Lo Stretto di Messina è unico al mondo per bellezza e ricchezza naturalistica, surclassa nettamente in qualità di vita il Bosforo, lo Stretto di Istanbul che collega il Mar Nero al Marmara, trafficato e non balneabile, lungo una trentina di chilometri quanto quello di Messina ma così stretto da farlo sembrare un fiume e con un fondale regolare come un letto che non supera i 120 metri di profondità. Con la sua conformazione ad imbuto, lo Stretto di Messina invece è un canyon che arriva a 2000 metri di profondità dove si scontrano il Tirreno e lo Ionio, riportando specie degli abissi in superficie (se questo non è già un modello di convivenza). E così, correnti imprevedibili che non fanno in tempo a riscaldarsi offrono una balneazione in pieno Mediterraneo a tratti più simile ai tradizionali vinterbading dell’Oresund, lo Stretto scandinavo che separa la Danimarca dalla Svezia.
Allo Stretto di Messina non serve un ponte per unire Sicilie e Calabrie abbracciate fra Peloritani ed Aspromonte, massicci fratelli dalla stessa composizione rocciosa – perché della stessa zolla terrestre – diversa dal resto dell’Appennino. Una continuità geologica, radicata, che smentisce ogni speculazione sulla presunta necessità di collegare ulteriormente le due sponde. Per ulteriori prove del modello di benessere e coesistenza dello Stretto, basta osservare dall’alba il valzer gentile delle undici feluche storiche di armatori siciliani e calabresi, con la loro doppia struttura metallica a traliccio lunga e ad angolo retto, darsi il cambio fra gorghi e vortici per pescare il pescespada a poste e stagioni alterne. Un modello di sostenibilità e fratellanza oltre che una maestranza registrata e tutelata. Chiunque passando sulla litoranea tra luglio ed agosto (tra maggio e giugno tocca alle feluche calabresi), affacciandosi sul mare dalle contrade da Paradiso a Faro – dove non a caso si è scelto di insediare il futuro Maxxi Med giusto a luglio ribattezzato MIRA – può essere rapito dallo spettacolo e dalla poesia di questa pesca artigianale radicata al suo territorio tra tauromachia e regata ma involontaria ed etica.
Il trapezio da Capo Peloro-Scilla a nord (unite dai due piloni ormai senza cavi e diventati insieme alle Torre Morandi simboli identitari dell’archeologia industriale locale, noti come i Guardiani dello Stretto e alti più di 200 metri) a Capo d’Armi-Capo Sant’Alessio a sud regala a chi sa vivere questo Stretto una rara eudamonía, il termine che indica la fioritura dell’anima con cui nessun indizio statistico BES (Benessere Equo Sostenibile) o GNH (Gross National Hapiness) si sognerebbe di competere. Persino la star più famosa della regione, Antonello da Messina, a braccetto con l’appeal dei Bronzi di Riace, magnificamente allestiti e blindati al Museo Archeologico di Reggio Calabria, scelse di farvi ritorno nonostante gli Sforza lo volevano ad ogni costo a castello, a Milano, come ritrattista di corte. A Messina Antonello torna più volte, e quanto lo capiamo, dopo ognuno dei suoi lunghi viaggi formativi a Napoli e poi a Venezia, fino a stabilirvisi definitivamente al culmine della sua carriera, ormai artisticamente maturo abbastanza per aprirvi una bottega (l’equivalente di una società o di una fondazione oggi) e offrire al Rinascimento italiano un altro polo d’irraggiamento avanguardistico. Una scelta piuttosto insolita e per certi versi forse anche azzardata per un pittore del suo rango e che dice molto sulla sua personalità e autonomia.
Vissuto fra il 1430 e il 1479, Antonello sceglie di non esportarsi come invece fece cinque secoli più tardi il francese Marcel Duchamp in America disertando e portando fuori patria la sua sintesi delle avanguardie europee fra Cubismo, Futurismo e Dadaismo, il Nudo che scende le scale. Nel corso dei suoi viaggi nel Quattrocento, Antonello assimila luce e colori dalla pittura fiamminga, le tecniche trasmesse da Colantonio in una Napoli cosmopolita, prospettiva e geometria scientifica dei maestri toscani come Piero della Francesca, perfezionandosi ulteriormente a Venezia sviluppando le innovazioni del Mantegna e segnando il Bellini. Nei secoli ogni pittore rivoluzionario porta con sé come prova di maestria il proprio quadro manifesto. Leonardo da Vinci arriva in Francia con la sua Gioconda iniziata a Firenze e Picasso fonde il suo nome con l’avvento del Cubismo a Parigi con il ritratto della collezionista Gertrude Stein e Les Demoiselles d’Avignon. L’Annunciata di Antonello custodita a Palazzo Abatellis a Palermo e dipinta a Messina tra il 1475 e il 1476 è uno della serie dei rivoluzionari ritratti della Storia che, come la Gioconda, racchiudono un attestato in pittura di una svolta estetica. Nessuno prima di Antonello aveva osato cambiare i codici dell’iconografia dell’Annunciazione. La mano alzata della Vergine che fuoriesce dal velo azzurro è già una prodezza prospettica in sé, vero effetto speciale in anticipo sui suoi tempi; poi la stratificazione negli occhi e nel sorriso di varie e contrastanti sfumature emotive combinando modifiche impercettibili, tecnica che ritroveremo nel sorriso della Gioconda di Leonardo trent’anni dopo; il leggio che richiama in miniatura la transizione architettonica dall’arco trilobato gotico al semiarco rinascimentale; la piega centrale del velo della Vergine che esplicita il punto di fuga, proclamo di Antonello della propria affiliazione all’avanguardia prospettica; e infine le pagine fruscianti delle Sante Scritture sul leggio delicatamente sfogliate dal volo sottinteso dell’arcangelo Gabriele fuori campo che pongono Antonello come inventore della prima soggettiva in Pittura.
Con l’Annunciata, Antonello raggiunge la libertà d’espressione che non può ancora concedersi nel Polittico di San Gregorio commissionato dalla badessa del convento omonimo, Fabria Cirino, di fatto eretta a mecenate ante litteram. I due scomparti raffiguranti la Madonna nel Polittico di Messina sono precorritori dell’Annunciata di Palermo, un po’ come il ritratto di Gertrude Stein per le Demoiselles di Picasso, che fu il primo viso di Picasso ad essere modificato in maschera. La Vergine Annunciata dello scomparto superiore destro del Polittico ha già rappresentata una mano che fuoriesce dal manto rivolto verso l’Angelo dello scomparto opposto, il gesto pudico quanto consapevole che contraddistingue Antonello. La Madonna col Bambino in trono costituisce il fulcro centrale del Polittico non solo come soggetto ma perché racchiude due dettagli primari preziosissimi. Il primo è il rosario in apparenza casualmente caduto e che, sospeso sul bordo del gradino in marmo, è il pretesto narrativo che dà l’idea della tridimensionalità dello spazio e che deve al pannello il soprannome di Madonna del Rosario. Scalino in marmo o Trono appunto che audacemente prosegue nelle due tavole laterali dei santi Gregorio e Benedetto unendo realisticamente le figure in un unico spazio nonostante le esigenze della committenza di uno sfondo dorato trascendente secondo tradizione. Il secondo dettaglio è la data e la firma dell’artista sul cartiglio spiegazzato in basso e con ombre portate, “Antonellus Messanensis me pinxit”. L’importanza di attribuirsi un luogo nella firma sottolinea più che usanza o orgoglio, l’intento programmatico di Antonello di fare scuola precisamente nella città in cui è nato e di farsi lì interprete e maestro di un’arte internazionale sapientemente affinata per anni. È tutto questo che è stato rubato a Messina e alla Sicilia nel cosiddetto “furto di Ferragosto”, il brevetto che attesta l’esistenza e l’origine di un Rinascimento siciliano. Ma senza le Madonne rubate, è il Rinascimento italiano ad essere amputato.
Al furto dei gioielli della Corona di Francia dal Louvre (prima di diventare museo era il Buckingham Palace della monarchia francese prima della trasferta della corte alla Reggia di Versailles sotto il Re Sole) era seguita immediata una reazione del Presidente della Repubblica francese Macron. A Taranto il 21 agosto il presidente Mattarella ha inaugurato i Giochi del Mediterraneo senza un accenno al furto. Siamo in attesa che il protocollo e l’agenda della prima carica dello Stato italiano, siciliano nato a Palermo dove nel 1980 il fratello allora Presidente della Regione Sicilia era stato ucciso da Cosa Nostra, gli consentano di fare una comunicazione ufficiale. Nel frattempo che si proceda con l’indagine e che arrivi la prima conferenza stampa, preoccupa l’assenza di coscienza nazionale delle massime istituzioni italiane che crea come un clima omertoso. Per un fatto così grave, ci saremmo aspettati almeno messaggi di solidarietà con la Sicilia da tutti i musei italiani.
Tolte le sue valenze di cronaca, il cosiddetto furto di Ferragosto al MuMe che include, oltre alla Madonna del Rosario e i due scomparti superiori più piccoli con l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata, un Cristo bifronte con un’altra Madonna col Bambino dietro, e che per ora è, come prevede l’articolo 518-bis del Codice Penale, classificato come furto di beni culturali, è a tutti gli effetti un crimine, gravissimo, che gli inquirenti riscontrino o no un’aggravante mafiosa come per la Natività del Caravaggio rubata nel 1969 e mai ritrovata. Le pene che vanno dai 6 ai 10 anni di reclusione in questo caso sono irrisorie e dovrebbero essere molto più importanti. E davanti ai musei che custodiscono i nostri tesori anzi veri e propri depositi aurei nazionali, serve l’esercito com’era successo al Museo del Bardo a Tunisi dopo gli attentati terroristici, non armare i custodi. Senza, ammettiamolo, è troppo facile rubare beni culturali, equivale a consegnare la Storia dell’arte italiana a riciclaggio, danni o perfino distruzione come a Palmira. Ricordiamo che le opere di Rauschenberg erano arrivate alla Biennale di Venezia a bordo di una nave militare, e non stiamo parlando qui di opere d’arte recenti, bensì di beni di inestimabile valore, patrimoni. Se oggi l’arte è un’arma da guerra ormai più per i criminali che per il governo, urge che si dia il giusto peso politico all’attacco e al danno che è stato fatto alla Sicilia questa estate.
Trovandomi come ogni anno in vacanza sul litorale messinese, posso testimoniare che nei giorni successivi al colpo di Ferragosto non ho visto che un drone e un elicottero mandati in perlustrazione sulla costa per un paio di giorni, non una pattuglia della Guardia Costiera in mare all’orizzonte, non una sirena, calma piatta. Gli ecomostri carichi di crocieristi e le navi cargo continuano a fare avanti e indietro nello Stretto fra traghetti e aliscafi indisturbati e come mi ha confidato ulcerato il coordinatore del MuMe il giorno della riapertura del museo, tutto quel movimento nello Stretto, i flussi turistici, non vengono mai convogliati verso il MuMe. Colpisce che l’economia dello Stretto non sia minimamente scalfita dal dramma, o che i tour operator non vengano seriamente mobilitati per fare tappa nelle location culturali della città per ora intenzionalmente omesse per responsabilità politica. A questi livelli non è più turismo, è sequestro di persona.
Per cui almeno a titolo informativo proponiamo qui una mappa delle altre opere di Antonello in regione per chi volesse farsi un tour consolatorio e misurare la gravità della perdita siciliana: oltre all’immancabile Annunciata a Palazzo Abatellis a Palermo e altre tre tavole di santi, fino al 4 novembre è possibile vedere riuniti due ritratti d’uomo sorridenti di Antonello al museo Mandralisca di Cefalù prima che facciano tappa in inverno a Palazzo Madama a Torino fino a Febbraio 2027, poi a Siracusa un’altra precedente Annunciazione a Palazzo Bellomo, e infine due tavolette giovanili alla Pinacoteca Civica di Reggio Calabria. E nel caso non si dovessero ritrovare le tavole del MuMe, chiediamo che l’Ecce Homo dall’Aquila venga presto trasferito a Messina con la dovuta scorta e insieme ad un sistema di sorveglianza aggiornato e proporzionato. La centralità culturale della Sicilia, lo sviluppo di tutta l’isola e il suo collegamento con lo Stato italiano non può rimanere ostaggio del progetto secondario di un Ponte sullo Stretto.
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