Odissea, Nolan trasforma il poema di Omero in un kolossal: ecco com’è il film


Il regista Christopher Nolan porta sullo schermo un’epopea monumentale che supera la semplice trasposizione del poema omerico. Tra Hybris, Nemesis e il peso della memoria, il viaggio di Ulisse diventa una riflessione sulla guerra, sulla responsabilità e sul tempo, tema centrale della sua filmografia.

Il canto è ciò che impedisce ai morti di scomparire davvero. Finché qualcuno continua a raccontarne le imprese, gli eroi sopravvivono al tempo. È il dominio di Mnemosyne, madre delle Muse e incarnazione della memoria, che attraverso la voce degli uomini trasforma il ricordo in racconto e il racconto in storia. La memoria, prima ancora che scrittura, è parola pronunciata. È così che i nomi oltrepassano i secoli.

Da questo principio prende forma Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan. Come altri autori prima di lui, il regista inglese riporta in vita il viaggio di Odisseo (chiamato Ulisse nella versione italiana del film) restituendogli una dimensione sorprendentemente concreta che non si limita a mettere in scena un poema. Nolan costruisce un universo che trascina lo spettatore dentro il Mediterraneo arcaico, tra il mare delle Eolie, le coste della Grecia e le isole che punteggiano il ritorno verso Itaca. È un viaggio che concede pochissimi momenti di tregua. Quando sembra possibile riemergere, il racconto trascina nuovamente negli abissi delle Eolie.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan

La tensione rimane costante, così come la sensazione di assistere a una lunga punizione inflitta dagli dèi, crudele e inevitabile. Prima ancora dell’uscita del film, una domanda mi sembrava inevitabile. Nolan ha costruito gran parte della sua filmografia sul rapporto con il tempo, da Memento a Inception, passando per Interstellar, la linearità narrativa è quasi sempre stata messa in discussione. L’Odissea, però, è essa stessa un racconto sul tempo, sui dieci anni di erranza che separano Ulisse dal ritorno in patria. Il dubbio era quindi semplice. Quale struttura avrebbe scelto il regista? Una narrazione cronologica? Una fusione circolare? Un mosaico di salti temporali?

La risposta arriva attraverso una costruzione molto più equilibrata di quanto ci si potesse aspettare. Nolan conserva l’impianto lineare del poema omerico, ma lo attraversa continuamente con quattro grandi piani temporali destinati a rincorrersi per tutta la durata del film. I dieci anni a Troia, la caduta della città e i suoi ultimi giorni, i sette anni trascorsi con Calipso nell’isola di Ogigia, il lungo viaggio di ritorno e ciò che, nel frattempo, accade a Itaca con Penelope, Telemaco e i Proci. Sono quattro fili che si legano fino a comporre un’unica trama. La sensazione è dunque quella di osservare un tessuto che prende forma poco alla volta, quasi fosse la tela che Penelope cuce di giorno e disfa durante la notte. I frammenti trovano il proprio posto senza mai generare confusione. Alla fine ciò che resta è un ricamo complesso ma perfettamente leggibile, dove tutte le memorie illuminano quelle successive.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
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La forza del film, però, non risiede soltanto nella costruzione narrativa. Odissea è probabilmente l’opera più monumentale realizzata da Nolan. I circa 250 milioni di dollari di budget sono tutti visibili sullo schermo, ma non attraverso un’esibizione sterile di effetti speciali. Il respiro è quello dei grandi kolossal storici del Novecento, da I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille a Cleopatra, passando inevitabilmente per Il Gladiatore e La Passione di Cristo. Nolan non cerca mai l’avventura leggera. Il suo è un racconto grave, attraversato da un senso di fatalità che non abbandona mai lo spettatore. È proprio qui che emerge uno degli aspetti più convincenti dell’intera operazione. Per la prima volta il cinema riesce a tradurre in immagini due concetti fondamentali della cultura greca: Hybris e Nemesis. L’arroganza dell’uomo che supera il limite imposto dagli dèi e la risposta inevitabile che ristabilisce l’ordine.

Tutta la vicenda è costruita come una lunga conseguenza delle colpe commesse durante la guerra di Troia. Poseidone perseguita Ulisse per aver accecato Polifemo, suo figlio. Il dio del sole Helios reclama vendetta per il massacro delle sue vacche sacre nell’isola di Trinacria. Persino la conquista della città diventa un peccato destinato a essere espiato. Il gigantesco cavallo metallico costruito per penetrare entro le mura di Troia assume così un ruolo quasi simbolico, una presenza silenziosa che continua a incombere anche quando non è più in scena. Anche la strega Circe viene riletta in questa chiave. La trasformazione degli uomini in porci appare come la rivelazione della loro autentica natura, Circe non lancia un semplice incantesimo. Sono guerrieri che hanno violato templi, profanato statue, massacrato sacerdotesse e civili. La guerra viene mostrata senza alcuna idealizzazione. La gloria greca lascia spazio alle conseguenze. Sia fatta la volontà delle divinità, dunque.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
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Da questo momento il viaggio di ritorno non può più essere interpretato come un’avventura eroica. Quella di Nolan appare come una lenta espiazione. Nessuno degli uomini di Ulisse è destinato a una morte gloriosa, perché nessuno può sottrarsi al peso delle proprie azioni. In questo senso il regista sembra avvicinarsi quasi più a Dante che a Omero. Nell’Inferno dantesco, Ulisse compare infatti tra i consiglieri fraudolenti (Canto XXVI, ottava bolgia), punito proprio per gli inganni escogitati durante la guerra di Troia. Il regista quindi cita l’idea del viaggio come pena attraversa l’intero film.

Del resto la distruzione di una città resta sempre la distruzione di una città. Cambiano le epoche, cambiano i nomi, ma il risultato rimane identico. La violenza esercitata contro Troia non è diversa da quella inflitta ad altre civiltà della storia antica. Nolan sembra ricordare continuamente che la guerra produce solo rovine e che nessuna vittoria può cancellarne il prezzo. L’attore Matt Damon costruisce un Ulisse lontanissimo dall’eroe invincibile della tradizione cinematografica. Il suo volto porta addosso la stanchezza di chi è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità. L’astuzia che lo ha reso conosciuto non viene mai omaggiata come una virtù assoluta. È piuttosto una qualità ambigua, che salva ma allo stesso tempo condanna. Atena, unica divinità realmente vicina al protagonista, assume quasi il ruolo della sua coscienza e più che proteggerlo, lo accompagna nel confronto continuo con le proprie scelte. Il ritorno a Itaca, che appare quasi sempre come il raggiungimento di una meta geografica in questa lettura, è invece il tentativo di riconquistare una parte di sé perduta durante la guerra.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
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Sul piano ottico il lavoro è sublime. Le Egadi e le Eolie restituiscono tutta la luminosità del Mediterraneo, mentre Grecia, Marocco e Islanda e le loro rispettive location (qui l’articolo dedicato) ampliano continuamente la geografia del racconto. Proprio l’Islanda, scelta per rappresentare il regno dei morti, restituisce alcune delle immagini più inquietanti del film. La fotografia alterna la luce delle coste meridionali ai paesaggi gelidi e quasi irreali dell’oltretomba, accompagnata dalla colonna sonora di Ludwig Göransson, già autore delle musiche di Oppenheimer (film di Nolan del 2023). Qui l’assenza del compositore Hans Zimmer non pesa. Göransson costruisce un tessuto sonoro più cupo, meno epico e più sacrale, sostiene perfettamente l’intero racconto.

In Odissea tutte le sensazioni sono quasi fisiche. Si percepisce il sale sulle labbra, il vento che attraversa le coste, l’odore della macchia mediterranea, la polvere delle città incendiate. Le Sirene emergono dalla nebbia come apparizioni, Troia crolla tra le fiamme, il mare sembra possedere una volontà propria. Le sequenze dedicate alla guerra rappresentano uno dei momenti più potenti del film. Nolan prende nettamente le distanze da Troy di Wolfgang Petersen, del 2004. Qui non c’è alcun interesse per la dimensione romantica del mito. Achille, Ettore, Paride ed Elena non sono il centro della narrazione sentimentale. La guerra è mostrata nella sua brutalità e il cavallo di Troia torna a essere lo strumento di inganno e distruzione.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan

L’unico rapporto affettivo che mantiene un ruolo centrale è quello tra Ulisse e Penelope. La regina di Itaca vive assediata dai Proci, costretta a difendere il proprio regno e la propria dignità mentre Telemaco cresce inseguendo il ricordo di un padre diventato ormai leggenda. Anche in questo caso Nolan evita qualsiasi enfasi melodrammatica. I sentimenti restano sempre subordinati alla tragedia che governa il destino dei personaggi. Gli dèi, inoltre, non dominano la scena con manifestazioni spettacolari. La loro presenza è discreta ma continua. Vivono nelle tempeste, nei mendicanti incontrati lungo il cammino, nel vento che cambia improvvisamente direzione, nei piccoli ex voto disseminati lungo il percorso. È una religiosità essenziale, proprio per questo ancora più disturbante.

Naturalmente non sono mancate le discussioni sulle scelte estetiche del film. L’armatura di Agamennone, scura e massiccia, si allontana dall’immaginario miceneo tradizionale per avvicinarsi quasi all’estetica dei cinecomic. Più che una ricostruzione archeologica, diventa una rappresentazione simbolica del potere. Scordiamoci ad esempio la sua reale reale maschera funebre. Lo stesso vale per l’elmo di Ulisse, volutamente aperto sul volto per consentire a Matt Damon di mantenere leggibile l’espressività del personaggio, anche a costo di sacrificare una maggiore fedeltà alle fonti.

Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan
Frame del film Odissea di Christopher Nolan

Sono osservazioni legittime, ma finiscono per incidere poco sull’esito complessivo dell’opera. Nolan non realizza un documentario sulla Grecia micenea né pretende di offrire una ricostruzione filologica del poema. Il suo obiettivo è un altro. Quale? Restituire il senso profondo dell’Odissea, quello di un uomo costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni e con una memoria che non smette mai di inseguirlo. È proprio questa memoria il reale filo che attraversa l’intero film. Non il viaggio, non la guerra, non il ritorno.

Le immagini sembrano ricordare che nessun eroe può davvero sottrarsi al proprio passato e che ogni impresa sopravvive soltanto finché qualcuno continua a raccontarla. Forse è qui che Nolan incontra davvero Omero, non nella ricostruzione degli eventi. Lo incontra nella consapevolezza che il cinema, come il canto epico, è prima di tutto un atto di memoria. E se dopo tutti questi anni continuiamo ancora a seguire Ulisse nel suo viaggio verso Itaca, significa che Mnemosyne non ha mai smesso di parlare.



Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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