La Tabula de Amalpha: alle origini del diritto marittimo mediterraneo


Oggi considerata la più antica attestazione italiana di normazione del mare, la Tabula de Amalpha (Capitula et ordinationes Curiae Maritimae) è un testo di 66 articoli in latino e volgare, tramandato in copie manoscritte e riscoperto nel 1843 a Vienna nel Codice Foscariniano, centro di un dibattito sulla sua natura giuridica.

Nella storia del Mediterraneo, il mare a un certo punto ha smesso di essere soltanto uno spazio fisico da attraversare ed è diventato qualcosa di più complesso: un teatro di relazioni economiche, di accordi, di dispute, di rischi condivisi. Un luogo, dunque, da normare. E la più antica attestazione italiana a oggi nota di questo tentativo di normare il mare ha un nome: Tabula de Amalpha. Le Tavole Amalfitane, nel loro titolo originario latino Capitula et ordinationes Curiae Maritimae nobilis civitatis Amalphe e che rappresentano il più antico statuto marittimo italiano e uno dei documenti fondativi del diritto del mare in Occidente.

La storia di questo testo è tanto affascinante quanto tormentata. Non esiste un originale: la versione che è giunta fino a noi è il frutto di trascrizioni manoscritte commissionate nei secoli dai nobili amalfitani, copie di copie di un documento che probabilmente non aveva né la forma né la pretesa di essere una legge nel senso tecnico del termine, ma che ciononostante finì per regolare la vita di marinai, mercanti, armatori e capitani su tutto il Mediterraneo per circa cinque secoli. Il testo si compone di 66 articoli, chiamati capitoli. I primi ventuno, redatti in latino, costituiscono il nucleo più antico e sono databili all’XI e XII secolo; erano stati scritti dai Consoli del mare di Amalfi. Gli altri quarantacinque, in italiano volgare, furono aggiunti successivamente, nel XIII e XIV secolo, seguendo le esigenze sempre più articolate di un commercio marittimo in espansione. Questa stratificazione linguistica non è un dettaglio marginale: riflette il passaggio da una cultura giuridica ancora legata al latino della tradizione romana e ecclesiastica a un linguaggio più vicino alla concretezza operativa dei mercanti, un volgare capace di descrivere contratti, rischi e obblighi con la precisione che la pratica quotidiana richiedeva.

Per comprendere il significato storico delle Tavole Amalfitane, è necessario collocarle nel contesto più ampio della storia del diritto marittimo. Quando non esistevano codici, le relazioni commerciali marittime erano governate da usi, consuetudini, prassi non scritte. La necessità di fissare per iscritto questi comportamenti nacque quando l’economia smise di essere prevalentemente agricola e cominciò a trasformarsi in economia commerciale, utilizzando il mare come principale via di scambio tra i popoli. Dove c’è commercio, c’è rischio di sopraffazione, e dove c’è rischio di sopraffazione, prima o poi nasce il diritto.

La grande eredità cui le Tavole Amalfitane attingono è quella della Lex Rhodia, la prima raccolta di leggi e usi marittimi, risalente al V secolo a.C. e tramandata dai romani, i cui principi furono poi ripresi e rielaborati dai legislatori medievali, variandone le forme ma non la sostanza. Questi principi trovarono la loro sistemazione più organica nel Digesto di Giustiniano e da lì entrarono nella tradizione giuridica amalfitana. La Tabula non era, in senso stretto, una codificazione di principi generali o di concetti astratti: era piuttosto una raccolta di risposte concrete a situazioni concrete, un repertorio di soluzioni pratiche per i problemi che la navigazione medievale poneva quotidianamente.

“Tali usi”, scrive la studiosa Paola Avallone, “dettavano tutto ciò che riguardava e interessava la navigazione: le controversie, il prezzo dei noli, gli obblighi del capitano e dei marinai, l’indennizzo in caso di perdita della merce, i cambi marittimi, la compartecipazione agli utili, i compensi dei rischi di mare, le avarie, l’armamento, l’abbandono del bastimento e delle merci in caso di pericolo e formava parte integrante dell’ordinamento giuridico dell’antica Repubblica Marinara”. Erano, in altre parole, tutte le situazioni che potevano presentarsi nel corso di un viaggio commerciale via mare, dal momento della partenza fino all’eventuale naufragio. La Tabula formava parte integrante dell’ordinamento giuridico dell’antica Repubblica Marinara di Amalfi, e attraverso la Curia Marittima, dove i magistrati amministravano la giustizia del mare e dove era allestito un apparato notarile per la stesura dei contratti marittimo-commerciali e la registrazione delle società di mare, le sue disposizioni prendevano vita nei casi reali.

Le Tavole Amalfitane. Foto: Wikimedia Commons / Ellywa - licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Le Tavole Amalfitane. Foto: Wikimedia Commons / Ellywa - licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

Due istituti in particolare emergono dal testo come le colonne portanti dell’intera costruzione giuridica: la commenda e la colonna. La commenda era una forma di società commerciale tra due soggetti, un socio che forniva il denaro necessario all’impresa e che pagava l’equipaggio rischiando il proprio capitale, e un socio viaggiante che possedeva la nave e si occupava di procurare il guadagno, del quale tratteneva un quarto cedendo il resto al capitalista. La colonna era invece uno strumento più complesso, pensato per persone che non disponevano delle risorse sufficienti a costruirsi una nave da soli. Più soggetti si mettevano in società per procurarsene una, condividendone rischi e utili.

Non si trattava sempre e necessariamente di persone di modeste condizioni: tra i “caratisti” (così si chiamavano i soci che detenevano quote della nave) si trovavano spesso mercanti, notai, persone benestanti che cercavano investimenti più rischiosi ma potenzialmente più redditizi rispetto all’acquisto di quote del debito pubblico. La colonna coinvolgeva più soggetti rispetto alla commenda: i soci caratisti, che potevano scegliere di viaggiare o meno, il comandante, l’equipaggio, i mercanti che caricavano la merce. Alla base di tutto stava la comunione dei rischi. Ed è qui che si coglie uno degli aspetti più interessanti del sistema giuridico amalfitano: in quest’epoca non esisteva ancora il contratto di assicurazione. I rischi venivano ripartiti proprio attraverso il contratto di colonna, e solo nell’età moderna, nell’ambito dei contratti di trasporto, si cominciò a prevedere una quota specifica destinata a garantirsi dai rischi.

La vicenda della riscoperta del testo è essa stessa una storia avvincente, intrecciata con le grandi biblioteche europee, i dogi veneziani e le polemiche tra storici del diritto. La Tabula fu ritrovata nel 1843 nella biblioteca imperiale di Vienna, all’interno del cosiddetto Codice Foscariniano, un manoscritto del XVI secolo già appartenuto al doge veneziano Marco Foscarini e trasferito nella capitale austriaca nel 1727. La scoperta fu resa pubblica attraverso una pubblicazione del 1843 e il testo fu edito l’anno successivo. La Tabula emergeva dunque dall’oscurità dopo secoli di oblio.

La scoperta rappresentò, come è stato scritto dallo studioso Antonio Guarino, uno smacco clamoroso per il grande storico del diritto marittimo francese Jean-Marie Pardessus, autore di una fondamentale raccolta di leggi marittime anteriori al XVIII secolo. Pardessus, nel capitolo dedicato al diritto marittimo delle Due Sicilie, aveva espressamente negato che la Tabula fosse mai esistita, bollando come inattendibili i riferimenti che ad essa aveva fatto il giureconsulto cinquecentesco Marino Freccia nell’opera De sub feudis. L’argomento di Pardessus era semplice: se un testo legislativo tanto importante fosse davvero esistito e fosse stato usato in tutto il Regno, come mai nessuno ne parlava? Come mai le raccolte di prammatiche e di leggi d’epoca sveva e angioina non ne facevano menzione? Come era possibile che le ricerche di uno studioso così meticoloso come lui stesso non ne avessero trovato traccia? La Tavola amalfitana, aveva concluso il grande francese, non era altro che una favola.

Il ritrovamento del 1843 smentì clamorosamente questa posizione. La Tabula esisteva, era tangibile, poteva essere studiata. Nel 1864 Paul Laband ne produsse la prima e accuratissima recensione critica. Si aprì così un dibattito sulla reale natura e sull’effettiva portata del documento. Perché c’era qualcosa, nelle obiezioni dell’eminente storico francese, che il ritrovamento non riusciva a demolire completamente: che le Tavole Amalfitane non avessero il carattere di legge in senso stretto.

E in effetti la Tabula de Amalpha, a un esame critico, non ebbe mai il carattere di vera legge nel senso tecnico: fu piuttosto una raccolta di massime giurisprudenziali e consuetudinarie di epoca e derivazione varie, conservata e tramandata manoscritta nel ristretto ambiente amalfitano. L’intestazione stessa del Codice Foscariniano è rivelatrice: definisce il documento come Capitula et ordinationes Curiae Maritimae nobilis civitatis Amalphae, cioè come una raccolta di regole di giudizio scaturite non da leggi emanate da un’autorità sovrana, ma da consuetudini e prassi seguite dalla Corte marittima amalfitana. Il termine tabula, che in epoca romana e medievale poteva indicare testi legislativi, sembra essere usato qui nel senso più antico di un albo pubblico su cui i magistrati esponevano le proprie regole di giudizio affinché chiunque avesse interesse potesse conoscerle in anticipo.

Una pagina delle Tavole Amalfitane. Foto: Wikimedia Commons / Ellywa - licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Una pagina delle Tavole Amalfitane. Foto: Wikimedia Commons / Ellywa - licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale

Eppure questo ridimensionamento non toglie nulla al valore straordinario del documento. Anzi, per certi versi lo arricchisce di un significato diverso e per molti aspetti più profondo. La Tabula non era una legge imposta dall’alto; era qualcosa di più organico, di più vivo: la sedimentazione secolare di una prassi di navigatori e mercanti, di uomini che avevano imparato a fare i conti con il mare e con le sue imprevedibilità, e avevano trasformato questa esperienza in un sistema di regole condivise. “Ciò ci porta ad azzardare”, sostiene Paola Avallone, “che il testo amalfitano presenti una più stretta attinenza con i moderni clausolari marittimi, sviluppati su iniziativa degli operatori del settore, piuttosto che con l’attuale codificazione di settore, frutto della nascita dello Stato moderno. Quello della Tabula, che influenzò anche la redazione di altri statuti marittimi medievali come quello pisano, genovese e catalano, divenne ‘diritto vivente’, applicato nei tribunali e nelle curie durante la successiva dominazione normanna e successivamente anche nel Regno di Napoli”. La sua portata, dunque, andò ben oltre le scogliere della costiera amalfitana. La sua importanza storica fu tale da contribuire alla formazione di una legislazione marittima uniforme in tutti gli Stati rivieraschi del Mediterraneo, compresi quelli arabi.

La parabola storica del documento è altrettanto istruttiva. Nel XV e XVI secolo, quando la stampa si diffuse in Italia, la Tabula non venne mai pubblicata a stampa: segno inequivocabile che a quel punto era ormai priva di rilevanza pratica immediata, sopravanzata da raccolte più complete e organiche di consuetudini del bacino mediterraneo.

Nel 1927 il manoscritto originale, dopo anni in cui la sua esistenza era stata discussa e negata, venne ceduto dall’Austria all’Italia. Due anni dopo, nel 1929, fu Mussolini ad acquistare l’intero Codice Foscariniano e a donarlo ad Amalfi. Nel 1934 il recupero dell’opera venne celebrato con varie iniziative promosse dal Comitato italiano napoletano dell’Associazione Italiana di Diritto Marittimo. Il documento è tuttora custodito nel Comune di Amalfi. Dal dicembre 2010 una copia del codice, redatta nel XVII secolo, è stata trasferita presso il neo-istituito Museo della Bussola e del Ducato Marinaro di Amalfi, allestito nell’antico Arsenale della Repubblica, che è esso stesso un monumento alla potenza marinara che Amalfi raggiunse nel suo periodo d’oro.

La storia del diritto marittimo è, in fondo, la storia di come le società umane hanno cercato di mettere ordine in uno spazio per sua natura caotico e imprevedibile. Il mare non riconosce confini, non rispetta accordi, non si piega a gerarchie. Eppure gli uomini hanno continuato a solcarlo, a commerciare, a rischiare. E per farlo in modo sostenibile, per costruire relazioni economiche durature attraverso l’acqua, hanno avuto bisogno di regole. Le Tavole Amalfitane sono una di quelle regole. Non una legge imposta da un sovrano, ma un sistema nato dalla pratica, sedimentato nei secoli, trasmesso di mano in mano in manoscritti preziosi che hanno attraversato biblioteche imperiali e collezioni dogali prima di tornare nella città che le aveva generate.

C’è del resto una frase nelle Consuetudines civitatis Amalfie, le norme di diritto civile amalfitano che accompagnano la Tabula nel Codice Foscariniano, interessante per comprendere questa mentalità. Essa afferma, con una certa audacia, che la legge è senza dubbio autorevole, ma che una consuetudine di buona lega è ancora più autorevole, a tal punto che di fronte a essa la legge stessa deve tacere. In latino, con quella concisione che il diritto romano sapeva raggiungere: “lex est sanctio sancta, bona tamen consuetudo est sanctio sanctior, eo quod ubi consuetudo loquitur lex tacet”. È questa, forse, la filosofia più profonda che le Tavole Amalfitane ci trasmettono attraverso i secoli: che il diritto più vivo non nasce per imposizione, ma dalla prassi condivisa di chi lavora, commercia, naviga e, nel farlo, impara a convivere con gli altri.




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