Lee Ufan, quando l'arte diventa silenzio e tempo sospeso


Pietra, acciaio, luce e spazio diventano strumenti di percezione nelle opere di Lee Ufan, figura centrale del movimento Mono-ha. Un viaggio nel pensiero di Lee Ufan, dove ogni distanza e ogni gesto invitano a osservare il mondo con un’attenzione nuova. L’articolo di Federica Schneck.

C’è un silenzio che non percepisci davvero finché non ti fermi davanti a un’opera di Lee Ufan. Non è quiete, è una sospensione densa, fatta di materia, distanza e respiro. Una lastra d’acciaio cattura la luce e la restituisce fredda, una pietra irregolare trattiene un peso antico, una pennellata sottile su una tela chiara vibra come un gesto ancora presente. Il tempo cambia consistenza, rallenta, si dilata. Restano lo sguardo e il corpo, chiamati a partecipare.

Lee Ufan nasce nel 1936 in Corea del Sud e si forma tra Seul e il Giappone, dove diventa una figura centrale del movimento Mono-ha alla fine degli anni Sessanta. In quel contesto, la materia acquista una centralità nuova: pietra, ferro, vetro, spazio, luce entrano nell’opera con la loro identità concreta, senza travestimenti. Ufan sviluppa questa sensibilità in modo personale, intrecciando pratica artistica e riflessione filosofica e ogni lavoro diventa un campo di relazioni vive, in cui le cose, lo spazio e chi osserva condividono lo stesso tempo.

Entrando in una sala con una sua installazione, la prima impressione è fisica. Una pietra naturale appoggiata a terra, una lastra d’acciaio poco distante. Tra i due elementi, una distanza calibrata con precisione, l’aria stessa sembra parte della composizione. Questa è la logica della serie Relatum, avviata nel 1968 e proseguita per decenni: ogni elemento esiste attraverso il rapporto con ciò che gli sta accanto: peso e leggerezza, opacità e riflesso, stabilità e tensione si percepiscono camminando, spostando il punto di vista, misurando lo spazio con i propri passi.

In Relatum – The Arch of Versailles (2014), realizzato negli spazi del palazzo francese, grandi lastre metalliche curve e massi rocciosi entrano in dialogo con l’architettura storica, modificando la percezione del luogo in modo sottile e profondo. Le superfici lucide riflettono l’ambiente, le pietre assorbono la luce, il visitatore attraversa l’opera come un territorio da esplorare. Ogni passo ridefinisce equilibri, allinea sguardi, crea connessioni inattese tra passato e presente. Tuttavia è il vuoto ad avere un ruolo decisivo: le distanze tra gli elementi generano tensioni silenziose, pause cariche di energia. Lo spazio non fa da sfondo: diventa materia invisibile, misurabile con il corpo e con il respiro.

Lee Ufan, Relatum, già Iron Field (1969/2019). Foto: Bill Jacobson Studio, New York. © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di Dia Art Foundation, New York
Lee Ufan, Relatum, già Iron Field (1969/2019). Foto: Bill Jacobson Studio, New York. © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di Dia Art Foundation, New York
Lee Ufan, Relatum - The Arch of Versailles (2014). © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di Lee Ufan
Lee Ufan, Relatum - The Arch of Versailles (2014). © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di Lee Ufan

La stessa attenzione si ritrova nella pittura. Nelle serie From Point e From Line, sviluppate a partire dagli anni Settanta, Ufan lavora con gesti ripetuti e controllati. Piccoli punti si depositano sulla superficie fino a rarefarsi, linee tracciate con un pennello carico di pigmento si assottigliano man mano che il colore si esaurisce. Ogni segno registra una durata, un contatto tra mano e tela. La superficie resta ampia, luminosa, pronta ad accogliere il silenzio intorno al gesto. Davanti a questi dipinti, l’occhio segue il ritmo della mano, avverte la pressione, la lentezza, la progressiva scomparsa del colore. La pittura si presenta come traccia di un evento avvenuto in un tempo preciso, che continua a espandersi nello sguardo di chi osserva.

Questa ricerca trova una forma ulteriore nella serie Dialogue, come in Dialogue (2018): su grandi tele chiare compaiono poche pennellate ampie, spesso blu o grigie, stese con movimenti lenti e controllati. Il segno si posa sulla superficie con una presenza piena, mentre lo spazio intorno rimane aperto, vibrante e il titolo suggerisce uno scambio continuo: tra gesto e superficie, tra materia e luce, tra opera e osservatore.

Muoversi tra queste opere significa entrare in un ritmo diverso. I passi si fanno cauti, lo sguardo si sofferma più a lungo e il corpo diventa strumento di misura. Le distanze tra una scultura e l’altra, tra una tela e il muro, guidano l’esperienza in modo quasi musicale. Ogni elemento partecipa a una composizione più ampia che include chi guarda.

Lee Ufan, From Point (1982). Foto: Kei Miyajima ©Lee Ufan/Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris.
Lee Ufan, From Point (1982). Foto: Kei Miyajima ©Lee Ufan/Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris.
Lee Ufan, From Line (1980). Foto: Kei Miyajima ©Lee Ufan/ Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris.
Lee Ufan, From Line (1980). Foto: Kei Miyajima ©Lee Ufan/ Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris.
Lee Ufan, Dialogue (2008). Foto: Nobutada Omote © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di SCAI THE BATHHOUSE.
Lee Ufan, Dialogue (2008). Foto: Nobutada Omote © Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris. Su concessione di SCAI THE BATHHOUSE.

Con il tempo, emerge una consapevolezza: la percezione nasce sempre da un incontro. Oggetti, spazio e presenza umana condividono lo stesso campo. Le pietre, l’acciaio, i segni di colore mantengono la loro identità concreta e, allo stesso tempo, attivano relazioni che cambiano a ogni sguardo.

Uscendo da una mostra di Lee Ufan resta addosso una qualità particolare di attenzione, in quanto le opere continuano a lavorare nella memoria, come una vibrazione leggera. Un’ombra su un muro, il riflesso della luce su una superficie metallica, la distanza tra due oggetti in una stanza quotidiana possono improvvisamente richiamare quelle esperienze.

La sua arte propone un esercizio di presenza. Chiede tempo, disponibilità, ascolto visivo. Ogni lavoro apre uno spazio in cui sostare, respirare, percepire il peso e la leggerezza delle cose. In quel campo silenzioso, lo sguardo si rinnova. E con esso, anche il modo di stare nel mondo.



Federica Schneck

L'autrice di questo articolo: Federica Schneck

Federica Schneck, classe 1996, è una giornalista specializzata in arte contemporanea. Laureata in Storia dell'arte contemporanea presso l'Università di Pisa, il suo lavoro nasce da una profonda fascinazione per il modo in cui le pratiche artistiche operano all’interno, e in contrapposizione, alle strutture sociali e politiche del nostro tempo. Si occupa delle trasformazioni del sistema dell'arte contemporanea, del dialogo tra ricerche emergenti e patrimonio culturale, del mercato, delle istituzioni e delle fiere internazionali. Alla scrittura giornalistica affianca quella critica, con testi per artisti, gallerie e collezioni private.



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