale, e la sua posa leggermente china verso chi guarda, quasi a offrire il proprio carico, richiamano da vicino le figure dei giovani portaroli, ovvero i ragazzi, spesso adolescenti ma alle volte poco più che bambini, che giravano per i mercati portando ceste con ortaggi, frutta, formaggi e altra merce e che Ceruti aveva reso celebri negli anni bresciani, quando ritraeva con crudo realismo mendicanti, filatrici, umili lavoratori delle campagne, e in generale tutta l’umanità che fino a metà Seicento non aveva trovato posto nella pittura, se non in scene di genere fornite di significati allegorici. Eppure qualcosa, in questo dipinto, è profondamente cambiato rispetto a quelle prime prove.
Sulla cronologia esatta dell’opera gli specialisti non concordano del tutto: la studiosa Mina Gregori, basandosi sulla provenienza collezionistica del dipinto, ha proposto di collocarlo nel periodo che Ceruti trascorse a Piacenza, tra il 1744 e il 1745. Si tratta però di una datazione che, a un’analisi più attenta delle scelte stilistiche, appare forse troppo tarda. Il taglio compositivo della natura morta in primo piano, leggermente inclinata verso l’osservatore, e la presenza di elementi come la cesta rovesciata trovano infatti riscontri più stringenti in due tele appartenute alla celebre collezione del maresciallo Schulenburg, databili tra il 1736 e il 1738, anch’esse esposte a Brescia nel 2023. Se questo confronto fosse corretto, il dipinto fiorentino andrebbe anticipato di alcuni anni rispetto all’ipotesi di Gregori, collocandolo proprio nella fase in cui Ceruti, lasciata Brescia, si confrontava con gli ambienti artistici di Venezia e con una committenza assai diversa da quella lombarda.
Non è un dettaglio da poco, perché proprio in quegli anni la pittura di Ceruti attraversò una trasformazione radicale, che si può misurare con chiarezza mettendo a confronto le opere del periodo veneziano con il ciclo di tele un tempo conservato nel palazzo Busseti di Tortona, realizzato attorno alla metà del Settecento, dopo il soggiorno in Veneto durato dal 1736 al 1739. “È sufficiente”, ha scritto Francesco Frangi, “osservare la bella tela con l’Incontro al pozzo, nella quale Ceruti mette in scena il pressante corteggiamento da parte di un giovane soldato di un’avvenente contadina, che ci guarda con l’espressione titubante di chi non sembra dispiaciuta di quelle attenzioni. Ne deriva l’insinuarsi nel dipinto di un’atmosfera da idillio sentimentale, declinata con gli accenti sottilmente ironici (il volto un po’ inebetito del soldato) di certe commedie settecentesche. Niente a che vedere con i quadri di Padernello e con i loro accenti platealmente pauperisti: benché in fondo appartenga allo stesso universo delle sue colleghe che nella serie bresciana filano solitarie la lana o lavorano al tombolo, la contadina che sosta piacevolmente accanto al pozzo non ci appare più una creatura sofferente e bisognosa di assistenza”.
Il confronto tra le due fasi della produzione ceresca è illuminante. Nel ciclo di Padernello, la contadina intenta a filare la lana o a lavorare al tombolo appare come una figura sofferente, segnata dalla fatica di vivere, con vesti spesso lacerate a testimoniare una condizione di povertà reale. Nell’Incontro al pozzo, invece, la stessa tipologia di personaggio popolare si presenta in abiti integri, e i pensieri che le attraversano il volto non riguardano più la sopravvivenza quotidiana, ma il dubbio, quasi leggero, se cedere o meno al corteggiamento. Il cambiamento di registro coinvolge anche la tecnica: alle campiture smorzate e polverose degli anni giovanili subentra una stesura più luminosa e levigata, che nella resa dell’incarnato femminile raggiunge effetti quasi di porcellana.
Il Ragazzo con cesta di pesci e granseole di Palazzo Pitti si inserisce pertanto, stando alle posizioni più aggiornate della critica, in questo snodo. “Il mestiere di quel ragazzo”, osserva ancora Frangi, “è lo stesso dei memorabili portaroli, affaticati e pensierosi, concepiti dal pittore nei tempi bresciani. La sua indole tuttavia è ben diversa, così come lo è quella di quasi tutti i personaggi cui Ceruti dà vita a partire dagli anni quaranta. Tra i quali escono completamente di scena, ed è questo l’aspetto più clamoroso della vicenda, le figure degli emarginati, dei mendicanti, dei veri e propri pitocchi. Come se le strade del mondo si fossero d’improvviso liberate di quelle presenze inquietanti”. È un segnale di come, a partire dagli anni Quaranta del Settecento, le figure degli emarginati e dei mendicanti scompaiano quasi del tutto dalla produzione dell’artista, non perché le condizioni delle classi più povere fossero nel frattempo migliorate, cosa che storicamente non avvenne, ma perché mutò il gusto della committenza. Dopo il 1730 sempre meno collezionisti desideravano appendere alle pareti delle proprie dimore immagini di miseria: Ceruti, attraversando i centri artistici di Padova, Venezia, Piacenza, dove risiedette dal 1743 al 1746, e infine Milano, se ne rese conto e adeguò il proprio linguaggio pittorico a una sensibilità più mondana ed elegante: è questo uno dei motivi che c’inducono a pensare che Ceruti non provasse una qualche forma di empatia, diremmo oggi, nei riguardi dei suoi soggetti. Un povero era per Ceruti anzitutto un oggetto estetico: appaiono poco probabili le letture di un Ceruti, al contrario, animato da intenti di denuncia sociale.
Un ultimo indizio rende ancora più curiosa la storia di questa tela: la posizione della mezza figura del ragazzo e quella della cesta rovesciata ritornano, pressoché identiche, in un altro dipinto attribuito a Ceruti, il Ragazzo con cesto di verdure, oggi conservato a Belfast come parte di una coppia di quadri pensati per essere esposti insieme. Questa coincidenza compositiva ha portato gli studiosi a ipotizzare che anche l’opera fiorentina fosse in origine accompagnata da una seconda tela, oggi perduta o non ancora identificata, con la quale avrebbe formato un pendant, secondo una prassi molto diffusa nella pittura decorativa del Settecento, quando le scene di genere venivano spesso concepite e vendute in coppia per arredare gli ambienti domestici delle famiglie aristocratiche e borghesi.
Resta dunque aperto un piccolo enigma collezionistico, che si aggiunge a quello, ormai risolto, dell’attribuzione: da opera anonima dimenticata negli inventari ottocenteschi a testimonianza preziosa di una delle fasi più interessanti della carriera di Giacomo Ceruti, quella in cui il pittore lombardo, allontanatosi dai temi crudi della povertà bresciana, seppe reinventare il proprio sguardo sul mondo popolare con una grazia narrativa nuova, senza per questo perdere quella capacità di osservazione minuta e partecipe che resta, ancora oggi, il tratto più riconoscibile della sua pittura.
Oggi in tanti si concentrano sul pescato mostrato con orgoglio dal ragazzo, dettaglio che rimanda al mondo del lavoro e del piccolo commercio alimentare del Settecento, anche se ultimamente è stato riletto in senso... gastronomico, e addirittura gli Uffizi hanno coinvolto un celebre cuoco, Fabio Picchi, che s’è inventato una ricetta con gl’ingredienti che il ragazzo rovescia sulla tavola, evocando quella sorta di, potremmo dire, filiera corta che vediamo nel dipinto: dalla cattura alla vendita o alla consegna, probabilmente destinata a una cucina domestica o a un mercato cittadino.
Il cibo qui non ha un ruolo centrale, certo, in quanto pretesto per un esercizio di natura morta, e dunque più soggetto per dimostrare virtuosismo tecnico (texture, luce, materia) che un riferimento a pratiche alimentari o culinarie vere e proprie. Questo però non ha impedito un pensiero su come quel pesce si dovesse preparare all’epoca. Una cucina fondamentalmente povera, semplice: pesce cotto alla griglia, e accompagnato con un po’ d’olio, o al più con un poco di maionese. Come probabilmente lo avrà mangiato il ragazzo nel dipinto.
Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta
Federico Giannini. Giornalista, co-fondatore di Finestre sull'Arte, direttore responsabile della testata. Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Per la tv è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5).
Ilaria Baratta. Giornalista, co-fondatrice di Finestre sull'Arte, caporedattrice della testata. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa in Lingue e Letterature Straniere.
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