di
Noemi Capoccia @noe_capo
07/11/2026
Categorie: Opere e artisti / Argomenti: Ambrogio Lorenzetti - Arte antica - Arte medievale - Siena - Toscana
Nella Sala della Pace del Museo Civico di Siena, Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1338-1339 il celeberrimo ciclo del Buono e del Cattivo Governo. In questo articolo di Noemi Capoccia ci concentriamo sulla scena degli effetti del Buon Governo nel contado: coltivazioni ordinate, cacciatori, contadini e la figura della Securitas che garantisce ordine e tranquillità fuori dalle mura.
Si esce dalla città da una porta lasciata aperta, sotto le mura merlate che la proteggono, e la strada si allarga subito, fino a perdersi tra i campi. Lungo il tragitto ci si incrocia: da una parte i cacciatori a cavallo, che si avviano verso la campagna, dall’altra i contadini, che procedono in senso contrario e portano in città sacchi di granaglie. Intorno, il paesaggio è ordinato. Vicino alle mura si addensano gli olivi e le viti, più lontano, nelle zone pianeggianti domina il grano e si distinguono diversi tipi di insediamenti rurali. C’è chi zappa e chi ara aiutandosi con gli animali, chi rientra carico di merci e bestiame, mentre le colline appaiono coltivate e fiorenti. In alto invece, sopra la porta, come una sentinella posta a guardia dei due spazi, una figura alata regge con una mano un cartiglio e con l’altra una piccola forca con un impiccato. È la Securitas.
La scena appena descritta è l’opera che Ambrogio Lorenzetti (Siena, 1290 circa - 1348) dipinse nel 1338 (con pagamenti registrati fino al 1339), nella Sala della Pace del Museo Civico di Siena, l’ambiente in cui i Nove, organo esecutivo dell’antica Repubblica, svolgevano le proprie funzioni di governo. Parliamo dell’affresco Effetti del Buon Governo in campagna, parte del ciclo dell’Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo, opera che mostra fuori dalle mura le conseguenze positive di una buona amministrazione.
Per comprendere il senso di questo paesaggio occorre però collocarlo all’interno del ciclo di cui fa parte. Il ciclo del Buono e Cattivo Governo dipinto dal pittore senese restituisce una rappresentazione allegorica delle varie forme di governo di una città medievale e di come ciascuna incida, in modo opposto, sull’esistenza di chi vi abita. Gli affreschi racchiudono infatti un messaggio articolato, che riguarda il modo corretto di esercitare il potere politico e che, proprio in ragione della sua portata universale, li ha resi uno dei testi pittorici più noti al mondo. Due concetti contrapposti, il Comune e la Tirannide, vi sono sviluppati lungo tre pareti. A corredo delle immagini corre una serie di iscrizioni che, lette di seguito, formano una canzone poetica di 62 versi, il cui compito è chiarire e sostenere il discorso affidato alle figure.
È l’incontro fra testo e immagine a stabilire la direzione di lettura. Si parte dalla grande Allegoria del Buon Governo sulla parete nord, si passa agli effetti che ne derivano sulla città e sulla campagna e si arriva, sulla parete di fronte, all’allegoria del Cattivo Governo e alle sue conseguenze disastrose. In questa sequenza la campagna non rappresenta un episodio a sé, né un semplice brano di paesaggio. È un passaggio di una dimostrazione costruita per cause ed effetti, che riconduce a precise scelte politiche la prosperità oppure la rovina di un’intera comunità. Per questo motivo, a chi entrava nella sala veniva proposto un ragionamento insieme ottico e verbale: le figure mostravano quanto i versi spiegavano, gli stessi versi e attribuivano un nome a quanto le figure illustravano.
Lo spazio che accoglie il ciclo pittorico ha cambiato nome più volte: era noto in origine come Sala della Pace o Sala delle Balestre, perché ospitava un deposito di quelle armi, e in seguito fu chiamato Sala del Consiglio dei Nove, a ricordo del governo che affidò al pittore la decorazione ad affresco, realizzata fra il 1337 e il 1340. L’ambiente ha dimensioni ragguardevoli e Lorenzetti ne affrescò tre pareti. Lo stato di conservazione è più che buono e i colori impiegati conservano il loro splendore, almeno per le pareti del Buon Governo. La situazione della parete del Cattivo Governo è differente. Ad ogni modo, la natura profana dell’impresa di Lorenzetti merita di essere sottolineata: Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo non è un ciclo devozionale, possiamo considerarlo piuttosto come un affresco concepito per il luogo in cui il potere veniva esercitato, un’opera rivolta a chi governava lì dentro e a chi vi si presentava.
Per leggere bene la campagna degli Effetti del Buon Governo è utile cominciare dalla grande allegoria da cui l’intero discorso prende le mosse. Nella pittura medievale le allegorie ricorrono con grande frequenza: concetti astratti vengono resi attraverso una personificazione o un simbolo, in modo che il messaggio risulti subito comprensibile a chi guarda. Ne è un esempio l’Apologo dell’unicorno, opera medievale di produzione ferrarese del XIII secolo, in cui l’unicorno è allegoria della paura della morte. Allo stesso modo, le Danze macabre medievali hanno valore allegorico e assolvono alla funzione di memento mori, cioè di monito a ricordarsi che si deve morire. Anche le tre fiere allegoriche presenti nella Divina Commedia di Dante appartengono a questa tradizione, perché danno forma visibile a concetti astratti. Bene, Lorenzetti ricorre alla stessa figura retorica per descrivere il Buono e il Cattivo Governo e gli effetti che ciascuno produce nel contado e nell’abitato. I personaggi, maschili e femminili, sono numerosi, e ognuno porta con sé un significato e un messaggio incisivo, rivolto sia allo spettatore del Medioevo sia a quello di oggi. A facilitare il riconoscimento delle figure concorrono le iscrizioni che le accompagnano.
Si può iniziare dalle allegorie presenti nell’Allegoria del Buon Governo. Giustizia, assisa su un trono imponente con gli occhi levati verso la Sapienza raffigurata sopra di lei: spetta infatti a quest’ultima guidarla e ispirarla. La Sapienza, vestita con ricchezza secondo il gusto dell’epoca, regge sopra il capo della Giustizia una bilancia. Su uno dei piatti, quello di sinistra, un angelo decapita un uomo e nello stesso istante ne incorona un altro: è la giustizia nella concezione aristotelica. In un solo gesto convivono dunque la pena e il premio, e questa coppia anticipa il senso della forca che la Securitas tiene in mano nella scena di campagna.
Maestosa appare poi la Concordia, seduta, con una pialla appoggiata sulle ginocchia, perché a lei tocca livellare i rapporti fra i membri di una società. Da lei partono i fili intrecciati che giungono a un gruppo di ventiquattro cittadini, i quali avanzano in direzione del trono del Bene Comune. Su un trono sontuoso siede il Buon Governo, di aspetto solenne e attorniato da eleganti figure femminili. Sul lato estremo di sinistra stanno invece la Pace, la Fortezza e la Prudenza, e ciascuna regge un oggetto che la identifica. La Pace è resa con particolare finezza: poggia su un cuscino e porta in capo una corona di rami d’ulivo. Ai piedi della figura maschile si vedono Ascanio e Senio, i leggendari fondatori di Siena, allattati dalla Lupa, a evocare l’origine della città. Sul lato destro, invece, compaiono malfattori e delinquenti, sorvegliati da guardie armate, in contrapposizione alla fila dei cittadini senesi.
Dall’allegoria si arriva agli effetti. Sulla parete nord-est della Sala dei Nove, in rapporto diretto con l’affresco appena descritto, Lorenzetti ha rappresentato ciò che il Buon Governo produce: un sistema retto e giusto genera una società migliore e in armonia. La prima scena si apre su una strada cittadina vista all’aperto. Case e palazzi si schiudono verso l’osservatore come in una sezione della città, popolata da molte piccole figure. L’ambientazione è quella di un centro turrito che si configura come città ideale: il pittore vi inserisce abitazioni di bell’aspetto, edifici in costruzione e mercanti all’opera nelle loro botteghe. Dai balconi ci si affaccia sulla via, e il quadro si completa con torri di marmi policromi, merlature e finestre ornate da colonnine sottili. La città dipinta è in crescita. In fondo alla scena, sul tetto di una casa, alcuni operai lavorano alla copertura, mentre dentro gli edifici molti mercanti espongono la loro merce lungo la strada principale. Si distingue anche un maestro che tiene lezione ad allievi attenti e concentrati. Da una finestra una donna guarda il girotondo delle giovani sulla via: alcune cantano e suonano, altre danzano e lasciano che le vesti si gonfino nel movimento. Cantiere, commercio, istruzione e musica sono attività distinte, ma tutte possono svolgersi senza timore, e questa condizione prepara la scena successiva.
Da qui lo sguardo si sposta verso l’esterno. Le mura si aprono su una campagna fertile, e la scena, che segue senza stacchi la precedente, mostra gli effetti del Buon Governo nel contado attorno alla città ideale. All’estremità sinistra si riconoscono le mura merlate a difesa dell’abitato. Il varco d’ingresso è aperto, e da lì si diparte una strada che si perde nei campi. Mercanti, contadini e cavalieri animano il paesaggio, ricco di dettagli. Il fatto che la porta sia aperta (in un contesto in cui le mura servono a proteggere) è uno degli aspetti che meglio riassumono il senso dell’immagine: i confini della città non dividono più, ma lasciano passare persone e merci.
Fra le due scene c’è una continuità d’impianto. Il contado non è dipinto come un mondo separato, bensì come il naturale prolungamento dello spazio urbano, e la strada che esce dalla porta fa da raccordo visivo fra l’abitato e il territorio. Chi guarda la parete segue il cammino dei personaggi: dalla via cittadina, piena di botteghe e di danze, si raggiunge la cinta muraria e, varcata la porta, ci si ritrova fra i coltivi. Il racconto non ha interruzioni, questa scorrevolezza fa capire che città e campagna dipendono l’una dall’altra e che le loro sorti sono determinate dallo stesso governo.
Fuori dalle mura il clima è disteso e la mano dell’uomo si vede ovunque. Le colture sono disposte con ordine e cambiano genere a mano a mano che aumenta la distanza dalla città. Intorno al perimetro murario si concentrano olivi e viti; nella fascia intermedia, sulle aree pianeggianti, a dominare sono i cereali, e si riconoscono diversi tipi di insediamento rurale. Si tratta infatti di un territorio organizzato, in cui ogni zona ha una funzione e il legame con la città non si interrompe mai. La suddivisione in fasce dà l’idea di un territorio amministrato con criterio. Le colture più legate al consumo quotidiano e al mercato si raccolgono accanto all’abitato, mentre i cereali occupano le superfici pianeggianti più vaste. Nessuna parte del paesaggio sembra trascurata o abbandonata al caso e anche gli insediamenti rurali, distinti per tipologia, restituiscono il senso di una presenza umana diffusa e stabile. È un paesaggio vissuto senza paura, perché ai segni del lavoro agricolo non si affiancano quelli della difesa.
Il contado è pieno di figure in movimento. Una parte lavora la terra, chi con la zappa, chi con l’aratro trainato dagli animali. Le colline risultano coltivate e floride. Altri personaggi lasciano la città, altri vi fanno ritorno con merci e bestiame, e c’è chi sembra intento alla caccia. In particolare, i cacciatori a cavallo si dirigono verso la campagna, mentre i contadini, in senso inverso, portano in città i sacchi di granaglie; i campi, nel complesso, appaiono ben tenuti. Questo movimento in versi opposti sulla medesima strada, reso con attenzione, indica lo scambio continuo fra l’abitato e il territorio. Secondo la lettura proposta dal Museo Civico di Siena, anche la Natura appare piegata e ammansita dagli effetti del Buon Governo.
Nella scena coesistono dunque attività di tipo diverso. Il lavoro dei campi, il trasporto delle merci, il rientro del bestiame e la caccia appartengono a condizioni sociali distinte, dal contadino che zappa al cavaliere diretto verso i boschi, eppure sono ritratti nello stesso spazio e con identica serenità. La campagna di Lorenzetti non è il luogo di una sola categoria di persone: è un territorio in cui lavoro e svago, produzione e scambio trovano posto insieme, a dimostrazione di un ordine che sostiene la comunità intera e non una sua sola parte. Al centro della composizione, a cavallo fra città e campagna, si staglia la figura alata collocata in alto, sulla porta d’ingresso all’abitato, come una sentinella posta a custodia dei due ambiti. È la Securitas, la Sicurezza, che con una mano regge un cartiglio e con l’altra una piccola forca con un impiccato.
Il testo del cartiglio spiega che, grazie al Buon Governo, in città come nel contado possono regnare sicurezza e tranquillità, e che l’ordine pubblico viene salvaguardato. Vi si legge “Senza paura ogn’uom franco camini / e lavorando semini ciascuno / mentre che tal comuno / manterrà questa donna in signoria / ch’el alevata arei ogni balia”.
La forca vicina al cartiglio aiuta a precisare il senso della figura. La sicurezza evocata dall’iscrizione risulta dunque come l’esito di un ordine pubblico assicurato, che comprende anche la punizione di chi lo viola. I versi (che invitano chiunque a camminare senza timore e a lavorare seminando) collegano in modo esplicito la libertà di spostamento e la produttività dei campi alla durata del governo del Comune. In questa interpretazione la campagna prospera perché è sicura, e lo resta finché il Comune tiene al proprio comando la figura che la protegge. Anche la posizione della Securitas ne rafforza il ruolo. Collocata in alto, sopra la porta, si trova proprio nel punto di passaggio fra i due ambienti e può essere considerata garante di entrambi. Non appartiene né alla città né solo al contado, vigila piuttosto sul luogo in cui le due dimensioni si toccano. Le ali la distinguono dagli altri personaggi, tutti occupati in azioni concrete, e la pongono su un altro livello: quello dell’idea che regge la scena, la condizione che consente a ognuno dei lavori rappresentati sotto di lei di svolgersi.
Il ciclo, però, non si esaurisce qui. Sulla parete opposta sono rappresentati gli effetti del Cattivo Governo, in città e in campagna. Lo spettatore vi trova una visione desolante, quella di un abitato e di un territorio distrutti e impoveriti, trasformati in teatro di furti, rapimenti, omicidi e scontri armati, come monito sul modo in cui le scelte politiche possono incidere, in bene o in male, sulla vita dell’intera collettività. Il contrasto con la campagna ordinata e fiorente del Buon Governo è il perno dell’intera costruzione, e il raffronto fra le due pareti rende subito chiara la tesi del ciclo. Diversamente dalle altre, la parete del Cattivo Governo versa oggi in cattive condizioni di conservazione.
Il confronto riguarda quindi anche lo stato materiale delle opere. Da una parte stanno le pareti del Buon Governo, dai colori ancora splendenti e dalla leggibilità tale da permettere di cogliere i dettagli della vita urbana e agricola; dall’altra quella che mette in scena la rovina, segnata da un degrado dell’opera. Le due situazioni sono indipendenti dal contenuto delle scene, ma la differenza di condizioni fa sì che oggi le immagini positive si percepiscano più facilmente di quelle negative.
In ogni caso, la campagna del Buon Governo svolge nel ciclo una funzione precisa. Integra il quadro dei benefici di un governo giusto portandoli oltre la linea delle mura e dimostra che sicurezza, lavoro e circolazione delle merci non riguardano soltanto lo spazio cittadino, ma l’intero territorio amministrato dal Comune. Le colture ripartite per fasce, le strade percorse nei due sensi, le figure impegnate nei campi, nella caccia e nel trasporto dei beni, con la Securitas al centro a sorvegliare entrambe le dimensioni, danno forma a un’immagine unitaria che, nelle intenzioni del ciclo, si rivolge tanto a chi la vide nel Medioevo quanto a chi la osserva oggi.
È questa universalità a spiegare perché gli affreschi di Lorenzetti siano annoverati fra i testi pittorici più famosi del mondo. Il discorso sul corretto esercizio del potere, affidato a immagini di facile comprensione, non è legato al contesto della Siena trecentesca e può essere letto a prescindere da esso. La campagna, in questo senso, è uno degli esempi più nitidi: un paesaggio in cui tutti gli elementi, dal grano alle viti, dalla strada alla porta aperta, rimandano a una precisa idea di ciò che un governo dovrebbe assicurare. Il Museo Civico di Siena ne custodisce il racconto nella stessa sala in cui i Nove svolgevano le loro funzioni, e a quasi sette secoli di distanza i colori usati da Lorenzetti restano percepibili nella loro intensità. Ciò che nel Trecento era una dimostrazione politica indirizzata a governanti e cittadini è diventato uno dei testi pittorici più noti a livello mondiale, e continua a essere letto, come allora, attraverso l’incontro fra immagini e iscrizioni.
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